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Risparmi erosi dall’inflazione, la ricetta per salvarli è avere coraggio

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  • 18 Gennaio 2023

Il fenomeno più eclatante e dannoso degli ultimi mesi è senza dubbio l’inflazione. Oltre che incidere sulla nostra quotidianità, rappresenta una minaccia anche per i nostri risparmi.
La crescita dei prezzi infatti fa perdere potere d’acquisto, e fa perdere valore al denaro che viene lasciato sui conti (dove non produce alcun frutto, visti i tassi di interesse a zero).

Il coraggio per proteggere i risparmi

risparmiSiamo in un periodo in cui l’inflazione ha superato il tasso in doppia cifra. Ci vorranno mesi prima che scenda a livelli – sebbene ancora altissimi – più accettabili. Ma fino a quel momento l’inflazione agirà come una sorta di tassa silenziosa, che giorno dopo giorno erode i risparmi che sono parcheggiati sui conti correnti.
Chi pensa di rimanere immobile e aspettare tempi migliori, sta quindi sbagliando strada. Ma questa è una lezione che gli italiani sembrano aver capito, visto che la quota di investitori rispetto al 2019, ossia prima dello scoppio della pandemia, è salita del 4% giungendo al 34% totale.

Gli impieghi preferiti

Tra le forme di impiego del capitale che gli italiani continuano a preferire, spiccano i certificati di deposito, i buoni fruttiferi postali e i titoli di Stato. Si conferma cioè un approccio tradizionalmente prudente, che è tipico delle famiglie italiane (il 75% di esse si dichiara avversa al rischio). Per lo stesso motivo, alle strategie di trading a breve termine preferiscono gli investimenti a medio-lungo periodo.

La crescita dei rendimenti degli ultimi mesi ha favorito l’investimento nei BTP, dove c’è il fractals maggiore (sono affluiti oltre 16 miliardi di euro). Il solo il Btp Italia emesso lo scorso 20 giugno, indicizzato come tutti questi titoli all’inflazione nazionale, ha accolto ordini per oltre 9 miliardi di euro.
Crescono anche i prodotti assicurativi e previdenziali, la cui raccolta è stata superiore ai 12 miliardi di euro.
L’andamento balbettante delle Borse invece ha penalizzato i fondi comuni di investimento, che hanno registrato un deflusso di capitale netto per 4 miliardi.

Poco va bene comunque

Vale ad ogni modo la regola che qualsiasi forma di investimento in grado di offrire un rendimento, seppur minimo, è sempre meglio del parcheggio nei conti correnti o in cassaforte, dove invece il rendimento è attualmente pari a zero.

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Wall Street e la scaramanzia, anche la finanza ha i suoi rituali

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  • 30 Dicembre 2022

Quando parliamo di scaramanzia, ci vengono subito in mente i napoletani. In realtà tutto il mondo è paese, e per questo capita rivedere dei rituali scaramantici anche in posti insospettabili, come la fredda Wall Street.

Santa Claus e Wall Street

wall streetIn questo periodo natalizio c’è in special modo un fattore scaramantico che fai incrociare le dita e trepidare gli investitori di Wall Street. Il cosiddetto Santa Claus rally, ossia la corsa al rialzo dei titoli azionari nell’ultimo spicchio dell’anno e nei primi giorni di quello successivo.
Questo tradizionale rialzo dei corsi si ritiene sia benaugurante per l’anno successivo. E Wall Street spera con tutto il cuore che, dopo un anno particolarmente difficile per i mercati, il Santa Claus rally benedica il 2023.

L’origine

Quello che succede in questo particolare periodo dell’anno in realtà ha ben poco di scaramantico e molto più di aritmetico. Succede infatti che i fondi pensioni vengono ricaricati, e così accumulano un fiume di denaro che finisce dritto negli investimenti in borsa. Se si aggiunge il fatto che dicembre è il mese delle spese natalizie, e quindi molte aziende incrementa le vendite durante questo periodo, ben si comprende perché i titoli azionari generalmente viaggiano al rialzo.

La statistica di Wall Street

Al di là del fatto in sé e delle sue spiegazioni, c’è comunque una statistica importante che ha fatto originare la scaramanzia del Santa Claus rally. Come evidenziato dai dati Quotex, nel 75% dei casi, quando i listini americani di Wall Street hanno marciato a rialzo, l’intero anno successivo è stato positivo.
Viceversa, quando dicembre non non è stato caratterizzato dall’evento fortunato del Rally di Santa Claus, l’anno seguente è stato più debole della media. Infatti quando tale rally si verifica, generalmente lo Standard and Poor 500, il principale indice di Wall Street è salito del 10,9%, mentre in assenza del Rally di fine anno la crescita è stata solo del 4,1%.

Una stessa dinamica si assiste nel mese di gennaio, generalmente più debole in assenza del Rally di Babbo Natale.
Anche in questo caso tuttavia ricondurre automaticamente alla presenza del Rally una qualche congiunzione astrale favorevole o sfavorevole è fuori luogo. Chi utilizza app per giocare in borsa dovrebbe sapere che più probabilmente l’assenza del rally nel periodo dove sarebbe più propizio è una spia di qualcosa che non funziona nel mercato, di un sentiment che è già offuscato e che inevitabilmente ci mette tempo a migliorare condizionando le performance dell’intero anno successivo.

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Reddito fisso, è iniziata l’era di un nuovo Rinascimento

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  • 7 Dicembre 2022

Per molto tempo il mercato dell’investimento nel reddito fisso è rimasto ai margini, a causa della lunga epoca di tassi reali negativi. Adesso però il settore sembra vivere un nuovo Rinascimento.

Cosa accade al mercato del reddito fisso

reddito fissoFino a qualche tempo fa, l’inflazione bassa e le politiche accomodanti delle banche centrali, avevano creato uno scenario nel quale tre quarti circa dei titoli di Stato emessi dai Paesi più ricchi pagavano rendimenti nominali negativi.

La svolta dell’ultimo anno

Ma poi è successo qualcosa. Il post-Covid e la guerra in Ucraina ci hanno consegnato una realtà durissima, caratterizzata da una fortissima inflazione.
Per combatterla, le banche centrali hanno ripetutamente fatto ricorso alle strette monetarie. Questo ha portato ad un ribaltamento dei tassi reali, che ad esempio negli Stati Uniti sono passati in pochi mesi da -1% al +1,5%. Anche nel Regno Unito c’è stato un ribaltamento, visto che sono saliti dal -2% al +2%.
Entrambi i rendimenti sono passati da sotto a sopra la loro media mobile.  Questo significa che gli investitori cominciano ad essere ripagati sempre meglio, se scelgono questa via di investimento.

Anche se la stretta delle altre banche centrali è in ritardo rispetto alla Fed, anche i loro mercati obbligazionari nazionali dovrebbero tornare al loro fair value nei prossimi trimestri.

Selezione necessaria

È chiaro che tutto questo non vuol dire che bisogna gettarsi a capofitto in qualunque tipo di investimento a reddito fisso. Occorre sempre fare una selezione accurata all’interno di questo universo. Del resto, alla luce delle attuali tensioni geopolitiche e macroeconomiche, è necessaria una maggiore dose di prudenza. Occorre sapersi muovere sui mercati otc e mercati regolamentati.
Ma chi riesce ad avere la capacità di vedere lontano, può cogliere interessanti opportunità a lungo termine.

Al momento i rendimenti obbligazionari a più lunga scadenza sono interessanti, ma la volatilità trasforma l’investimento in tali titoli in un potenziale rischio. Per questo motivo, al momento, le più gettonate sono le obbligazioni short-duration e di alta qualità.

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Investire nell’economia Green: non basta dirlo, occorre creare le condizioni giuste

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  • 3 Novembre 2022

Ormai è chiaro a tutti che è l’economia globale ha bisogno di una decisa svolta green. Tuttavia non bastano i semplici proclami per aumentare la propensione ad investire nelle rinnovabili. Bisogna creare un ambiente istituzionale ed economico che sia favorevole.

La differenza tra Stati Uniti e UE

ECONOMIA GREENQuello che sta emergendo, soprattutto in tempi recenti, è una netta differenza nell’approccio adottato dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea.
In particolar modo gli USA vedranno cambiare lo scenario grazie alla Inflation Reduction Act (IRA). Questa legge favorisce chi intende investire nelle tecnologie rinnovabili, grazie al meccanismo dei crediti di imposta. Si applicheranno al settore eolico, a quello solare, all’idrogeno ed anche allo stoccaggio del carbonio.
Questa legge introdurrà un modo diverso di monetizzare gli asset fiscali, consentendo alle imprese di creare infrastrutture per le rinnovabili senza dover ricorrere al finanziamento tramite capitale fiscale.

Gli USA scattano avanti

Non c’è dubbio che questi finanziamenti e incentivi promossi dagli Stati Uniti saranno superiori a quelli disponibili nell’Unione Europea.

Questo cosa significa? Che senza dubbio che le imprese decideranno di investire là dove saranno disponibili i migliori finanziamenti e incentivi, nonché i migliori rendimenti.
Per fare un esempio, secondo alcune stime, l’IRA vuole innescare un supertrend riguardo ai veicoli elettrici, raddoppiando il tasso di penetrazione per il 2025 dal 10% al 20%.

Il problema delle autorizzazioni

Uno dei maggiori ostacoli che viene lamentato dalle industrie delle rinnovabili è il meccanismo di autorizzazioni, che soprattutto in Europa rimane molto complesso. Dal momento che la transizione energetica imporrà di investire in modo cospicuo, è richiesta una maggiore agilità normativa. Dovrebbero creare supporti e non resistenze, ma invece accade l’opposto.
Le autorità di regolamentazione in buona sostanza non stanno al passo con l’avanzamento dell’Industria, e anzi ne rappresentano uno dei freni principali.
Cosa peggiore, in alcuni casi sembrano non apprezzare l’importanza di questa sfida.

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Mercato immobiliare, è boom degli investimenti Corporate

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  • 29 Ottobre 2022

Dopo il biennio molto fiacco della pandemia, il mercato immobiliare italiano ha ripreso a marciare con una certa vivacità. Oltre che nell’ambito residenziale, si registra un forte interesse anche da parte degli investimenti “corporate”.

Cosa succede sul nostro mercato immobiliare

mercato immobiliareIl rinnovato interesse da parte degli investitori istituzionali verso il “mattone” italiano è testimoniato dai dati riguardanti il terzo trimestre del 2022.
Nel nostro paese sono stati infatti realizzati circa 3 miliardi di euro di investimenti nel settore immobiliare. Si tratta di una crescita del 37% rispetto allo stesso periodo del 2021. Se a questi dati sommiamo anche i 6,4 miliardi di spesa nel primo semestre, arriviamo a circa 10 miliardi di euro in nove mesi. L’equivalente a tutto quello che viene speso nel intero 2021.

Chi investe negli immobili

L’interesse più concreto è stato manifestato nel settore della GDO e del commercio online. In questo senso Lombardia ed Emilia Romagna sono le regioni più gettonate.
In forte rilancio anche gli investimenti nel mercato immobiliare legati al turismo, grazie alla forte ripresa del settore dopo il biennio terribile della pandemia.
Cresce l’alberghiero, dove il trading con i volumi è giunto a 1,27 miliardi di euro, il doppio rispetto al 2021. La città che la fa da padrona è Roma, dove spicca il ruolo delle grandi catene internazionali.
Molto bene anche la logistica: 720 milioni di euro nel terzo trimestre e 2,6 miliardi da inizio anno, il doppio rispetto al 2021.

Va evidenziato anche il crescente interesse verso gli edifici sostenibili e ad impatto zero. Per questa soluzione gli investitori sono disposti a riconoscere un premio sul valore fino al 20-30%.

Cresce anche il residenziale

Anche il mercato immobiliare residenziale continua a marciare spedito. I leading indicators stimano che il volume d’affari di quest’anno sarà sui 100 miliardi di euro. Una dimostrazione di come gli italiani vedano nel mattone una difesa contro i periodi di alta inflazione.

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Economia e politica, i programmi per il futuro decideranno le elezioni in Brasile

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  • 9 Ottobre 2022

Domenica 2 ottobre c’è stato il primo turno delle elezioni Generali in Brasile. La battaglia tra Lula e Bolsonaro andrà ancora avanti per un turno e l’ex presidente è in vantaggio per 48% a 43%. A incidere in modo forte sull’esito elettorale sarà anche il programma che i due candidati portano avanti riguardo all’economia brasiliana.

Lula, Bolsonaro e l’andamento dell’economia

brasile lula bolsonaroTuttavia, il grosso vantaggio dell’ex presidente nella corsa elettorale si è ridotto progressivamente, di pari passo con il miglioramento dell’economia brasiliana, che sta beneficiando anche della riduzione delle pressioni inflazionistiche. Non si può escludere che Bolsonaro riesca a piazzare il colpo di coda per ribaltare un esito che sembra. Le sorprese sono sempre possibili.

La scelta del ministro dell’economia

I due candidati hanno avuto un approccio diverso riguardo all’indicazione del prossimo ministro dell’economia. Bolsonaro già da tempo ha confermato Paolo Guedes, Lula ha invece lasciato questo nome avvolto nell’incertezza, annunciando tuttavia la sua preferenza per un ministro non tecnico.
Chiunque sarà, si troverà di fronte ad un’economia che ha bisogno di forti interventi, perché anche se il momentum è migliore rispetto a qualche mese fa, la situazione resta complessa.

Lo stato di salute dell’economia brasiliana

Il bilancio pubblico dello Stato brasiliano è gravato da una serie di costi molto rigidi, perché vengono imposti dalla Costituzione. Inoltre anche i vincoli sulla destinazione delle Entrate fiscali limita la possibilità di azione sulla voci spese. Il 90% delle entrate è praticamente vincolato. Il margine di manovra del ministro dell’economia è ridotto, a meno che non si voglia fare breakout dal budget di spesa e rialimentare il debito. Per questo serviranno tempo e pazienza per mantenere ogni promessa elettorale.

Il problema di Bolsonaro

Quello che pesa sulla rielezione di Bolsonaro è il contesto degli ultimi anni. I cittadini brasiliani ricordano il periodo florido sotto il mandato Lula, un periodo di grande prosperità. Invece Bolsonaro è stato presidente in tempi estremamente difficili. L’eredità che lascerà però comprende diverse riforme importanti, come quella delle pensioni e la ristrutturazione del debito.
In ogni caso, fino al ballottaggio in programma alla fine di ottobre, ci sarà un clima di incertezza e di volatilità. Tuttavia il miglioramento delle prospettive fiscali dell’inflazione e dell’economia potrebbe essere un traino per i primi mesi sotto la guida del nuovo presidente.

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Banca, la sostenibilità ha una eccellenza italiana: Fineco

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  • 5 Ottobre 2022

Nell’Italia che fa una fatica tremenda a rilanciare la propria economia, e che deve ricostruire il proprio sistema di approvvigionamento energetico, c’è una banca che in tema di sostenibilità ottiene – per il terzo anno di fila – un grosso riconoscimento ESG.

Un risultato di prestigio per Fineco banca

banca finecoLa banca di cui parliamo è Fineco, che si è confermata tra le eccellenze globali della sostenibilità. Infatti l’agenzia indipendente Standard Ethics1 ha confermato il rating della banca al livello “EE+” (Very Strong2). Per intenderci, Fineco è una delle due sole banche al mondo che hanno ottenuto questo giudizio di sostenibilità, quello più solido che attualmente viene assegnato.

Un lavoro che parte da lontano

Ma cos’ha fatto di speciale Fineco? Secondo Standard Ethics, negli ultimi cinque anni la banca italiana ha rispettato in modo costante le indicazioni sul tema ESG (ossia temi ambientali, sociali e di governance) emanate da Onu, Ocse e Unione europea.
Ricordiamo che l’obiettivo della Commissione europea, a partire dall’Action Plan del 2018, è orientare i flussi di capitale verso investimenti sostenibili, cercando di ridurre il market to limit degli investimenti che non rispecchiano questi principi. Per questo sono stati varati numerosi provvedimenti normativi.

Approccio strategico

Sono tutte attività che non richiedono strategie a breve termine ma di lungo e ampio respiro, e per questo sono molto più impegnative.
Banca Fineco ha infatti modificato il suo modello di governance della sostenibilità, predisponendo una adeguata attività formativa, trattando le innovazioni tecnologiche tenendo conto degli eventuali rischi connessi.
Per queste ragioni l’agenzia comunica che la propria visione su Fineco nel breve e lungo periodo è positiva.

Fattori ESG, sfida ma anche opportunità

Va sottolineato che l’attenzione ai temi ambientali, sociali e di governance (ESG) sta favorendo la rapida diffusione della finanza cosiddetta ‘sostenibile’. Nell’ambito dei modelli bancari, questo tema è destinato a giocare un ruolo sempre più rilevante.
Ma è anche faticoso, perché l’incorporazione delle variabili ESG è una sfida significativa, con diverse criticità. Ma se colta nel modo giusto, offre anche opportunità di sviluppo.

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Mercato dei metalli in crisi: energia e materie prime sono le spine per gli imprenditori

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  • 8 Settembre 2022

Dopo il boom dei prezzi vissuto fino a qualche mese fa, il mercato dei metalli è scivolato in una situazione molto difficile.
Lo scoppio della guerra ha fatto da innesco per uno scenario che sta mettendo in ginocchio molte imprese.

Cosa succede al mercato dei metalli

mercato dei metalliI timori di contrazione economica, e quindi il calo della domanda, si sposano malissimo con il rincaro delle materie prime e dei prezzi dell’energia. A certe condizioni, per molti è meglio non produrre affatto piuttosto che farlo in perdita. E così il mercato dei metalli ha perso valore.
Prima che scoppiasse la guerra, le materie prime arrivavano in grandi quantità proprio dalle zone del conflitto. L’Ucraina era il dodicesimo produttore di acciaio, mentre il Donbass è ricca di terre rare, carbone e metalli. Poi tutto si è fermato.
La scarsità di materie prime ne ha gonfiato il prezzo, rallentando anche le consegne per i broker stp ecn che importano questi materiali devono compensare i maggiori costi dei trasporti.

Ma con il rischio recessione che avanza (e soprattutto la frenata della Cina, uno dei principali consumatori di carbone e minerali ferrosi, e più grande produttore di acciaio a livello globale), e l’inflazione energetica arrivata alle stelle, è dura andare avanti.
Sono così a rischio il settore dell’acciaio, dell’alluminio, del rame, ma anche oro e argento.

Le proiezioni di Moody’s

Di recente l’agenzia internazionale Moody’s ha corretto al ribasso le prospettive a 12 mesi di prezzo per un paniere del mercato dei metalli e delle materie prime minerarie.
I prezzi di acciaio, alluminio e rame dovrebbero andare in contrazione, anche se rimarranno su livelli elevati a causa di un’offerta che non è stata al passo con la domanda negli ultimi due anni.

Quel che conta è che secondo Moody’s, analizzando i lagging indicator del settore, alcuni prezzi scenderanno fino a toccare il costo di produzione. Ad esempio il ferro, che sul mercato dei metalli è scivolato già del 31% in un anno.
Quanto ai metalli preziosi, l’aumento dei tassi di interesse che viene portato avanti dalle banche centrali rende meno conveniente detenere oro, per questo il suo valore scenderà ancora, oltre il 6% annuale attuale. Stesso discorso vale per l’argento, che ha perso il 26% del valore su base annuale.

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Industria siderurgica ostaggio della Russia (grazie al gas)

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  • 23 Agosto 2022

Se la Russia contro l’Ucraina sta usando certe armi, contro l’Europa ne sta usando altre. Mosca ci tiene in ostaggio grazie all’energia, della quale è la nostra principale fornitrice.
Ne fa le spese la nostra industria, in special modo quella del settore più “energivoro”, come la siderurgia.

Il gas mette in ginocchio l’industria

industria siderurgicaDopo aver faticosamente imboccato la via di uscita dal tunnel del Covid, la siderurgia adesso si trova in una situazione ancora peggiore. Perché gli ordini in aumento non bastano, se i costi per produrli diventano esorbitanti a causa delle bollette.

Lo stop di fine agosto annunciato da Gazprom ha di nuovo alzato la tensione e il nervosismo. La nostra industria teme che ci si avvii verso uno stop autunnale. Infatti a questi livelli di prezzo del gas, l’aggiornamento di ottobre delle tariffe ARERA (l’Autorità dell’energia) potrebbe portare al raddoppio delle bollette.

Il costo del gas

Il prezzo del gas, dopo essere stato a lungo dentro un pattern rettangolo, si è affacciato sui 300 euro, facendo balzare la prospettiva di un razionamento per ridurre i consumi.

Secondo un recente studio degli economisti del MES, uno stop delle forniture di gas russo ad agosto porterebbe ad esaurire le riserve nei paesi di Eurolandia già a fine anno, innescando razionamenti e recessione. Senza interventi per tagliare i consumi, il Pil dell’eurozona perderebbe l’1,7% con un impatto del 2,5% per le due nazioni più esposte, Italia e Germania.

I timori della siderurgia

La questione energetica ha inevitabili impatti negativi sulle filiere dell’industria, oltre che ovviamente sulle bollette dei cittadini.
Si è capito che fino alla fine dell’inverno saremo ostaggio delle decisioni di Putin. E questo acuisce la preoccupazione per tutti quei settori gasivori, che rischiano di dover fermare le fabbriche.

La produzione di acciaio, come noto, richiede l’utilizzo di molta energia. Alcuni forni delle acciaierie utilizzano principalmente corrente, altri riscaldano i laminati col metano.
Ma mentre il prezzo dell’energia cresce, quello dell’acciaio cala per via della riduzione della domanda. Si sta delineando una broadening formation (andamento a megafono) che produce un mix economico devastante per l’industria.

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Risparmio, con il lockdown gli italiani si sono avvicinati di più alla Borsa

La Consob ha messo in evidenza un dato interessante riguardo al rapporto tra gli italiani, il loro risparmio e la borsa di Milano. Durante il lockdown che è seguito allo scoppio della pandemia da Covid, ben 185 mila cittadini si sono avvicinati per la prima volta al mercato azionario.
Questo boom ha finito anche per modificare il profilo medio degli investitori attivi a Piazza Affari.

Gli investitori e l’impiego del risparmio

borsa milanoDallo studio della Commissione Nazionale per le Società e la Borsa, che ha analizzato l’attività di trading in azioni tra gennaio 2019 e settembre 2021, emerge quindi una crescita significativa dell’interesse verso il mercato azionario da parte del mondo del piccolo risparmio.
Infatti i nuovi investitori, prima del 2019, non avevano mai comprato né venduto azioni.

Il Covid e altri fattori incentivanti

Va evidenziato che l’incremento di 185 mila unità è molto elevato, se teniamo conto che trader attivi in quei mesi erano poco più di 560 mila.
Le new entry nel modo azionario hanno approfittato soprattutto del calo delle quotazioni, che c’è stato subito dopo lo scoppio della crisi pandemica. Che le restrizioni collegate ai lockdown sono state la prima causa dell’incremento dell’interesse verso il mercato azionario italiano, è evidente. Ma anche le innovazioni tecnologiche sono state una concausa, così come la diffusione dei broker 0 zero spread presenti sul mercato.

Cambia il profilo dell’investitore retail

L’avvicinamento di questi individui alla borsa ha comportato inoltre diversi cambiamenti nello scenario complessivo.
Anzitutto il controvalore medio individuale si è abbassato rispetto alla media del 2019. Ciò è dovuto al fatto che il risparmio medio da impiegare è minore. Inoltre i Consob evidenziano che questo gruppo di piccoli investitori è costituito di una popolazione più giovane di 10 anni rispetto agli investitori tradizionali, con una marcata presenza maschile.
Un altro aspetto molto importante riguarda le performance dei nuovi investitori, che in linea di massima sono risultate migliori degli investitori preesistenti.

Presenza permanente

Va infine aggiunto che l’avvicinamento al mercato azionario del popolo del “piccolo risparmio” non è stato un fattore temporaneo, visto che la gran parte ha continuato ad operare anche dopo la fine delle restrizioni. Cioè è andata ad allargare in modo permanente la platea degli investitori retail. Di conseguenza anche i volumi scambiati sul mercato azionario italiano sono cresciuti.
Peraltro il discorso vale per l’intero panorama degli investimenti. Ad esempio è cresciuto il lottaggio forex nel mercato valutario, così come gli investimenti nelle commodities.

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Investimenti nell’idrogeno verde, nel 2050 ci darà un quarto del fabbisogno energetico

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  • 26 Luglio 2022

La questione energetica non è mai stata così forte all’interno del dibattito economico e geopolitico. Se la necessità di passare dal combustibile fossile a quello rinnovabile era già avvertita in precedenza, la guerra in Ucraina ha dato ulteriore risalto al problema.
Per riuscire a ridurre la dipendenza energetica dalla Russia occorreranno investimenti importanti. Altrettanto importanti sono quelli richiesti dalla necessaria transizione verso un mondo più sostenibile.

L’idrogeno verde catalizza gli investimenti

irdogeno verdeIn questa ottica, scienziati ed investitori sembrano non avere dubbi sul ruolo che in futuro rivestirà l’idrogeno verde.
In base ad un’analisi contenuta nel Global Energy perspective 2022, a partire dal 2035 il primo elemento della tavola periodica comincerà ad assumere un ruolo sempre maggiore nel settore dei trasporti ed in quello industriale.

Questa crescita attirerà ulteriori investimenti, innescando un ciclo virtuoso che porterà l’idrogeno verde a soddisfare entro il 2050 un quarto della domanda totale di energia in Europa.
Il beneficio non soltanto sarà in termini di minore dipendenza estera (il buy limit forzato di questo periodo sarà un lontano ricordo), ma anche in termini climatici. Infatti consentirà di risparmiare 560 mega tonnellate di anidride carbonica.

Il ruolo dell’idrogeno verde

La rivoluzione dell’idrogeno verde è alimentata da diversi fattori. Oltre alla necessità di spingere gli investimenti nel settore rinnovabile, c’è il vantaggio di ottenere il tutto a zero emissioni. Peraltro si tratta di un elemento facile da trasportare, immagazzinare ed anche distribuire.
Gli investimenti nel settore delle forniture e lo stoccaggio di idrogeno verde renderanno tutto ancora più facile in futuro, mentre oggi risulta molto limitato ad alcune applicazioni industriali e dalla produzione di ammoniaca.

La rivoluzione dei trasporti

Senza dubbio l’impatto maggiore dell’idrogeno verde si avrà nel settore dei trasporti. Nel 2025 dovrebbero esserci 27.000 veicoli alimentati con questo sistema, ma appena 5 anni dopo il numero dovrebbe salire a 300.000. Si viaggerà al ritmo di una martingala, così che nel 2050 supereranno gli 8 milioni. Se così fosse, sarebbero necessari grossi investimenti, soprattutto nelle stazioni di servizio per il rifornimento oggi ce ne sono appena sei in tutta Italia.

Le imprese fiutano l’affare

Questa inevitabile svolta sta spingendo sempre più imprese attive nell’energia a cavalcare l’onda verde. Si moltiplicano progetti ed investimenti, si studiano infrastrutture moderne e si preparano legislazioni in merito. Poche settimane fa Bruxelles – per superare la dipendenza alla Russia – ha varato la politica di sviluppo “Hydrogen Accelerator”.
Il grosso ostacolo al momento sono i costi, che purtroppo sono ancora molto elevate Ma già la diffusione massiva consentirà di ottenere delle piccole economie.

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Banche la paura della recessione spinge giù le commissioni

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  • 10 Luglio 2022

Il mondo intero e l’Eurozona in particolare stanno viaggiando spediti verso una recessione economica. Infatti per domare l’inflazione galoppante, le banche centrali devono alzare i tassi di interesse, ma questo deprime la crescita economica e spinge inesorabilmente verso una marcia indietro dell’attività economica. In una parola: recessione.

Recessione e asset delle banche

bancheSi tratta di uno scenario che i dati sugli asset under Management delle banche italiane stanno palesando già da molte settimane se non mesi. È proprio in questo ambito infatti che il deterioramento del sentiment degli investitori si riflette immediatamente.

Infatti va evidenziato che dai fondi italiani sono defluiti capitali per oltre 1,3 miliardi di euro nel primo trimestre dell’anno. Nel secondo trimestre gli stop loss sono addirittura cresciuti, tanto che questa cifra è giunta addirittura a 3,3 miliardi. Inoltre lo stock totale di AuM (asset under management) è sceso dell’1% M/M, sostenuto da movimenti di mercato sfavorevoli.

L’asset management del resto rimane un’attività a carattere ciclico, con elevata sensibilità rispetto all’umore del mercato. Non c’era dubbio quindi che le attuali turbolenze, dovute al deterioramento del quadro macroeconomico, avrebbero avuto delle conseguenze.

La corsa verso i rifugi sicuri

Sono importanti spie di allarme di un umore che si è fatto sempre più cupo, e che sta spingendo i mercati verso gli asset rifugio (primo fra tutti il dollaro americano, giunto sui massimi di 20 anni). Del resto lo dimostra anche il crollo verticale delle borse europee, che nelle ultime settimane sono andate paurosamente a marcia indietro.

Rieprcussioni sui conti delle banche

Tutto questo influenzerà inevitabilmente anche i conti economici delle banche, visto che fare trading con volumi inferiori, va a comprimere fatalmente le commissioni. Le prospettive dei ricavi delle banche italiane quindi sono peggiorate. Inoltre l’allargamento degli spread sovrani italiani e il deterioramento economico generale potrebbero continuare ulteriormente a peggiorare il sentiment degli investitori.

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Mercati finanziari, la crisi erode anche il patrimonio dei super-ricchi

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  • 29 Giugno 2022

Il peso di una inflazione crescente, che costringe le banche centrali ad alzare i tassi di interesse, sta schiacciando i mercati finanziari globali.
Assieme ai timori recessivi riguardo all’economia mondiale, questi fattori stanno colpendo in modo violento i portafogli dei super ricchi del mondo, che si sono sgonfiati sensibilmente negli ultimi mesi.

Il contraccolpo sui mercati finanziari globali

mercati finanziariSecondo i dati pubblicati periodicamente dal Bloomberg Billionaires Index, le 500 persone più ricche del mondo hanno perso dall’inizio dell’anno 1.400 miliardi di dollari. Si tratta di una cifra shock, tenuto conto che equivale quasi al Pil della Russia interna (secondo la Banca mondiale nel 2020 ammontava a 1.483 miliardi).

Di questi, 345 miliardi di dollari sono stati persi dai primi cinque Paperoni del mondo. Inoltre ben 206 sono andati in fumo nella giornata di lunedì 13 giugno, che è stata terribile per i mercati azionari e ha prodotto esiti catastrofici per le strategie trading intraday dei maggiori hedge funds mondiali.

Il bilancio del 2022

I Paperoni del mondo legano le loro fortune all’andamento della propria compagnia o agli investimenti effettuati sui mercati finanziari, specialmente nel settore azionario. E così, se lo scorso anno il rally dei mercati finanziari avevano aumentato la popolazione dei ricchi di circa l’8%, quest’anno lo scenario è opposto.

Sia chiaro, nessuno di loro finirà sul lastrico, però è palese che nessuno vuole vedere il proprio portafoglio di investimenti diminuire del 20%. Per i clienti più facoltosi poi, il contraccolpo è maggiore perché si tratta di cifre imponenti.
Basta pensare che la persona più ricca del mondo, Elon Musk, ha visto il suo patrimonio personale ridursi di 64,5 miliardi di dollari dalla fine del 2021, portando il suo patrimonio netto a circa 206 miliardi di dollari. Ma batoste analoghe le hanno subite tutti, incluso i maggiori fondi di investimento come Blackrock, Elliott Wave, ecc

I dati globali

Complessivamente i dati mostrano che il numero di ricchi in Asia-Pacifico è diminuito del 4,2%, mentre in Europa sono cresciuti. Questo rende il Vecchio Continente la seconda area di presenza dei super-miliardari, dietro il Nord America che domina la graduatoria da dieci anni.
Eppure, gli americani che rientrano nel Bloomberg Billionaires Index hanno perso circa 760 miliardi di dollari quest’anno, di cui 690 miliardi dalla fine del primo trimestre.

Le perdite del mercato azionario hanno intaccato la quota di ricchezza controllata dal top 1% degli americani, che è scesa al 31,8% alla fine del primo trimestre rispetto al record del 32,2% di inizio anno.

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Economia e sostenibilità, la guerra fa finire i fattori ESG in secondo piano

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  • 31 Maggio 2022

Il tema della sostenibilità è stato cavalcato con vigore negli ultimi due anni. Anche e soprattutto sulla scia della pandemia da Covid. Ma adesso che l’inflazione galoppante e un’economia in frenata stanno minacciando gli utili societari, la questione ESG viene sbattuta in secondo piano. Perché la finanza di fronte al dubbio tra profitti e sostenibilità, sceglierà sempre i primi.

Il quadro nuovo dell’economia

economia sostenibileSenza dubbio l’invasione della Russia in Ucraina ha modificato gli scenari globali dell’economia. Ha rallentato la ripresa post-Covid, mentre ha spinto con forza la crescita dell’inflazione.
Questo nuovo panorama alimenta il timore che l’economia globale possa infilarsi dentro una spirale recessiva, minacciando così gli utili e i titoli societari.

Per questo gli asset manager stanno facendo una brusca retromarcia sulla questione ESG, ritenuta secondaria rispetto alla necessità di garantire la sicurezza energetica.

Il caso Black Rock

Il caso più eclatante riguarda il fondo di investimento BlackRock, il più grande gestore al mondo. Nel corso delle assemblee 2022, i gestori hanno preannunciato che non voteranno alcuna risoluzione che mira a imporre il rispetto degli impegni di decarbonizzazione. Di fronte al profitto, non c’è sensibilità che tenga.
In questo modo si mandano alle aziende fossili dei segnali operativi negativi: verrà dato il via libera a tanti nuovi progetti di investimento delle major nella ricerca ed estrazione di gas o petrolio.

Il caso Vanguard

Il ceo di Vanguard, Tim Buckley, secondo gestore al mondo per masse (8100 miliardi di dollari), ha candidamente ammesso al Financial Times che il primo compito dell’industria del risparmio gestito è di massimizzare i rendimenti a lungo termine per i clienti, e cercare di essere un  broker con spread più bassi. Il cambiamento non può essere un fine, ma solo un requisito nella scelta delle allocazioni. Ma visto l’attuale scenario dell’ecoonomia, Vanguard non escluderà i produttori di energia da fonti fossili dalle strategie di investimento, né stabilirà obiettivi intermedi di decarbonizzazione.

Le esigenze di sostenibilità possono quindi attendere, per adesso bisogna proteggere gli interessi degli azionisti.

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Banca Intesa Sanpaolo lancia “Incent Now” per favorire l’uso dei fondi del Pnrr

La possibilità di utilizzare i fondi del PNRR è un’arma importante per le imprese italiane per lasciarsi alle spalle la crisi innescata dalla pandemia.
Proprio per questo motivo Banca Intesa Sanpaolo ha lanciato una piattaforma digitale, che servirà proprio ad agevolare le imprese nell’utilizzo dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

La piattaforma Incent Now di Banca Intesa Sanpaolo

banca intesaLa piattaforma digitale lanciata da Banca Intesa si chiama Incent Now“. E’ stata realizzata con la collaborazione di Deloitte, una delle “big Four” del settore consulenza e revisione. Cosa fondamentale: l’accesso alla piattaforma digitale Incent Now è gratuita per i clienti di Banca Intesa Sanpaolo.

L’utilità della nuova piattaforma

La piattaforma verrà aggiornata costantemente con una serie importante di informazioni. Riguardano sia le misure, sia i bandi pubblici emanati dagli enti istituzionali (italiani ed europei) nell’ambito del Piano.
Grazie alla piattaforma Incent Now, le imprese otterranno consigli gratis in tempo reale riguardo tutte le opportunità che possono essere connesse al loro business, in base al profilo imprenditoriale del settore e al proprio ambito territoriale. Questo favorirà il concorso all’assegnazione dei fondi pubblici.

Le soluzioni assicurative e formative

Ma l’istituto non si fermerà soltanto acquisto. Infatti proporrà ai suoi clienti anche un panorama di soluzioni per facilitare l’accesso ai fondi. In questa gamma di soluzioni ci saranno prodotti di tipo assicurativo e formativo, ma anche l’anticipo di contributi a fondi perduto e l’acquisto di crediti fiscali, oltre al rilascio di fideiussioni. In pratica si farà tutto il possibile affinché si evitino quei failure swing che spesso impediscono l’accesso delle imprese ai sistemi di finanziamento.

Un plotone di oltre 1 milione di imprese

Il panorama di potenziali fruitori di questo servizio è di oltre un milione di unità. Infatti Banca Intesa potrà rendere accessibili a oltre 1.200.000 Pmi e micro-imprese, incluse circa 800 filiere.
Va inoltre ribadito che Banca Intesa, nell’ambito del Piano 2022-2025, intende anche supportare l’economia reale con un programma dedicato alle iniziative del Pnrr, mettendo a disposizione oltre 400 miliardi di euro di nuovi finanziamenti a medio-lungo termine, di cui 270 a favore del mondo delle imprese.

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Finanza, la guerra diventa un assist per le ambizioni della Cina

L’invasione della Russia in Ucraina può diventare un assist per le ambizioni della Cina nel mondo della finanza globale. Questa partita può diventare importantissima per il futuro di Pechino, nonostante la sua posizione sia assolutamente scomoda. Infatti da una parte ha legami ideologico-politici stretti con Mosca, ma dall’altra “dipende” dal commercio con il mondo occidentale.

Le conseguenze della guerra sulla Cina e sulla finanza

russia-cinaE’ abbastanza evidente che la Cina da decenni ambisce a rompere l’egemonia del dollaro sui mercati internazionali, creando un secondo polo che abbia il renminbi come riferimento. Non vuole scalzarlo, ma vuole porsi come alternativa forte.
Gli eventi delle ultime settimane favoriscono proprio la spinta verso un nuovo sistema finanziario globale, che si smarca dal dollaro e trova un nuovo fulcro nella valuta cinese.

Il sistema di pagamenti Cips

Questa spinta arriva dal Cips (‘Cross-Border Interbank Payments System’) che è il circuito di pagamento creato dalla Cina nel 2015 per fungere da alternativa allo Swift. Proprio l’esclusione dalla Russia da questo sistema, potrebbe fare da volano a quello alternativo cinese.
Il Cips ha circa 1.200 istituti membri in 100 paesi, quindi è ancora “leggero” nei pagamenti internazionali rispetto a Swift, che ha circa 11.000 membri.
Ma gli stessi media cinesi hanno messo in evidenza il fatto che l’espulsione di Mosca dallo Swift potrebbero spingere le istituzioni finanziarie russe a dover partecipare ai Cips.

Gli eventi spingono la Russia nelle braccia di Pechino

Bisogna infatti ricordare che lo scoppio della guerra ha provocato uno tsunami finanziario sulla Russia. Il paese è sull’orlo del default, mentre la moneta nazionale – il Rublo – è crollato del 30%. Nel frattempo invece il Renminbi continua a essere stabile rispetto al dollaro, nonostante la Cina stia vivendo una crescita economica in frenata.
Questo vuol dire che i mercati del fx trading (ossia i mercato delle valute) non guardano più alla valuta cinese come speculativa, ma come qualcosa di più solido di fronte alle turbolenze geopolitiche.

La reputazione crescente del Renminbi

La guerra dunque favorisce la globalizzazione del Renminbi e ne stimola l’utilizzo nel commercio internazionale e anche negli investimenti. Questi sono segnali operativi affidabili riguardo alla reputazione della Cina agli occhi dell’economia globale.
Questa è un’occasione unica per Pechino, che da tempo vuole rompere il dominio americano nei pagamenti nella finanza globale, malgrado non abbia la presunzione di ritenere il suo potere economico pari a quello americano.

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Banca d’Italia avverte: bisogna insegnare l’educazione finanziaria già a scuola

Come aveva già fatto altre volte in passato, la Banca d’Italia ha rilanciato l’allarme riguardo all’educazione economica e finanziaria dei cittadini italiani. Il nostro livello culturale in tema di finanza è troppo basso, al punto che si può parlare di diffusa ignoranza.

L’avvertimento lanciato dalla Banca d’Italia

banca italiaIl nostro istituto centrale ha lanciato nuovamente questo monito durante l’audizione in Commissione Istruzione pubblica al Senato di Magda Bianco, capo del dipartimento della tutela dei clienti dell’Istituto centrale. Banca d’Italia ha voluto rimarcare come il tema dell’alfabetizzazione finanziaria sia di estrema importanza a livello internazionale.

Infatti avere le competenze utili per poter compiere delle scelte economiche responsabili e consapevoli, è la base per costruire una partecipazione attiva dei cittadini alla vita economica del paese.
L’educazione finanziaria non è quindi qualcosa di utile solo al singolo individuo, ma all’intera collettività. Più la conoscenza è diffusa, più la stabilità finanziaria del sistema nel suo complesso risulterà agevolata.

Confronto europeo impietoso

Il tema dell’educazione finanziaria ed economica torna quindi nuovamente sul tavolo. Ancor più dopo che le recenti indagini hanno evidenziato il grado di arretratezza culturale degli italiani.
I cittadini del Belpaese hanno una educazione economica e finanziaria estremamente bassa rispetto ai loro colleghi europei.

Ci limitiamo alla conoscenza sommaria dei concetti più banali e semplici: inflazione e tasso di interesse, per dirne un paio. Ma si tratta veramente di pochi concetti. Quando il grado di complessità si fa leggermente più elevato, le risposte sono carenti e nella maggior parte assenti: in pochi sanno cos’è il tasso composto, cosa sono i contratti per differenza o peggio ancora le candele heikin ashi, un indicatore di flusso o un il margine operativo.

L’auspicio di Banca d’Italia

Per questo motivo la Banca d’Italia spinge affinché venga promossa l’educazione economica e finanziaria fin dai primi anni di scuola, come vorrebbero alcuni disegni di legge in discussione in Parlamento.

Tutto questo discorso assume maggior rilievo, vista la situazione attuale di grande difficoltà per il paese. Siamo ancora alle prese con le conseguenze drammatiche dovute alla pandemia. Inoltre  adesso gli scenari di guerra in Ucraina complicano ulteriormente tutto.
Bisogna scongiurare il rischio che l’educazione economica e finanziaria venga percepita come qualcosa che non sia prioritario ed essenziale, ma puramente accessorio. E’ la base per costruire un paese finanziariamente ed economicamente stabile nel suo complesso.

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Mercato del gas, ecco dove ci ha portato la dipendenza dalla Russia

L’invasione della Russia in Ucraina ha portato alla ribalta, in maniera feroce e urgente, il problema della fornitura sul mercato del gas.
La situazione energetica dell’intera Europa è infatti di eccessiva dipendenza dalla Russia. Ma non è così da oggi, bensì da anni. Il fatto di non aver affrontato questo problema quando si doveva, visto che era noto da molti anni oggi, è un boomerang con il quale dobbiamo fare i conti.

Le colpe europee sul mercato del gas

mercato del gasLe rotte sul mercato del gas russo non solo non hanno deviato, ma addirittura negli ultimi anni si sono intensificate. Anziché migliorare la situazione, l’abbiamo peggiorata.
Sotto questo punto di vista, l’Italia è uno dei paesi più legati a Mosca per ciò che riguarda la fornitura di gas naturale. Soltanto il 5% della domanda interna viene soddisfatto dalla produzione nazionale. Tutto il resto, ossia quasi tutto il gas che ci serve, lo acquistiamo sul mercato del gas mondiale.

Il ruolo dominante, manco a dirlo, è quello della Russia. Da Mosca arriva il 46% del gas che importiamo. L’Algeria ci fornisce poco meno del 19% del totale di quello importato. Il resto ce lo danno Qatar, Norvegia e Libia.

Rischio per le nostre forniture

Di fronte ai recenti avvenimenti, ci si chiede se questa situazione di dipendenza dalla Russia debba generare allarmi, perché è chiaro che ci sarà uno slippage importante nella fornitura. E ci si interroga su come il nostro paese potrebbe coprire l’eventuale buco della mancata fornitura di 33 miliardi di Smc russo.
Sebbene il sistema europeo delle scorte pare sia in grado di fronteggiare per un breve periodo un’eventuale interruzione delle forniture russe, è chiaro che il problema rimane e deve essere affrontato. Anche perché sostituire rapidamente le forniture russe è quasi impossibile.

La soluzione vera richiederà degli anni

Serviranno degli anni prima di ridurre in modo consistente la dipendenza Europea dal mercato del gas Russo. L’UE si sta muovendo per allargare il mercato, intavolando colloqui con Egitto, Azerbaijan e Nigeria. Ma è chiaro che questo sposterebbe il problema. Sono strategie intraday che non ci renderebbero indipendenti, ma solo meno dipendenti dalla Russia.
Il programma energetico è molto più ampio, e va affrontato ad ampio raggio coinvolgendo le rinnovabili, se si vuole evitare di spingere nuovamente sul fossile. Cosa che il governo sta già facendo, dato che è pronto a riattivare le centrali a carbone in fase di dismissione.

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Mercati, l’Authority ESMA avverte: rischi elevati, preoccupano i piccoli investitori

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  • 20 Febbraio 2022

Il clima sui mercati finanziari rimane molto nervoso. Come se non bastasse la faticosa ripresa dalla pandemia, a peggiorare la situazione ci sono le tensioni geopolitiche (specialmente in Ucraina). Questo è in sintesi il monito che viene lanciato dalla Esma (Autorità Europea degli strumenti finanziari e dei mercati).

Lo stato dei mercati secondo ESMA

esma mercatiNella primo report rilasciato dall’Authority in questo 2022, vengono messi in evidenza i fattori di rischio e le vulnerabilità dei mercati finanziari.
L’autorità Europea ha sottolineato come le condizioni complessive dell’economia stiano continuando a migliorare, ma rimangono ancora le incertezze riguardo all’impatto della crisi sanitaria. E rimane anche il timore che possano esserci nuove ondate.

Rischio correzioni

Questo fattore di incertezza, secondo la Esma, dovrebbe indurre gli operatori di mercato a considerare di correzioni anche brusche.
Del resto – sottolinea l’EMSA – già lo scorso anno ci sono stati due episodi di improvvisi sell-off. Il primo innescato dalla vicenda Evergrande, il secondo legato invece allo scoppio della variante Omicron.
Non bisogna quindi escludere che ci siano nuove escursioni di volatilità sui mercati finanziari. Questo discorso vale a maggior ragione alla luce delle tensioni geopolitiche crescenti in Ucraina.

Gli investitori al dettaglio sono più esposti

L’autorità Europea dei mercati esprime una profonda preoccupazione soprattutto per la categoria più debole degli investitori, ossia quelli al dettaglio.
La partecipazione di questi individui non professionisti ai mercati finanziari è andata crescendo nel corso degli ultimi anni. La convenienza e le caratteristiche abbastanza intuitive delle piattaforme di trading mobile, hanno ampliato la platea di investitori (tralasciando peraltro il problema di sapere se un broker è affidabile, ma questa è un’altra storia). L’Esma sottolinea però che questo amplia anche il panorama dei rischi, perché gli investitori non professionisti spesso sono anche poco consapevoli delle insidie dei mercati.
Si muovono con l’aspettativa di una crescita significativa dei prezzi, senza ponderare rischi associati.

Fattori ESG e crypto

L’autorità europea ha inoltre evidenziato come le aspettative di inflazione più elevate creino preoccupazioni riguardanti al rischio di duration.
Inoltre nel report si parla anche di finanza sostenibile. È evidente che è aumentato l’interesse degli investitori sui mercati finanziari riguardo i prodotti ESG. Gli indicatori di momentum che evidenziano l’interesse sono tutti in positivo.
Il patrimonio dei fondi sostenibili e così cresciuto del 9% nella seconda metà del 2021. Allo stesso tempo i mercati obbligazionari ESG sono cresciuti del 19%. Questo forte impulso genera preoccupazione, riguardo alla possibile sopravvalutazione degli asset finanziari grenn.

L’ultimo avvertimento lanciato da Esma riguarda poi il settore delle criptovalute. Sui mercati i movimenti di valute digitali hanno raggiunto un nuovo picco record, alimentato dall’appetito degli investitori verso asset più rischiosi, ma anche da parte dell’ingresso nel mercato degli investitori istituzionali.

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Investitori, la teoria dei cicli dice che il 2023 sarà l’anno più complicato

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  • 11 Febbraio 2022

Non c’è dubbio che la crisi pandemica abbia richiesto agli investitori degli approcci molto più cauti ed attenti. Sia nel 2020 che nel 2021 le sfide sono state tante, e sarà così anche nell’anno in corso. Però c’è chi li tiene che le complessità maggiori ci saranno a partire dal 2023, l’anno in cui si spera che la pandemia ce la saremo messi alle spalle.

L’anno complesso sarà il 2023

investitoriMa perché il 2023 potrebbe essere un anno insidioso per gli investitori?
La risposta va cercata nei precedenti cicli azionari, quelli avvenuti dagli anni Ottanta e durati un decennio ciascuno.
Ogni volta che si è compiuto un ciclo, c’è stata una prima fase di spensieratezza (quello che sta succedendo adesso), seguita da altre quattro fasi.

La prima è la paura del rialzo dei tassi di interesse, la seconda (al quarto o quinto anno del ciclo) è la paura dello spegnimento della crescita, indotta proprio dalle strette monetarie da parte delle banche centrali.
La terza fase insinua la paura per l’inflazione dopo, a seguito dell’ormai avvenuta normalizzazione delle politiche dei tassi di interesse.
Infine sopravviene la paura per gli utili, erosi dai maggiori costi, dal calo della domanda e dall’eccesso degli investimenti. In questa fase compaiono le classiche candele di inversione del trend.

L’inflazione scombina il quadro

Quello che segna una profonda differenza tra il ciclo attuale e quelli precedenti, riguarda proprio l’andamento delle fasi.
La paura dell’inflazione è infatti arrivata con netto anticipo, prima ancora che avvenisse la paura del rialzo dei tassi. Questo perché le banche centrali hanno innaffiato i mercati con rassicurazioni sulla temporaneità dell’inflazione.
Gli investitori potrebbero avere poco tempo per metabolizzare le ormai imminenti strette monetarie, per cui la fase della paura per la crescita potrebbe avvenire molto prima del previsto.

Questi meccanismi, infine, andrebbero poi innescare in anticipo anche la paura per gli utili. Quando? Nel 2023 appunto. Chi utilizza per app per giocare in borsa dovrà quindi fare molta attenzione l’anno prossimo, perché potrebbe essere quello più delicato. La paura per gli utili infatti si manifesterà prima del previsto.

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Mercati emergenti e Cina, due mondi così diversi da tenerli distinti

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  • 28 Gennaio 2022

La maggior parte degli investitori quando pensa ai mercati emergenti, è portato ad includere anche la Cina. Sebbene come impostazione concettuale sia corretta, la realtà dei fatti evidenzia che il paese del Dragone sia un mondo diverso rispetto agli altri emergenti. Sarebbe quindi più utile, almeno sotto il profilo finanziario, tenerli distinti.

La Cina e gli altri mercati emergenti

mercati emergentiAnche se la Cina è ben lontana dall’essere considerato un mercato sviluppato, non ha più neppure delle caratteristiche tali da poterlo assimilare ai mercati emergenti.
Le sue dimensioni, il suo potere economico e anche il grado di maturità della sua economia, sono fattori che non si riscontrano negli altri Paesi di questa categoria.

Proprio il ruolo sempre più importante che la Cina sta avendo nell’ambito commerciale internazionale, ha fatto sì che fungesse da motore per il resto dell’economia emergente. In tal modo ha dato un importante beneficio anche agli altri, perché li ha portati sotto i riflettori.
Lo dimostra il fatto che il numero di paesi che vengono inclusi nella categoria sia in crescita costante. Negli ultimi tre decenni è passato da 30 membri a 75 membri. Parallelamente, è cresciuto anche il mercato del loro debito, nonché la quota di debito globale riferito alle economie emergenti.

Il peso della Cina: giusto o eccessivo?

Tuttavia la Cina continua ad avere un peso molto differente. Benché le obbligazioni cinesi rappresentino soltanto il 10% dell’indice obbligazionario dei mercati emergenti, Pechino riesce ad attirare capitali da tutto il mondo. Sorge così il dubbiose tale “potere” non finirà per togliere spazio agli altri mercati emergenti. La Cina potrebbe cioè agire da market to limit.
Inoltre per le sue caratteristiche, il debito sovrano cinese non è correlato ad altre attività rischiose cinesi. Ha quindi già in sé delle caratteristiche di diversificazione per i portafogli obbligazionari.

Fondamentali

A livello di prospettive, la Cina comunque rimarrà un motore dell’economia globale, e questo giustifica il tenerla distinta dalle altre economie emergenti.
Va però precisato che i fondamentali economici e sociali degli altri paesi emergenti, fanno sperare che in futuro possano crescere. Di vista tecnico si parla di dragonfly doji.
Diciamo che la loro posizione è la stessa in cui si trovava la Cina tre decenni fa. Anche se non è lecito aspettarsi una crescita allo stesso ritmo impetuoso che ha avuto la Cina, possono comunque contare su una solida base.

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Fund manager, l’ottimismo è più forte di inflazione e pandemia

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  • 21 Gennaio 2022

La pandemia e l’inflazione sono i due argomenti caldi sui mercati finanziari. Due fattori che incidono in modo notevole sulle aspettative di esperti ed analisti. Eppure, nonostante questi due fattori siano molto rilevanti nell’ottica della ripresa economica post pandemica, a quanto pare i fund manager non sembrano essere spaventati più di tanto.

Le convinzioni dei fund manager

fund managerUn sondaggio condotto da Bank of America tra i gestori dei fondi, fa emergere infatti una visione molto ottimistica sui mercati, che si traduce in una posizione fortemente rialzista. Ciò vale soprattutto per quanto l’azionario e le materie prime.
In base ad i risultati del Global Fund Manager Survey, i fund manager si aspettano una frenata dell’inflazione nei prossimi mesi. Inoltre, nonostante le banche centrali stiano cominciando ad allentare le proprie politiche di sostegno, sono convinti che l’economia dovrebbe comunque viaggiare spedita.

Obbligazioni e azioni

È interessante notare come la prospettiva di una Federal Reserve più aggressiva, invece di spingere i Fund Manager verso il comparto obbligazionario (per via dei rendimenti più elevati) ha invece innescato un processo di rotazione all’interno del segmento azionario.
Più precisamente, c’è un disimpegno nei settori più cari, come quello tecnologico, mentre aumenta l‘impegno di quei settori ciclici, che potrebbero beneficiare di una forte ripresa economica e presentano gli indicatori leading più promettenti.
Tra i settori più apprezzati c’è quello bancario, il che si spiega con la prospettiva di un aumento dei tassi di interesse.

Rischio banche centrali

E’ altresì interessante notare come tra i rischi maggiori, i Fund Manager identificano soprattutto le banche centrali come una minaccia. Lo dice il 44%. Invece soltanto il 21% teme l’inflazione. Ancora più eclatante è la percentuale di coloro che temono lo scoppio di bolle speculative, che si ferma al 9%.

Eurozona meglio delle altre

Riguardo alle aree geografiche, i fund manager ritengono che l’area euro sarà quella in grado di marciare più spedita, sulla scorta della riapertura globale dei commerci. A conferma di ciò c’è l’intenzione manifestata dai Fund manager, di aumentare l’esposizione nell’area euro nei prossimi 12 mesi.
Minore appeal l’hanno invece i mercati emergenti, anche per via delle loro valute più volatili, e nonostante il più importante fra questi, ovvero la Cina, sia ritenuto invia di grande miglioramento.

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Risparmio gestito, le donne sono sempre più attratte dai Fondi comuni

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  • 9 Gennaio 2022

L’ultima fotografia relativa al risparmio gestito in Italia evidenzia dei dati molto interessanti, in particolare con riferimento alla partecipazione delle donne al mercato. Come evidenzia Assogestione, la presenza “rosa” tra i sottoscrittori è infatti in continuo aumento.

Gli ultimi dati sul risparmio gestito

risparmio gestitoLa prima cosa da evidenziare, è che l’investimento nei fondi comuni rimane lo strumento preferito dagli italiani. Quelli che hanno un gruzzoletto da parte, scelgono questa strada. Infatti un risparmiatore su 5 decide di impiegare i propri capitali nel risparmio gestito.
Complessivamente sono 11,5 milioni di persone che hanno deciso di aderire a un fondo comune di investimento.

Assai diffuso tra gli ultracinquantenni

Alcuni dati interessanti si evincono dall’analisi delle sottocategorie. Il 41% di chi sottoscrive un piano di risparmio gestito appartiene alla categoria dei boomer, ovvero i nati tra il 1946 e il 1964, gli anni del boom economico. A seguire ci sono i risparmiatori della Generazione X e gli ultra 75enni, che hanno rispettivamente il 27% e il 21% di partecipazione ai fondi comuni di investimento. Più indietro nella classifica ci sono i giovani i millennials, che hanno soltanto la 11% di partecipazione.

Cresce la presenza femminile

La tendenza più interessante riguarda però la sempre maggiore partecipazione delle donne. La classificazione di genere infatti evidenzia che mentre gli uomini rappresentano il 53% dei sottoscrittori dei fondi comuni di investimento, le donne salgono al 47%. Mancano quindi solo pochi punti percentuali per arrivare alla parità di genere.
Inoltre si riduce anche il divario riguardo all’importo medio impiegato. Le donne viaggiano sui 45 mila euro, gli uomini sui 49 mila. Minore dati si hanno invece riguardo al time frame trading, ossia il tempo in cui i fondi vengono tenuti impegnati.

Divario Nord-Sud

Se si appiana il divario di genere, non è così per quanto riguarda la distanza geografica. A livello territoriale infatti, gli indicatori di trend confermano che il risparmio gestito continua ad essere molto più robusto al Nord (peraltro con importi medi investiti pari o superiori alla media), dove risiede circa due terzi dei sottoscrittori, divisi tra il 38% nel Nord-Ovest e il 26% nel Nord-Est. Nel Centro risiede il 19% degli investitori, al Sud l’11% e il 5% nelle Isole.

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Aziende agrituristiche, continua il boom italiano nonostante la pandemia

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  • 29 Dicembre 2021

Malgrado la pandemia, il numero di aziende agrituristiche in Italia è cresciuto. Lo ha evidenziato l’ultimo rapporto dell’Istat, riferito al 2020. Quindi parliamo proprio dell’anno più difficile in riferimento alla crisi sanitaria, scoppiata proprio nei primi mesi del 2020.

I numeri delle aziende agrituristiche

aziende agrituristicheEbbene, in base ai dati resi noti dall’Istituto di Statistica, emerge che a fine 2020 il numero di aziende agrituristiche attive era 25.060. Rispetto al 2019 il numero è salito di 484 unità, questo significa una crescita del 2%. La crescita maggiore è nel Nord-est (+3,5%) e nel Sud (+3,4%).
La crisi pandemica da Covid-19 non ha quindi avuto ripercussioni negative sul numero delle aziende agrituristiche, che si muove in trend ascendente dal 2007. Peraltro gli indicatori che anticipano il trend suggeriscono che questa dinamica proseguirà anche nel 2021.

Un trend crescente di lungo periodo

Negli ultimi 13 anni infatti a livello nazionale c’è stata una crescita del numero di aziende agrituristiche in Italia del 41,4%. A livello numerico parliamo di circa 7.340 strutture in più.
Il trend crescente non è stato uniforme. Infatti è stato molto pronunciato al Nord-ovest, dove la crescita ha raggiunto il 61,3%, seguito poi dal +45,6% nel Centro, +41,9% nelle Isole, +36,2% nel Sud e +30,2% nel Nord-est.

Maggiore diffusione territoriale

Questa dinamica positiva del settore agrituristico, non è soltanto di tipo quantitativo ma anche sotto il profilo della diffusione.
Infatti nel 2020 più della metà dei comuni italiani (63%) ospita almeno un agriturismo (58% nel 2011). I comuni con almeno un agriturismo sono 4.979. Inoltre in alcune regioni, come Toscana e Umbria, il 97% dei comuni della regione ha aziende agrituristiche sul territorio.

Va peraltro sottolineato che la crescita maggiore c’è stata in quelle aree dove le aziende agrituristiche erano poco presenti. Il che significa che è in corso un processo di convergenza territoriale tra le diverse aree del Paese. Andiamo quindi verso uno zero spread tra diverse zone del Paese.

Altro dato interessante è che oltre due terzi degli agriturismi multifunzionali, ovvero quelli che presentano almeno tre tipologie di attività, offre alloggio e/o ristorazione.

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Green economy, l’Italia è tra i Paesi che (in teoria) potrebbero essere favoriti

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  • 16 Dicembre 2021

Il mondo è entrato in una fase importante, virando con decisione verso la green economy. Le sfide in ottica “verdesono tante e complesse, e coinvolgono tutti i Paesi. Ma non sono tutti sullo stesso piano.
Infatti come in tutti i passaggi storici ci sono vincitori e vinti, e accadrà così anche in questo caso.

La sfida della green economy

green economySe per il combustibile fossile, petrolio in primis, ci sono in tutta chiarezza alcune zone del mondo decisamente avvantaggiate da madre natura, anche l’energia verde presenta Paesi che possono essere più favoriti da altri. Insomma anche nella virata verso la green economy non sono tutti sullo stesso piano.
Poi è chiaro che molto dipende anche da come verranno colte certe situazioni e opportunità, da come si riuscirà ad agganciare l’uncino di Ross economico.

Paesi favoriti

Quello che bisogna chiedersi è chi saranno i beneficiari della transizione verso la green economy?
In base a uno studio realizzato dall’Università di Oxford, anche l’Italia figura tra i paesi favoriti. Assieme a noi ci sono Germania, Spagna, Stati Uniti e Cina. Potrebbero essere questi i veri market maker della rivoluzione verde.

Nel report  intitolato “Predictors of Success in a Greening World”, sono questi paesi ad essere identificati come i maggiori beneficiari dalla transizione ecologica. Tutto questo grazie alle loro forti competenze produttive e tecnologiche in ambito green.

Cogliere le opportunità

Bisogna evidenziare che se in assoluto il potenziale di sviluppo della green economy è migliore in questi Paesi, quanto poi esso si tradurrà in effettivi vantaggi competitivi è tutto da vedere.
Ad esempio, saranno importantissime le differenze di budget per la ripresa post-pandemia, in special modo quanta parte sarà destinata a trainare i cambiamenti nelle competenze green in futuro. L’Italia in questo senso ha un budget relativamente basso, meno dello 0,1% del PIL. Stati Uniti, Germania e Cina invece investono fino all’1% del PIL nella ripresa verde.

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Inflazione alta, la BCE è sempre più stretta all’angolo

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  • 3 Dicembre 2021

La crescita dell’inflazione aumenta la pressione dei falchi all’interno della BCE. Per chi non lo sapesse, i falchi sono i sostenitori di una politica monetaria più aggressiva. Questo si traduce in minori stimoli e tassi di interesse più alti.
A loro si contrappongono le colombe, ossia coloro che chiedono un sostegno forte per continuare il percorso di uscita dalla crisi Covid.

La gestione complicata dell’inflazione

L’ago della bilancia tra queste due anime contrastanti è rappresentato dall’inflazione. Fin quando continuava a viaggiare sotto il livello ritenuto accettabile dalla BCE, ossia il 2%, la posizione delle colombe era solidissima. Negli ultimi mesi però lo scenario ha cominciato a cambiare.

Gli ultimi dati

inflazioneLa ripresa post Covid ha acuito la pressione sui prezzi delle materie prime e dell’energia. Il gas naturale e il petrolio sono arrivati a livelli altissimi, seguendo un doppio supertrend (ossia sul breve e sul medio periodo), prima di ripiegare solo leggermente.
Questo ha spinto verso l’alto l’inflazione al consumo. Secondo l’ultima stima pubblicata da Eurostat, nei Paesi dell’Eurozona il tasso di crescita è più del doppio rispetto all’obiettivo dichiarato della Bce. Per la precisione 4,9%, con un ulteriore aumento rispetto al 4,1% di ottobre.
Un record mai registrato dall’inizio delle serie statistiche di Eurostat nel 1997.

Non è più temporanea

Finora la banca centrale si era allineata ala FED americana, sostenendo che l’inflazione alta fosse un fenomeno temporaneo. Una scusa che ha cominciato a vacillare da tempo, e adesso perde anche la spalla della FED. Nei giorni scorsi infatti Powell ha chiarito: “è ora di smettere di paralre di inflazione temporanea“.
La naturale conseguenza è che adesso i falchi dell’Eurozona premono per una stretta.

Conto alla rovescia per la BCE

La Bce per adesso resiste, affermando che l’inflazione ha raggiunto il picco proprio questo mese, e da ora in poi dovrebbe calare. Per questo si arrocca per difendere i tassi di interesse bassi. Come seguendo una strategia martingala, la BCE raddoppia ogni volta la posta della sua credibilità.
Ma è una posizione che si sta sgretolando, e già da gennaio potrebbe imporre un cambiamento.

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Fondi monetari, deflussi record su aumento appettito al rischio dei mercati

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  • 23 Novembre 2021

Nonostante la forte ripresa dei contagi da Covid, l’umore dei mercati finanziari si è soltanto intiepidito ma non c’è alcuna paura tra gli oepratori. A dimostrare l’esistenza di questo sentiment è un dato importante: i flussi verso i fondi monetari sono crollati al livello minimo storico.

L’appeal dei fondi monetari

fondi monetariPrima di comprendere quale significato si nasconde dietro tale dato, bisogna ricordare cosa sono i fondi monetari.
Si tratta di fondi comuni di investimento il cui patrimonio, per statuto, deve essere investito in strumenti finanziari di debito a breve termine, come BOT o pronti contro termine, con scadenza inferiore a 12 mesi. Si tratta quindi di impieghi di capitale con rischio molto contenuto.

La conseguenza logica di questo dato è che se i fondi monetari hanno perso appeal, vuol dire che gli operatori stanno diventando propensi a rischiare di più. Questa constatazione viene anche confermata dai recenti rally dei mercati azionari, che forse sono l’indicatore affidabile più importante. I titoli quotati in Borsa sono infatti gli asset di rischio più noti, giacché sono i più volatili.
I fondi azionari peraltro hanno accumuato 19 miliardi di euro di afflussi netti a settembre.

L’industria del risparmio gestito

Per quanto riguarda il risparmio gestito nel suo complesso, a fine settembre il patrimonio gestito complessivo dell’industria europea era di 20.837 miliardi di euro, in calo dell’1,2% rispetto ad agosto.
A settembre la raccolta di fondi aperti e fondi alternativi si è attestata a 9 miliardi di euro, in calo rispetto ai 53 miliardi di agosto.
Quelli aperti hanno subito un deflusso di 3 miliardi (ad agosto erano invece cresciuti), mentre quelli alternativi sono schizzati di 13 miliardi di euro (ad agosto erano invece calati).

Ma come detto tra i vari fondi, quelli che spiccano di più sono i fondi monetari, che hanno registrato a settembre i maggiori deflussi mai osservati. I market maker comunicano infatti che hanno chiuso il mese con fuoriuscite pari a 57 miliardi di euro, rispetto ad afflussi per 11 miliardi ad agosto.

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Premio Nobel, festa italiana con Giorgio Parisi. Quanto guadagnerà?

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  • 16 Novembre 2021

Qualche settimana fa l’Italia ha vissuto una nuova soddisfazione. Infatti il 73enne Giorgio Parisi è stato insignito del premio Nobel per la Fisica per le sue ricerche sui sistemi complessi. Al di là dell’altissimo valore scientifico, visto il prestigio e la notorietà del premio Nobel, c’è anche un bel guadagno in denaro.

Che guadagno frutta un premio Nobel?

pemio nobelVa precisato che l’accademia svedese non ha ancora reso ancora noti i compensi. Per questo motivo possiamo solo fare ragionamenti teorici. Tuttavia, non andremo molto lontani dalla realtà.

Il Nobel prevede l’assegnazione di una somma di denaro, come espressa volontà testamentaria di Alfred Nobel. Dal 2017 il premio riconosce un compenso fino a 9 milioni di corone (quasi 900mila euro) al vincitore.

Va precisato che nel caso in cui ci sia più di un vincitore per categoria, il guadagno viene diviso equamente.

Vincitori di gruppo

E’ proprio questo il caso di Giorgio Parisi. Il fisico romano infatti non è stato il solo a ricevere il premio per la Fisica. Con lui è stata premiata una coppia di studiosi, altre mani forti della scienza: Syukuro Manabe e Klaus Hasselman.

Il motivo per cui il premio è stato diviso a metà, sta nel fatto che i loro studi hanno tutti riguardato i sistemi complessi. Syukuro Manabe e Klaus Hasselman hanno studiato il clima e il meteo. Il sistema complesso studiato da Parisi invece riguarda i sistemi fisici “dalla scala atomica a quella planetaria”.

Gli studi dei tre premi Nobel

Il giapponese Syukuro Manabe è riuscito a dimostrare il rapporto tra l’anidride carbonica presente in atmosfera e l’effetto serra. Altri scienziati c’erano riusciti prima di lui, tuttavia Manabe ha costruito un convincente modello fisico in grado di spiegarlo. Tale modello gli permise anche di prevedere che se la concentrazione di anidride carbonica fosse raddoppiata, avremmo assistito a un aumento della temperatura media della Terra di 2 °C. Un previsione che si è dimostrata sostanzialmente esatta.

Ampliando gli studi di Manabe, il tedesco Klaus Hasselmann ha identificato molti dei fattori che erano coinvolti nella grande varietà del tempo meteorologici sulla Terra, dimostrando che un fenomeno apparentemente caotico come il meteo, in realtà può essere descritto con la matematica e la fisica. Hasselmann creò un modello climatico stocastico, dove la casualità è incorporata nel modello stesso. Hasselman e Manabe sono quindi tra le fondamenta della modellizzazione del clima che abbiamo imparato a conoscere in questi anni.

Giorgio Parisi si è invece dedicato a un particolare tipo di sistema complesso, chiamato vetro di spin. Senza addentrarci nel discorso tecnico, possiamo dire soltanto che lo studio di Parisi è riuscito a influenzare non solo la fisica, ma anche la matematica, la biologia, le neuroscienze e l’apprendimento automatico.

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Inflazione, un incubo non soltanto per le banche centrali

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  • 10 Novembre 2021

Per le banche centrali è cominciato un percorso lungo una “nuova normalità”. Ma questo scenario ha dei contorni che non sono ancora ben definiti.
Di sicuro è partita la riduzione delle misure di emergenza legate alla pandemia, sotto la pressione della crescita dell’inflazione.
Tuttavia la parola chiave rimane “pazienza”, e i diversi istituti centrali stanno seguendo approcci differenti.

Il tema caldo è l’inflazione

inflazioneLa FED ha appena formalizzato l’annuncio del tapering, e ridurrà gli acquisti di 15 miliardi di dollari al mese. Di questo passo, a metà del 2022 finirà il suo quantitative easing. Tuttavia non parla ancora di rialzo dei tassi di interesse, malgrado la narrativa transitoria parlando d’inflazione stia cambiando.
La BCE, la Banca Centrale Svizzera e quella giapponese sono invece all’altro estremo dello spettro: per adesso non si muovono.

Un problema per banche centrali e asset manager

L’inflazione però non è più soltanto un problema delle banche centrali. Se per oltre un decennio non è stata mai considerata tra i principali rischi sui mercati finanziari, adesso il suo ruolo diventa importante anche per gli opera o fa l’interemdiario.
Sebbene le pressioni inflazionistiche siano ancora considerate in larga parte temporanee, lo scenario potrebbe cambiare. Non c’è certezza che il picco di inflazione sia temporaneo.

I nuovi strumenti protettivi

Per questo motivo gli asset strategist dei broker autorizzati si sono messi in posizione d’allerta, e stanno riallocando il portafoglio alla luce della possibilità di un’inflazione potenzialmente persistente. Tre sono le asset class privilegiate in questo scenario.

In primo luogo i bond sovrani inflation-linked (ILB), che sono strutturalemente connessi all’andamento dell’inflazione, poiché indicizzati al livello dei prezzi. il vero problema è che uesta “protezione” costa cara, visto che il loro costo in molti mercati è alto. In sostanza, offrono rendimenti che al netto dell’inflazione sono bassi o negativi.

Azioni cicliche e asset ad altro rischio

Il secondo strumento sono le azioni cicliche, ossia quelle che seguono l’andamento del ciclo economico. L’inflazione si associa a una fase espansiva dell’economia globale, e alcuni titoli tendono a performare bene in un contesto di prezzi crescenti. Sono i titoli value.

Il terzo strumento protettivo sono gli asset ad alto rendimento. Ad esempio i bond globali high yield e oppure i titoli di debito dei mercati emergenti, al limite anche gli Etf mercati emergenti. Dal momento che offrono rendimenti molto elevati, possono superare l’effetto erosivo dell’inflazione.

A prescindere da quello che scelgono di fare, va ribadito comunque che è impossibile avere certezze sul livello di inflazione dei prossimi anni, ma in molti casi è meglio muoversi per tempo piuttosto che aspettare.

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Obbligazioni, il boom visto nel 2021 sta frenando. Il 2002 sarà l’anno della verità

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  • 31 Ottobre 2021

A causa della pandemia, tutte le banche centrali hanno dovuto tagliare i tassi per agevolare la ripresa economica. Costi di finanziamento più bassi infatti agevolano l’accesso al credito e la circolazione di liquidità. Due fattori necessari per fare “girare” l’economia.
L’epoca dei tassi bassi ha avuto come conseguenza la crescita delle emissioni di obbligazioni a livello globale.

La spinta all’emissioni di obbligazioni

obbligazioniQuesta tendenza va avanti da molti mesi, e dovrebbe continuare ancora per diverso tempo. Probabilmente per tutto l’anno in corso le aziende che necessitano di risorse, sfrutteranno il trend following positivo per reperire risorse sui mercati attraverso le obbligazioni.
Soltanto nel 2022 si dovrebbe assistere ad una frenata, perché presumibilmente peggioreranno le condizioni di finanziamento.

Nonostante questo calo atteso, secondo il report di S&P Global Ratings,si resterà in linea con le tendenze di lungo periodo. Insomma, ci sarà una correzione rispetto ai livelli recenti, ma non sarà un vero e proprio rimbalzo dai livelli eccezionali del 2020 e del 2021.

Fusioni e riforma fiscale Usa

A spingere le emissioni globali di obbligazioni è stata anche la nuova ondata di fusioni e acquisizioni aziendali (M&A), che spesso vengono finanziate proprio tramite i bond.
Inoltre diverse aziende cercano di anticipare la prevista riforma fiscale negli Stati Uniti e una crescente aspettativa che i tassi di interesse aumenteranno nel 2022.

Prospettive

Proprio l’andamento globale futuro delle operazioni di M&A, ma anche le incertezze sulla potenziale riforma delle infrastrutture e delle tasse negli Stati Uniti, rendono più incerto lo scenario delle emissioni obbligazionarie in futuro. Va pure tenuto conto degli sforzi della Cina per ridurre la dipendenza dal debito.
Bisognerà quindi tenere conto dei segnali operativi che ci manderà il mercato nel prossimo periodo, per comprendere se il trend positivo di emissioni di obbligazioni continuerà.

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