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Fondi monetari, deflussi record su aumento appettito al rischio dei mercati

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  • 23 Novembre 2021

Nonostante la forte ripresa dei contagi da Covid, l’umore dei mercati finanziari si è soltanto intiepidito ma non c’è alcuna paura tra gli oepratori. A dimostrare l’esistenza di questo sentiment è un dato importante: i flussi verso i fondi monetari sono crollati al livello minimo storico.

L’appeal dei fondi monetari

fondi monetariPrima di comprendere quale significato si nasconde dietro tale dato, bisogna ricordare cosa sono i fondi monetari.
Si tratta di fondi comuni di investimento il cui patrimonio, per statuto, deve essere investito in strumenti finanziari di debito a breve termine, come BOT o pronti contro termine, con scadenza inferiore a 12 mesi. Si tratta quindi di impieghi di capitale con rischio molto contenuto.

La conseguenza logica di questo dato è che se i fondi monetari hanno perso appeal, vuol dire che gli operatori stanno diventando propensi a rischiare di più. Questa constatazione viene anche confermata dai recenti rally dei mercati azionari, che forse sono l’indicatore affidabile più importante. I titoli quotati in Borsa sono infatti gli asset di rischio più noti, giacché sono i più volatili.
I fondi azionari peraltro hanno accumuato 19 miliardi di euro di afflussi netti a settembre.

L’industria del risparmio gestito

Per quanto riguarda il risparmio gestito nel suo complesso, a fine settembre il patrimonio gestito complessivo dell’industria europea era di 20.837 miliardi di euro, in calo dell’1,2% rispetto ad agosto.
A settembre la raccolta di fondi aperti e fondi alternativi si è attestata a 9 miliardi di euro, in calo rispetto ai 53 miliardi di agosto.
Quelli aperti hanno subito un deflusso di 3 miliardi (ad agosto erano invece cresciuti), mentre quelli alternativi sono schizzati di 13 miliardi di euro (ad agosto erano invece calati).

Ma come detto tra i vari fondi, quelli che spiccano di più sono i fondi monetari, che hanno registrato a settembre i maggiori deflussi mai osservati. I market maker comunicano infatti che hanno chiuso il mese con fuoriuscite pari a 57 miliardi di euro, rispetto ad afflussi per 11 miliardi ad agosto.

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Premio Nobel, festa italiana con Giorgio Parisi. Quanto guadagnerà?

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  • 16 Novembre 2021

Qualche settimana fa l’Italia ha vissuto una nuova soddisfazione. Infatti il 73enne Giorgio Parisi è stato insignito del premio Nobel per la Fisica per le sue ricerche sui sistemi complessi. Al di là dell’altissimo valore scientifico, visto il prestigio e la notorietà del premio Nobel, c’è anche un bel guadagno in denaro.

Che guadagno frutta un premio Nobel?

pemio nobelVa precisato che l’accademia svedese non ha ancora reso ancora noti i compensi. Per questo motivo possiamo solo fare ragionamenti teorici. Tuttavia, non andremo molto lontani dalla realtà.

Il Nobel prevede l’assegnazione di una somma di denaro, come espressa volontà testamentaria di Alfred Nobel. Dal 2017 il premio riconosce un compenso fino a 9 milioni di corone (quasi 900mila euro) al vincitore.

Va precisato che nel caso in cui ci sia più di un vincitore per categoria, il guadagno viene diviso equamente.

Vincitori di gruppo

E’ proprio questo il caso di Giorgio Parisi. Il fisico romano infatti non è stato il solo a ricevere il premio per la Fisica. Con lui è stata premiata una coppia di studiosi, altre mani forti della scienza: Syukuro Manabe e Klaus Hasselman.

Il motivo per cui il premio è stato diviso a metà, sta nel fatto che i loro studi hanno tutti riguardato i sistemi complessi. Syukuro Manabe e Klaus Hasselman hanno studiato il clima e il meteo. Il sistema complesso studiato da Parisi invece riguarda i sistemi fisici “dalla scala atomica a quella planetaria”.

Gli studi dei tre premi Nobel

Il giapponese Syukuro Manabe è riuscito a dimostrare il rapporto tra l’anidride carbonica presente in atmosfera e l’effetto serra. Altri scienziati c’erano riusciti prima di lui, tuttavia Manabe ha costruito un convincente modello fisico in grado di spiegarlo. Tale modello gli permise anche di prevedere che se la concentrazione di anidride carbonica fosse raddoppiata, avremmo assistito a un aumento della temperatura media della Terra di 2 °C. Un previsione che si è dimostrata sostanzialmente esatta.

Ampliando gli studi di Manabe, il tedesco Klaus Hasselmann ha identificato molti dei fattori che erano coinvolti nella grande varietà del tempo meteorologici sulla Terra, dimostrando che un fenomeno apparentemente caotico come il meteo, in realtà può essere descritto con la matematica e la fisica. Hasselmann creò un modello climatico stocastico, dove la casualità è incorporata nel modello stesso. Hasselman e Manabe sono quindi tra le fondamenta della modellizzazione del clima che abbiamo imparato a conoscere in questi anni.

Giorgio Parisi si è invece dedicato a un particolare tipo di sistema complesso, chiamato vetro di spin. Senza addentrarci nel discorso tecnico, possiamo dire soltanto che lo studio di Parisi è riuscito a influenzare non solo la fisica, ma anche la matematica, la biologia, le neuroscienze e l’apprendimento automatico.

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Inflazione, un incubo non soltanto per le banche centrali

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  • 10 Novembre 2021

Per le banche centrali è cominciato un percorso lungo una “nuova normalità”. Ma questo scenario ha dei contorni che non sono ancora ben definiti.
Di sicuro è partita la riduzione delle misure di emergenza legate alla pandemia, sotto la pressione della crescita dell’inflazione.
Tuttavia la parola chiave rimane “pazienza”, e i diversi istituti centrali stanno seguendo approcci differenti.

Il tema caldo è l’inflazione

inflazioneLa FED ha appena formalizzato l’annuncio del tapering, e ridurrà gli acquisti di 15 miliardi di dollari al mese. Di questo passo, a metà del 2022 finirà il suo quantitative easing. Tuttavia non parla ancora di rialzo dei tassi di interesse, malgrado la narrativa transitoria parlando d’inflazione stia cambiando.
La BCE, la Banca Centrale Svizzera e quella giapponese sono invece all’altro estremo dello spettro: per adesso non si muovono.

Un problema per banche centrali e asset manager

L’inflazione però non è più soltanto un problema delle banche centrali. Se per oltre un decennio non è stata mai considerata tra i principali rischi sui mercati finanziari, adesso il suo ruolo diventa importante anche per gli opera o fa l’interemdiario.
Sebbene le pressioni inflazionistiche siano ancora considerate in larga parte temporanee, lo scenario potrebbe cambiare. Non c’è certezza che il picco di inflazione sia temporaneo.

I nuovi strumenti protettivi

Per questo motivo gli asset strategist dei broker autorizzati si sono messi in posizione d’allerta, e stanno riallocando il portafoglio alla luce della possibilità di un’inflazione potenzialmente persistente. Tre sono le asset class privilegiate in questo scenario.

In primo luogo i bond sovrani inflation-linked (ILB), che sono strutturalemente connessi all’andamento dell’inflazione, poiché indicizzati al livello dei prezzi. il vero problema è che uesta “protezione” costa cara, visto che il loro costo in molti mercati è alto. In sostanza, offrono rendimenti che al netto dell’inflazione sono bassi o negativi.

Azioni cicliche e asset ad altro rischio

Il secondo strumento sono le azioni cicliche, ossia quelle che seguono l’andamento del ciclo economico. L’inflazione si associa a una fase espansiva dell’economia globale, e alcuni titoli tendono a performare bene in un contesto di prezzi crescenti. Sono i titoli value.

Il terzo strumento protettivo sono gli asset ad alto rendimento. Ad esempio i bond globali high yield e oppure i titoli di debito dei mercati emergenti, al limite anche gli Etf mercati emergenti. Dal momento che offrono rendimenti molto elevati, possono superare l’effetto erosivo dell’inflazione.

A prescindere da quello che scelgono di fare, va ribadito comunque che è impossibile avere certezze sul livello di inflazione dei prossimi anni, ma in molti casi è meglio muoversi per tempo piuttosto che aspettare.

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Obbligazioni, il boom visto nel 2021 sta frenando. Il 2002 sarà l’anno della verità

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  • 31 Ottobre 2021

A causa della pandemia, tutte le banche centrali hanno dovuto tagliare i tassi per agevolare la ripresa economica. Costi di finanziamento più bassi infatti agevolano l’accesso al credito e la circolazione di liquidità. Due fattori necessari per fare “girare” l’economia.
L’epoca dei tassi bassi ha avuto come conseguenza la crescita delle emissioni di obbligazioni a livello globale.

La spinta all’emissioni di obbligazioni

obbligazioniQuesta tendenza va avanti da molti mesi, e dovrebbe continuare ancora per diverso tempo. Probabilmente per tutto l’anno in corso le aziende che necessitano di risorse, sfrutteranno il trend following positivo per reperire risorse sui mercati attraverso le obbligazioni.
Soltanto nel 2022 si dovrebbe assistere ad una frenata, perché presumibilmente peggioreranno le condizioni di finanziamento.

Nonostante questo calo atteso, secondo il report di S&P Global Ratings,si resterà in linea con le tendenze di lungo periodo. Insomma, ci sarà una correzione rispetto ai livelli recenti, ma non sarà un vero e proprio rimbalzo dai livelli eccezionali del 2020 e del 2021.

Fusioni e riforma fiscale Usa

A spingere le emissioni globali di obbligazioni è stata anche la nuova ondata di fusioni e acquisizioni aziendali (M&A), che spesso vengono finanziate proprio tramite i bond.
Inoltre diverse aziende cercano di anticipare la prevista riforma fiscale negli Stati Uniti e una crescente aspettativa che i tassi di interesse aumenteranno nel 2022.

Prospettive

Proprio l’andamento globale futuro delle operazioni di M&A, ma anche le incertezze sulla potenziale riforma delle infrastrutture e delle tasse negli Stati Uniti, rendono più incerto lo scenario delle emissioni obbligazionarie in futuro. Va pure tenuto conto degli sforzi della Cina per ridurre la dipendenza dal debito.
Bisognerà quindi tenere conto dei segnali operativi che ci manderà il mercato nel prossimo periodo, per comprendere se il trend positivo di emissioni di obbligazioni continuerà.

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Prezzi dell’energia in rally anche per la lentezza sulle rinnovabili

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  • 15 Ottobre 2021

Da inizio estate a oggi, la corsa dei prezzi dell’energia è stata un susseguirsi di accelerate. E gli effetti si sono visti anche in bolletta, dal momento che a inizio ottobre sono scattati dei rincari superiori tra 17 e 30% per gas ed elettricità.
Ma il caro energia si sta ripercuotendo sull’intero mondo produttivo, proprio adesso che invece servirebbe che viaggiasse a briglie sciolte dopo la crisi Covid.

Lo shock dei prezzi dell’energia

energia rinnovabileL’energia che costa cara è però frutto dei nostri errori, perché la soluzione contro la corsa dei prezzi dell’energia la conosciamo da tempo ed è una soltanto: accelerare sulle rinnovabili.
L’Unione Europea da tempo spinge perché tutti seguano questo percorso, e si è fissato come obiettivo ambizioso di transizione energetica la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra di almeno il 55% entro il 2030.

Nucleare? No grazie

Evidentemente però il 2030 è una data ancora troppo lontana per alleviare i nostri problemi di oggi, che sono pesnatissimi e rischiano di frenare la ripresa post-Covid per diverso tempo. Adesso servono strategie a breve termine, che non però possono passare per il nucleare, come chiesto da dieci Paesi europei alla Commissione. Sarà pure una tecnologia a emissioni zero, ma il nucleare di nuova generazione richiede anni e una maturità tecnologica.

L’Italia sta messa male

Nel frattempo i prezzi dell’energia rimangono molto elevati, con il petrolio che resta sopra quota 80 dollari al barile e oscilla tra diversi frattali positivi, mentre il costo del gas è ostaggio del “braccio di ferro” tra Mosca e Bruxelles.

L’Italia in questo quadro come si colloca? Male. Per centrare gli obiettivi del Pnrr, dovremo installare 70mila megawatt di energie rinnovabili. In pratica circa 7mila l’anno. Il nostro percorso invece procede a un ritmo di 1000 megawatt all’anno. Di questo passo, per centrare il target fissato da Bruxelles, ci servirebbero 40 o 50 anni in più. Colpa anche dalla burocrazia, che da noi impiega 5 anni per autorizzare un parco eolico, mentre altrove basta un anno.

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Imprese italiane, che batosta: i rincari delle materie prime costano 46,2 mld l’anno

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  • 13 Ottobre 2021

I prezzi delle materie prime che salgono, creano un bel problema alle piccole e medie imprese italiane. Molte di esse infatti stanno vivendo una impennata dei costi di produzione, che alla fine si trasmette sul fatturato. E in definitiva questo mina la già difficile ripresa nell’era post-Covid.

Un grosso problema per le imprese italiane

impreseOccorre rimarcare che le piccole e medie imprese italiane sono circa 848mila, e impiegano oltre 3 milioni di addetti. Se vanno in difficoltà loro, va in difficoltà tutta l’economia.
Anche perché l’aumento dei costi da sostenere si traduce in un minor valore aggiunto e in una minore propensione ad investire. Ciò compromette i processi di innovazione ma anche i progressi nel lavoro, visto che le aziende in alcuni casi sono costrette a utilizzare gli ammortizzatori sociali, nonostante la ripresa degli ordinativi.

Prezzi delle materie prime alle stelle

Secondo gli ultimi dati, durante il mese di agosto i prezzi delle materie prime hanno avuto un incremento del 31,9% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Non si tratta soltanto di energia, ma anche di materie prime non energetiche. Ma quel che è peggio è che gli indicatori inversione trend non danno ancora segnali che la situazione a berve cambierà.
Alla fine tutto questo aumento si traduce in un peso di ben 46,2 miliardi su base annua. Di questi, la maggior parte (29,8 miliardi) finisce per gravare sulle piccole imprese della manifattura no food. Altri 12,1 miliardi colpiscono le aziende che operano nel settore delle costruzioni. I restanti 4,3 miliardi si abbattono sulle aziende impegnate nella produzione alimentare.

C’è chi deve fermare la produzione

Per alcune piccole imprese (e parliamo anche di aziende famose nel mondo) si tratta di una batosta per il bilancio. Ma in molti casi anche per la produzione stessa. Il prezzo troppo elevato delle materie prime infatti, rende impossibile l’approvigionamento di tutto quello che occorre per l’attività.

Spesso accade che le aziende devono rinunciare a lavorare, per via delle materie prime troppo care e spesso introvabili. In particolare questo accade nel mondo delle costruzioni. Secondo alcuni dati, quasi una impresa su 10 ha affermato di avere problemi a lavorare per via della scarsità di materiali.
Bisogna rimarcare che sulle materie prime sono anche in atto delle manovre speculative. Insomma, sui rincari c’è chi ci sta marciando.

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Economia messicana, che trasformazione in 12 mesi (malgrado il Covid)

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  • 24 Settembre 2021

Guardando lo stato dell’economia messicana 12 mesi fa e guardandolo adesso, si stenterebbe a credere che sia lo stesso Paese. Soprattutto perché di mezzo c’è la pandemia.
Un anno fa le prospettive per il paese centroamericano erano terribili, ma ora la situazione è ben diversa.

La trasformazione dell’economia messicana

economia messicanaTra aprile e giugno l’economia messicana è cresciuta al ritmo del 19,7% su base annua (su base trimestrale la crescita è stata invece dell’1,5%), ed è chiaramente migliorata anche la fiducia dei consumatori grazie alla riduzione delle restrizioni dovute al Covid. Inoltre la campagna di vaccinazione, anche se cominciata in ritardo, sta progredendo a ritmo sostenuto.

Il Messico ha beneficiato di “rimbalzo” anche della ripresa dell’economia USA, grazie alle consistenti rimesse dei cittadini messicani che lavorano negli Stati Uniti.
Inoltre ricordiamo che il Paese è in buona posizione nella classifica produttori petrolio al mondo, e il prezzo del barile è cresciuto rispetto a un anno fa.
Dato lo scenario, anche il Fondo Monetario Internazionale ha adeguato le sue previsioni, aumentandole. Adesso vede un’espansione del 6,3% per quest’anno.

L’atteggiamento della Banxico

Bisogna evidenziare soprattutto la condotta della Banxico (la banca centrale messicana) durante la crisi. A differenza di quasi tutte le altre banche centrali, ha tagliato i tassi di 300 punti base al 4%, ma oltre a questa misura di sostegno, non ha implementato un significativo pacchetto di stimoli fiscali in risposta al Covid. Cosa che invece hanno fatto USA ed UE.
Il Presidente Andrés Manuel López Obrador ha riallocato risorse e varato misure di austerità per l’economia messicana, senza emettere debito. Ha invece fatto ricorso a una linea di swap con la Fed per garantire il buon funzionamento dei mercati finanziari.

L’appeal del Paese è cresciuto

Una strategia senza dubbio rischiosa, ma che alla fine sta ripagando. Infatti l’economia messicana si è ripresa, e questo non è avvenuto a scapito dei conti del Paese, che sono sani. In tal senso, il contrasto con gli altri mercati della regione è molto evidente.
Questo ha un effetto secondario importante, giacché molti analisti dei broker online sottolineano quanto il mercato dei capitali è stato attirato dal Messico.
Il Messico sta vivendo un boom del private equity. E molte di queste nuove ed interessanti aziende, sebbene non ancora quotate, stanno attirando l’interesse degli investitori globali.

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Economia sempre più digitali, ma ci siamo “dimenticati” dei semiconduttori

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  • 11 Agosto 2021

La corsa dell’economia verso una impronta prevalentemente digitale è cominciata da decenni. Si sapeva che si sarebbe andati verso questa direzione. Eppure il mondo si è fatto cogliere impreparato dallo stress test digitale. Troppo impegnato a correre, si è dimenticato dell’elemento portante di questa rivoluzione: i semiconduttori.

L’errore nella corsa all’economia digitale

economia digitaleIn questo senso la pandemia è stato uno stress test micidiale, e peraltro impossibile da prevedere. Da una parte ha agito spingendo la transizione verso l’economia digitale. Dall’altra, a causa dei lockdown, ha reso sempre più difficile l’approvigionamento del suo cardine (i semiconduttori appunto).
Nel momento in cui la ripresa è partita, la domanda ormai era diventata troppo robusta per essere accontentata tutta. La carenza di semiconduttori è diventata un bel problema.

Un sistema inefficiente

Abbiamo programmato un bel sistema, che però è andato in corto perché non abbiamo messo il “salvavita” (ossia la capacità di accrescere la produzione a richiesta).
Nell’era digitale, dove nulla si muove senza un microchip  – e non parliamo solo di produzione, ma anche di vita quotidiana come i movimenti dei denari sul nostro conto corrente – il sistema si è dimostrato fallibile perché ha fatto scattare l’ordine stop sell alle forniture. L’infrastruttura digitale poderosa non è stata abbastanza efficiente.

Un vero dramma per l’automotive

Alcuni settori ne stanno pagando uno scotto enorme. Se è vero che il mercato dei semiconduttori dovrebbe raggiungere un valore di 550 miliardi di dollari nel 2022, l’economia digitale pesa in modo diverso a seconda del settore.

Nelle telecomunicazioni e data processing generano insieme il 65% del valore di mercato.
Chi però si è trovato davvero nei guai è l’industria automobilistica (12%), che è rimasta scoperta proprio ora che la transizione verso i veicoli green, quelli elettrici, ha aumentato l’importanza dei chip. L’industria delle auto è il settore con la crescita attesa più veloce: Il costo dei sistemi elettronici è previsto al 50% del costo complessivo del veicolo entro il 2030.
L’industria automotive tedesca è quella più andata in crisi, del resto ci sono i maggiori giganti del Dax Volkswagen, Bmw, Daimler, Porsche.

La collocazione produttiva

Il problema della disponibilità di chip, ha messo in luce anche un’altra inefficienza del sistema digitale. La collocazione regionale della produzione di semiconduttori è sbilanciata. L’Asia domina il resto del mondo con un output del 70%. Per questo motivo si prevede il perdurare di questo “collo di bottiglia” nella fornitura, fino al primo trimestre del 2023.
Nel frattempo l’accumularsi di ritardi nella produzione dei semiconduttori si sta già ripercuotendo sul 70% dell’intera value chain digitale.

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Società “value” favorite per attrarre capitali, ma non solo tra energetici e banche

La scelta riguardante gli impieghi di capitale, è sostanzialmente una decisione che può condurre a due strade.
Da una parte c’è l’opzione growth ossia la scelta di investire su titoli o altro che riguardano società in veloce crescita.
Dall’altra invece c’è l’opzione value, che riguarda quegli asset che seguono i cicli economici, dal momento che le rispettive società operano in settori merceologici piuttosto stabili. Quando c’è espansione crescono, quando c’è recessione calano.

La scelta tra società value

societàNell’ambito degli impieghi nel value investing, generalmente si dà un ruolo di primo piano a banche o società petrolifere. Le prime soffrono quando c’è crisi, perché le imprese non investono e le persone non chiedono prestiti. I loro titoli quindi perdono valore. Quando però la ripresa comincia, persone e imprese sono indotte a investire e chiedere prestiti e allora le banche, che erano sotto valutate, riprendono a salire.
Se pensiamo ai titoli bancari odierni, non c’è dubbio che oggi presenta valutazioni attraenti. Anche perché dopo la grande crisi finanziaria globale tutte le banche hanno dovuto rafforzare la loro struttura patrimoniale. Si pensi alla leader bancaria del Dax, Deutsche Bank, ma anche a società italiane come Intesa, o spagnole come Santander. Vengono quasi tutte giudicate unanimemente come sottovalutate.

Discorso simile vale per le società petrolifere. Durante la crisi risentono dalla riduzione di domanda di carburante a fini industriali e calano di valore. quando la ripresa comincia, si rovescia il discorso.
Peraltro, per quanto possa sembrare paradossale, il fatto che si va verso una decarbonizzazione dell’economia, sta spingendo queste società ad agire in modo favorevole per gli azionisti.

C’è un mondo da esplorare

Focalizzarsi soltanto su banche e società petrolifere è riduttivo. Il ragionamento però andrebbe ampliato, perché le possibili opportunità sono molto più variegate.
Moltissimi asset finiscono per risentire della crisi, ed essere prezzati in modo inadeguato. Chi sa cogliere in anticipo queste situazioni, può davvero sfruttarla nel comporre il suo portafoglio.
Ma lo scenario può essere allargato anche a fattori di carattere territoriale, perché i migliori asset value possono anche risentire della loro collocazione geografica.

Le opportunità del Giappone

In questa ottica, un valore nascosto si trova in Giappone, dove la lenta crescita economica ha portato nel tempo molti investitori a trascurarne le potenziali opportunità, a vantaggio della Cina.
Nel “Paese del Sol Levante” si nascondono alcune gemme nascoste che non sono valorizzate dal mercato, e che presto avranno indicatori che anticipano il trend che punteranno al rialzo.
Società pubblicitarie come Dentsu, società come Tokai Rika, specializzata nella produzione di cinture di sicurezza e display elettronici per automobili.
Questo quadro parziale della situazione, evidenzia come l’approccio ‘value’ verso gli impieghi di capitale non debba essere ristretto a pochi ambiti, ma debba essere allargato a un insieme molto diverso di società.

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Capitali, afflusso da record in Colombia malgrado i downgrade dei bond sovrani

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  • 25 Luglio 2021

Tra i tanti Paesi del Sudamerica che se la passano male, ce ne sono soprattutto due che catturano l’attenzione. Il motivo è che di fronte a situazioni simili, uno ha saputo attirare i capitali mondiali, l’altro no. Sono rispettivamente Colombia e Argentina.

Colombia dalla fuga all’afflusso di capitali

capitali verso colombiaIl fatto che i capitali esteri stiano scegliendo la Colombia lascia stupiti, perché per il Paese è un anno terribile. Sia dal punto di vista sanitario che economico.
I gravi problemi sono cominciati quando il governo ha presentato un piano di austerità pesantissimo. Il presidente conservatore Ivan Duque Marquez ha aumentato le tasse, innescando le feroci proteste di piazza. Come conseguenza, ha abbandonato il governo il ministro delle Finanze, Alberto Carasquilla.

Poco dopo la Colombia ha visto bocciati i suoi bond sovrani sia da Standard&Poors che da Fitch. Entrambi li hanno portati al livello “junk“, ossia spazzatura. Per adesso si salva il giudizio di Moody’s, che li ha posti a “investment grade” e pari a Baa2.
Eppure, nel bel mezzo di questo stato di crisi nera, ossia tra aprile e giugno, c’è stata una impennata di interesse verso i bond Colombiani, e gli analisti dei broker italiani autorizzati hanno cominciato a consigliarli in un’ottica di diversificazione del portafoglio.

Perché c’è ottimismo?

Gli investitori hanno cominciato a essere fiduciosi rispetto all’impegno ribadito dal governo di tagliare il deficit (che quest’anno è stimato all’8,6% del PIL). Inoltre la congiuntura internazionale dovrebbe spingere la crescita economica del Paese dopo la burrasca Covid.
Da qui la convinzione che i conti pubblici della Colombia ne usciranno rafforzati. L’analisi fondamentale ha cominciato quindi a mostrare fattori di ottimismo, che hanno attirato capitali dall’estero.
Ne sono arrivati 10.800 miliardi di pesos, ossia circa 2,4 miliardi di euro. Un record assoluto, che ha battuto del 30% il precedente risalente al 2016.

Il bond della Colombia è diventato piano piano un’alternativa convincente. Anche perché il rendimento che sfiora il 7% offerto di titoli Colombiani a 10 anni, è oro rispetto a quelli che si trovano nei paesi sviluppati, dove spesso hanno rendimenti negativi.

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Investimenti fiacchi e troppi risparmi parcheggiati in banca, servono incentivi per scuotere gli italiani

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  • 14 Luglio 2021

Va bene il risparmio, ma non va altrettanto bene conservare e basta, perché se i soldi non girano allora l’economia fa più fatica a decollare. I capitali in movimenti invece aiutano la crescita.
Questo messaggio lo lancia l’ABI, associazione bancaria italiana, che evidenzia come gli italiani siano poco propensi a fare investimenti (e anche poco preparati).

Poca propensione agli investimenti

investimentiLo dicono i numeri: 900 miliardi di euro sono parcheggiati sui conti correnti o impiegati nei titoli di Stato (la forma meno rischiosa possibile di impiego). Peraltro si tratta di una cifra del 7% più alta rispetto a un anno fa.
Sono ancora relativamente pochi quelli che scelgono per i loro investimenti il mercato azionario o obbligazionario.

Per questo motivo le banche chiedono incentivi fiscali che possano invogliare a prendere questa strada, perché rappresenta la via più sicura per un forte sviluppo sostenibile. La ripartenza dopo il Covid deve passare soprattutto per la liquidità che circola, non per quella che rimane ferma.
Del resto, proprio il denaro che gira fu il motore dell’ormai datatissimo miracolo economico italiano. E altrove funziona così, perché non è necessario essere una delle aziende famose nel mondo per attirare i capitali privati. Ma serve anche una spinta per riuscirci.

La necessità di un intervento fiscale

Certo, occorrerebbe fare un distinguo. Consentire cioè vantaggi fiscali solo ai così detti “cassettisti”, ovvero quelli che si muovono in ottica di medio lungo termine. Nessun favore invece agli speculatori, quelli che i capitali li muovono troppo velocemente e solo per profitto proprio. Così si potrebbero davvero rafforzare le imprese italiane, e così si imprimerebbe una svolta culturale anche ai risparmiatori italiani.

Vantaggio anche per lo Stato

Di questo scenario se ne avvantaggerebbe anche lo Stato stesso. Con poca gente che fa investimenti, il gettito erariale che deriva dalle plusvalenze è irrisorio. Agevolando fiscalmente gli impieghi, il loro numero crescerebbe e altresì farebbe il gettito erariale.
Chi ha voglia e tempo di farlo, può vedere quanto lo stato tedesco incassa dagli impieghi sui colossi dell’indice di Borsa DAX, Volkswagen, SAP, BMW, Allianz, ecc.

Il tempo stringe

A questo ipotetico e auspicabile scenario bisogna però cercarci di arrivare in fretta, perché i depositi delle imprese sono destinati a ridursi con l’uscita dall’emergenza. Ben presto molte potrebbero finire di nuovo in crisi di liquidità. Far incontrare la loro domanda di denaro con l’offerta da parte degli investitori, sarebbe l’ideale.

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Risparmio, l’Italia ormai ha salutato i Bot People. Ma il titolo di Stato tira ancora…

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  • 14 Luglio 2021

L’atteggiamento degli italiani nei confronti del risparmio è cambiato moltissimo negli ultimi anni. Non tanto nella propensione ad accumulare, che rimane molto alta come è da sempre nel nostro DNA. Quanto nel tipo di impiego che cerchiamo per salvaguardare (più che accrescere) il nostro patrimonio.

Come è cambiata la destinazione del risparmio

risparmioGli italiani sono sempre stati un popolo di formichine, che hanno preferito impieghi molto prudenti per i loro risparmi. Si spiega così il perché un tempo la prima scelta di chi aveva un piccolo o medio risparmio da parte, era investire nei BoT, Btp e Ccct. Titoli di Stato.
Se si vanno ad analizzare i dati resi disponibili dalla Banca d’Italia, si vede che a metà degli anni 90, la quota di questi strumenti che era detenuta dalle famiglie ammontava al 18,2% del totale. Il motivo è semplice: assicuravano un rendimento sicuro, anche se non grande.

Addio ai Bot People

Negli ultimi 25 anni invece è cambiato lo scenario. L’appeal di questi strumenti s’è affievolito progressivamente. Gli indicatori di trend hanno iniziato ad andare in discesa. Sempre di più.
Oggi la quota di titoli di Stato in mano alle famiglie italiane è precipitata a un misero 2,7% su un totale di 4 miliardi e mezzo.
Quel che colpisce è che alle nuove generazioni, anche il concetto di Bot è praticamente sconosciuta.
Quando il governatore di Banca d’ Italia, Ignazio Visco, presenterà la prossima relazione annuale, certificherà la definitiva uscita di scena dei “Bot People“.

I gestori prendono quota

Ma cosa ha preso il posto dei titoli di Stato in cima alla lista di preferenze di chi ha un un risparmio da parte?
Col nuovo millennio è avanzata la figura del gestore. Grazie anche alla crescita dei mercati finanziari, il patrimonio amministrato ha avuto un bello sprint.
Ma la storia racchiude anche un piccolo colpa di scena, che si manifesta facendo un’analisi tecnica della composizione dei fondi. Emerge allora che se è vero che i Bot People sono ormai una rarità, è altrettanto vero che grazie alle polizze vita ed ai fondi d’investimento, i titoli di Stato continuano a essere nel portafoglio degli italiani. Ma solo indirettamente.

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Inflazione e lavoro, ecco i due cardini sui la FED programma il futuro

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  • 28 Giugno 2021

Per diversi mesi ci siamo detti che, prima o dopo, l’economia avrebbe dovuto tornare a camminare con le sue sole gambe. Era impensabile che gli stimoli economici sarebbero potuti durare all’infinito.
FED, BCE e tutte le altre grandi banche centrali hanno fatto la loro parte per cercare di attutire il più possibile l’impatto della pandemia da Covid. Adesso che la ripresa marcia, l’idea del tapering avanza a sua volta, innescata dal forte balzo dell’inflazione.

Tapering necessario vista l’inflazione

320L’ultimo meeting della Fedeal Reserve è solo un assaggio di quello che succederà. Malgrado la banca centrale di Washington abbia confermato il suo approccio accomodante, osservando il ‘dot plot’ si evidenziano la nuova view sul futuro del costo del denaro.
Anche se l’istituto centrale conferma di ritenere la fiammata dell’inflazione come “temporanea, le proiezioni dei tassi dicono che il percorso ritenuto più appropriato per i tassi di politica monetaria potrebbe passare per due strette entro la fine del 2023.
Il momento del minore impegno delle banche centrali, anche se non è imminente, si sta avvicinando.

Banche, dollaro e materie prime

Aumentando il numero dei governatori della FED, che ritengono sia il caso di mettere sul tavolo la questione del rialzo dei tassi, le prime a fare un po’ di festa sono state le banche. Le quotazioni in Borsa sono salite subito, perché dopo anni di tassi bassi e margini compressi, i loro bilanci potrebbero tornare a gonfiarsi.
La necessità di uno stimolo minore, ha dato slancio anche al dollaro (che ha fatto scattare il trailing step a molti hedge funds) e depresso in un amen il settore delle materie prime, a cominciare dal petrolio.
La svolta della FED potrebbe innescare una certa volatilità sui mercati anche nelle prossime settimane.

Il focus si sposta sul lavoro

Una cosa è sicura, se per la FED l’inflazione non sembra un pericolo imminente, un elemento chiave che guiderà le sue scelte è il lavoro.
Nell’ultimo meeting non sono state forniti aggiornamenti sul tasso di disoccupazione che si ipotizza in futuro. Inoltre in conferenza stampa Powell, pur sottolineando la forza della ripresa, reputa il recupero dei posti di lavoro non ancora sufficiente a far cambiare rotta nel breve alla banca centrale. La crescita è quindi ancora sotto le medie mobili più usate per evitare falsi segnali.
Il mercato del lavoro, come o forse più che l’inflazione, diventa quindi un driver determinante per le prossime mosse sui tassi della FED.

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Economia cinese, al ripresa è così forte da costringere la PBoC a intervenire

In Cina l’uscita dalla crisi pandemica è avvenuta prima degli altri Paesi. E’ stata il primo Paese a recuperare le perdite di produzione, anche in modo robusto.
Addirittura l’economia cinese corre a un passo così spedito, da costringere la banca centrale nazionale a intervenire per evitare un eccessivo surriscaldamento attorno alla sua valuta.

Quanto corre l’economia cinese

economia cineseSe guardiamo ai profitti industriali, si può vedere nella Cina una progressione che non si vede in nessuna altra grande economia. La crescita continua ad essere robusta mese dopo mese, ed è sostenuta in parte da effetti di base, ma anche da una produzione industriale che continua ad essere solidissima.

Profitti industriali senza freni

Il settore che sta facendo da traino è quello minerario e dei metalli, assieme a tutti quelli ad essi connessi. L’aumento dei prezzi delle materie prime, in primo luogo rame e acciaio, ha soffiato forte nelle vele di questo trend e chi fa day trading l’ha visto bene.
Ma anche chimica, telecomunicazioni e macchinari sono settori dove i profitti sono robusti, grazie al forte ciclo globale del settore manifatturiero.
Anche per questo motivo i titoli azionari cinesi hanno registrato performance eccezionali nei maggiori indici globali. Perché il Paese ha dato prova di avere capacità di crescita uniche.

Il sostegno cauto ma deciso della politica

Nel frattempo la politica cinese non registra nessuna brusca inversione di marcia, e anzi rimane orientata a un approccio stimolante. Ma senza eccessi, perché per passare da una crescita forte a una crescita troppo forte, il passo è breve e si potrebbe generare un gap down tecnico.
In sostanza Pechino si è impegnata a evitare una brusca inversione di marcia, nel passaggio dagli stimoli all’irrigidimento – pur adeguando l’entità dei sostegni – e ha definito una linea d’azione coerente con l’impegno assunto.
E così la Banca Popolare Cinese ha aumentato il livello di riserve obbligatorie per i depositi in valuta estera. Motivo? L’eccessivo apprezzamento dello yuan rispetto al dollaro. Ciò infatti rappresenta una minaccia per l’export del Paese.

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Investimenti, allo stato attuale è come andare in automobile: servono velocità e controllo

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  • 24 Maggio 2021

Anche se sembrano due mondi distanti, quello dell’automobilismo e quello degli investimenti sono sulla stessa direzione. In entrambi i casi sono fondamentali controllo e velocità.
Il fatto che su una strada possa esserci un limite di 80 all’ora, non vuol dire necessariamente che uno debba andare a quel limite massimo. Dipende dalle condizioni della strada e del traffico. In questo senso occorre avere il pieno controllo della situazione.

Correre o frenare: il dilemma negli investimenti

investimentiControllo e velocità sono due concetti chiave anche nel settore degli investimenti. Andare troppo cauti può essere dannoso come andare troppo veloci. E anche quando non si supera il limite di velocità, se però non si ha il controllo dell’ambiente circostante, può diventare insidioso spingere sull’acceleratore.

Perché questa premessa? Perché il mercato in questo momento presenta molte insidie, molti cambi di velocità e di scenario, che possono mandare fuori strada facilmente.
Le valutazioni sono innegabilmente alte, e questo potrebbe suggerire che è il momento di rallentare. Ma solo perché le valutazioni di mercato sono costose, non significa che non possano continuare a salire. Il mondo degli investimenti del resto non è così lineare.
Inoltre non è possibile togliere del tutto il piede dall’acceleratore, vista la scarsità di opzioni più difensive.

Mancanza di opzioni

Quest’ultimo aspetto è assai rilevante, e sta mettendo in difficoltà anche gli Hedge Funds più grandi al mondo. Infatti i contante ha rendimenti praticamente a zero, mentre i titoli di stato non sono molto meglio. Un tempo dai Treasury USA o dai Gilt britannici si poteva ottenere anche il 5%, oggi siamo lontani anni luce da questo livello.

La logica alternativa

L’alternativa migliore pare quindi essere quella di cambiare approccio, non focalizzandosi esclusivamente sugli investimenti in azioni, ma assumendo una view multi-asset. In questo caso infatti, anche se non è possibile vedere cosa accadrà nella sfera di cristallo, si avrebbe comunque il modo di spostare la bilancia del proprio portafoglio in modo tempestivo. Certo, è un tipo di approccio che non è adatto a chi si mette a fare day trading, ma che in ogni caso occorre adottare.
Se volessimo portare avanti la metafora della guida, potremo dire che in questo momento è necessario un guidatore esperto, ma se non lo si è allora è meglio guidare con più attenzione.

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Banche, filiali in continuo calo e anche il bancomat è a rischio

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  • 12 Maggio 2021

Da molti anni ormai è in atto una progressiva riduzione del numero di filiali di banche in tutta Europa. Se consideriamo l’ultimo decennio, in Italia il numero di sportelli è sceso da 34mila fino a 24mila. Un taglio di un terzo, che peraltro dovrebbe continuare anche nei prossimi anni. E’ interessante fare un paragone con quello che accade nel resto d’Europa. In Italia oggi ci sono 29 filiali ogni 100mila abitanti. In Finlandia se ne sono appena 5, in Olanda 9.

La virtualizzazione delle banche

bancheAlmeno su questo trend quindi, non c’entra nulla la pandemia, perché era già abbondantemente in atto prima ancora che potessimo mia immaginare di vivere una situazione del genere. Semmai la pandemia ha agito come acceleratore di un processo già in corso, ma non come causa scatenante.

Struttura diversa

A pesare in modo forte sulla situazione è comunque il cambiamento profondo della struttura delle banche, che rivoluziona le relazioni con i clienti. Ci sono infatti tanti segnali operativi che le banche non possono non cogliere. L’avvento dell’home banking in particolare, ha quasi del tutto eliminato la necessità di recarsi in filiale per certi tipi di servizi.

In dieci anni, in Italia i clienti che operano sul proprio conto tramite sito o app sono praticamente raddoppiati, visto che erano il 18% e oggi sono il 35%. Allo stesso modo, incide anche la diffusione dei mezzi di pagamento elettronici a scapito del contante.

Un futuro senza ATM

Tutto questo potrebbe segnare il declino dei bancomat, perché per ogni cosa c’è un indicatore momentum che evidenzia la fase calante. E questo momento sembra arrivato anche per i bancomat. Oggi infatti tutto quello che si può fare con loro, si può fare anche con gli smartphone. L’unico servizio esclusivo dell’ATM resta il prelievo del contante, che però va riducendosi sempre di più. Inoltre, al di là della praticità di usare i propri device anziché recarsi agli ATM, c’è anche un aspetto ambientale da sottolineare, perché meno bancomat significa anche meno carta e meno plastica.

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Economia ed energia, in futuro un ruolo sempre più cruciale lo avrà l’idrogeno

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  • 26 Aprile 2021

Quando si parla di futuro, uno dei punti cardine riguarda senza dubbio l’aspetto climatico. L’economia produttiva mondiale da tempo è impegnata in un processo di decarbonizzazione, che negli ultimi mesi ha subito una forte accelerazione perché la pandemia ha accresciuto la sensibilità verso certe tematiche.

Energie ed economia: come cambia lo scenario

economia e idrogenoBisogna però considerare che questo percorso comporta una trasformazione davvero radicale. E questo richiede molto tempo, e presenta anche molti ostacoli. Non si può modificare i meccanismi dell’economia senza incontrare degli intoppi.
Di sicuro c’è una spinta forte da parte dei governi. Un breakout dal carbone ormai è considerata una priorità. Ci sono programmi ambiziosi nella Ue, ad esempio, che mira alla realizzazione di impianti di elettrolisi per produrre idrogeno per un totale di 40 gigawatt, che è quattro volte più potente di quello più grande al mondo che si trova in Giappone.

Il ruolo cruciale dell’idrogeno

Ecco, l’idrogeno. Target progetti della Ue spingono proprio sullo sfruttamento maggiore dell’idrogeno. Questo gas infatti può essere prodotto da fonti rinnovabili (idrogeno verde) oppure da combustibili fossili a basso impatto ambientale (idrogeno blu), e consente anche un buon stoccaggio di energia. Insomma, è l’alternativa green migliore al carbone.
Diversi settori dell’economia globale potrebbero convertirsi a questo scenario, soprattutto le raffinerie, i produttori di fertilizzanti azotati, i trasporti pesanti e le acciaierie. Per questi settori, un ricorso alla sola elettricità sarebbe quasi impossibile (per via degli enormi costi).

Un mercato che crescerà da 5 a 8 volte

Chiaramente questo scenario ha posto sotto i riflettori quelle società che operano in questo segmento dell’economia. L’analisi fondamentale del settore stima che il mercato dell’idrogeno entro il 2025 possa crescere dalle cinque alle otto volte rispetto ai livelli attuali. Questo spiega perché gli ETF legati all’idrogeno sono esplosi nell’ultimo periodo, con avanzamenti di diverse centinaia di punti percentuali.

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Economia a rischio surriscaldamento, ecco i tre fattori da tenere d’occhio

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  • 11 Aprile 2021

Surriscaldamento economico, inflazione e alta volatilità. Questi sono i tre fattori che di rischio nell’attuale scenario economico, che sta facendo ancora i conti con la pandemia. Fattori che potrebbero generare un clima di tensione sull’economia globale e sui mercati.

Le minacce per l’economia globale

economia globaleAnzitutto c’è il rischio di surriscaldamento economico. Questo pericolo nasce quando le autorità monetarie e fiscali spingono forte e a lungo il piede sull’acceleratore della crescita. E oggi come oggi non c’è dubbio che lo stiano facendo. Basta pensare al piano di rilancio dell’amministrazione Biden, per un importo di 1.900 miliardi di dollari. Fiumi di denaro che passano nell’economia per cercare di riaccenderla.

E’ già accaduto in passato che ci fossero interventi di questo tipo. Ma il fatto inedito sta nella loro portata attuale. Non solo in termini di cifre impiegate, ma pure di diffusione globale.
Non c’è nessun Paese al mondo che non stia pompando liquidità nel mercato.

Rischio balzo dell’inflazione

Ma un rischio forte è anche quello di far balzare in alto l’inflazione. Se nell’economia gira tanta liquidità, a poco a poco che la ripresa prenderà vigore si eserciterà una forte pressione sui prezzi.
Il punto è che le due cose vanno di pari passo, per cui sarà complicato per le banche centrali capire quando sarà il momento giusto per intervenire (bisogna tenere conto che la trasmissione delle politica monetaria all’economia reale avviene solo dopo un certo lasso di tempo).

Volatilità dei mercati

Infine c’è la volatilità. Con massicce placche di denaro che si spostano verso gli asset più rischiosi, c’è il pericolo che il primo vento contrario si trasformi in tempesta in brevissimo tempo. Alcuni indicatori leading, ossia quelli che anticipano i movimenti di mercato, già evidenziano uno scenario di allerta su tutta l’economia.

Questo pericolo è ancora più forte se si considera uno scenario di spread bassi, dove è più difficile e rischioso cercare opportunità interessanti per chi investe. Diventa più difficoltoso gestire il portafoglio e calibrare i pericoli.
In uno scenario in cui in ogni momento potrebbe esserci una revisione al rialzo delle previsioni d’inflazione, si potrebbe innescare un movimento a cascata su tutte le classi di attivi, con effetti dirompenti.

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Valute, la nuova guerra per scalzare il dollaro si gioca sul terreno digitale

Se gli USA sono la potenza più grande al mondo, lo devono alla loro economia che è la più robusta. Un riflesso di questo è la forza del dollaro americano, che tra tutte le valute, oltre a essere quella di riserva è considerata rifugio sicuro di ultima istanza. Più dell’oro.
Ecco perché durante la fase più acuta della pandemia, verso marzo 2020, l’oro addirittura scendeva mentre il biglietto verde saliva. Perché i mercati accumulavano dollari, ritenuto l’elemento economico più “indistruttibile”. E per farlo erano disposti anche a vendere oro, che normalmente è il bene rifugio per eccellenza.

La nuova guerra tra valute

valute digitaliQuesto aspetto bisogna tenerlo a mente, quando si parla di guerra tra valute. Perché lo scontro – apparentemente economico – in realtà è politico. Scalzare il dollaro americano dal trono delle valute internazionali, significa scalzare gli USA dal trono di potenza globale. Russia e Cina sono quelle che ambiscono più di tutti a questo ruolo.Ma ne’ il Rublo ne’ lo Yuan hanno lo stesso potere del dollaro, che è la valuta principale di tute le correlazioni sui mercati valutari. Normalmente la guerra tra valute ha però un fine molto più blando. Serve a sostenere la forza dei propri prodotti all’estero (svalutando il cambio), a combattere l’inflazione (rivalutando) o la disoccupazione.

Il terreno di scontro è digitale

Negli ultimi tempi però, il senso di guerra tra valute è ulteriormente cambiato. O meglio ampliato. Perché si sta spostando sul terreno digitale. Potrebbe essere questo il prossimo fronte dello scontro fra superpotenze.
Gli Stati Uniti vogliono essere pronti. Per questo la Fed ha avviato la sperimentazione di un dollaro virtuale, come ha confermato il governatore Jerome Powell il 18 marzo.
Deve contrastare l’attivismo della Cina, che si sta muovendo da tempo per avere uno Yuan digitale. Ha infatti già attivato 4 progetti pilota in altrettante città.

Dollaro ancora saldo

Avere una valuta digitale significa rendere i pagamenti elettronici rapidi, sicuri e a basso costo. Chi per primo offrirà una moneta capace di sostenere questo sistema, potrebbe avere un grosso vantaggio.
Per questo dopo anni di inerzia, la FED ha accelerato il passo, definendo il progetto “ad alta priorità. Del resto, l’economia statunitense ha perso terreno nel commercio globale (dal 1990 a oggi, la sua quota nelle esportazioni mondiali si è più che dimezzata) e gli USA non vogliono rinunciare allo status di valuta internazionale di riserva, di cui oggi il dollaro gode. Al momento non ci sono indicatori di inversione trend, che evidenziano una perdita di peso del biglietto verde. Ma la FED non vuole correre rischi.

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Mercato e rischio bolla, ci sono tanti segnali di allerta che nessuno ascolta

Ci sono diversi segnali che alimentano il pericolo “bolla, ma che il mercato pare stia ignorando. Elementi che già in passato sono stati visti molte volte, e che si sono ripresentati. E come accaduto in passato, si pensa che stavolta possa andare diversamente.

I segnali di pericolo per il mercato

mercatoEppure questi segnali non sono neanche pochi. A cominciare dall’ampia liquidità disponibile nel sistema economico, frutto delle politiche espansive e di sostegno varate da Governo e banche centrali per fronteggiare la pandemia.
In secondo luogo, le previsioni economiche che convergono su una crescita che sarà sostenuta. E ancora, la forte partecipazione al mercato degli investitori retail, e la forte concentrazione sui titoli tecnologici e innovativi (a scapito di quelli ciclici).
A questi aspetti si devono aggiungere la disponibilità a comprare a prezzi elevati, malgrado in molti casi non si statti di società che fanno utili, ma soprattutto i movimenti rialzisti dei titoli, che quasi sono verticali.

Il contesto attuale

In un contesto del genere, ossia quando l’andamento dei prezzi diventa verticale, con il Parabolic Sar che sta sempre sotto i prezzi, il mercato vive due situazioni insidiose, che rendono sempre più sottile il confine che separa gli investitori dagli speculatori.

Infatti da un lato si perde di vista il reale rischio sulle posizioni detenute, perché col prezzo che corre, molti gestori sono “costretti” a rimanere dentro il mercato anche se non ne sono convinti. Infatti anche un solo giorno in più di profitti persi (se decidessero di uscire per prudenza) li farebbe sottoperformare rispetto alla concorrenza, e li farebbe apparire come meno efficaci. E’ una specie di forza centrifuga che trattiene tutti all’interno.
Da un altro lato poi, il proprio orizzonte temporale viene a ridursi, fino al punto di arrivare a fare day trading.

Le insidie dietro l’angolo

Questo scenario è molto pericoloso, perché c’è il rischio che al primo accenno di fuga, si scateni l’ondata di vendite. Di conseguenza, chi ha realizzato un profitto “sulla carta” potrebbe perderlo in brevissimo tempo (una situazione simile a quella che succede normalmente sul mercato delle criptovalute). Ecco perché le verticalizzazioni dei trend sono indicatori di fragilità del mercato e non di forza, come molti pensano oggi. In queste fasi la diversificazione del rischio premia il coraggio di scelte contrarian, che pochissimi possono o hanno il coraggio fare.

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Consumi, gli italiani virano sul discount per la spesa. Boom di vendite con la pandemia

Sono sempre di più gli italiani che per il loro consumi alimentari, si rivolgono ai discount per la spesa di tutti i giorni. A evidenziare questa tendenza sono i dati resi noti di recente dal nostro istituto nazionale di statistica (ISTAT).

Come cambiano i consumi

consumiDurante il mese di gennaio (l’ultimo disponibile nelle rilevazioni), l’analisi dei consumi evidenzia che i discount hanno avuto un incremento delle vendite del 14,1% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.
La crescita dei discount si pone in controtendenza rispetto all’andamento complessivo. Nel primo mese dell’anno c’è stata una infatti diminuzione delle vendite al dettaglio del 6,8% in valore e dell’8,5% in volume rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Peraltro va sottolineato come questa tendenza sia costante e non un fatto eccezionale. C’è infatti un triplo massimo a sottolinearlo, ovvero un trittico consecutivo mensile di picchi di vendite.

Il rally dei discount

Ma la crescita del volume di vendite dei discount non è una cosa recente. In tutto il 2020, l’anno della pandemia, c’è stata una corsa record. Complessivamente lo scorso anno c’è stato un incremento delle vendite pari al 8,1%, con un fatturato medio per metro quadro di 5.800 euro. In pratica, è stato annullato il divario rispetto ai supermercati (che segnano 5.860). Peraltro quello registrato in Italia è il secondo dato più alto tra i principali Paesi dell’Europa occidentale, e molto superiore alla media che è stata del 4,3%.

La pandemia incide

Sono diversi i fattori che hanno dato slancio a questa categoria di commercio. Tra i fattori principali il mix tra prezzi competitivi e una modernizzazione di assortimento e offerta. Ma anche le difficoltà economiche di larga parte della popolazione, che ha fatto dirottare i consumi verso questo canale. Del resto la pandemia ha creato milioni di nuovi poveri.
La corsa dei discount alimentari spinge però anche le vendite degli esercizi non specializzati della grande distribuzione. Per loro infatti si registra un incremento del 3,6% rispetto a gennaio 2020.

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Economia globale, lo shock pandemico e quella novità del dollaro che perde quota

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  • 24 Febbraio 2021

Negli ultimi anni il mondo ha dovuto fare i conti con tre diversi shock pesantissimi, che entreranno nei libri di storia. L’attacco alle torri gemelle prima, la grande crisi economica del 2008 e la pandemia del 2020. Eventi che – ciascuno a sua modo – hanno cambiato il mondo e lo scenario dell’economia globale.

L’economia e gli shock

dollaroTuttavia, la pandemia porta con sé una conseguenza che non si era mai vista prima sull’economia. Il dollaro americano, ovvero la valuta che è ritenuta rifugio sicuro per via della solidità dell’economia USA, anziché reagire alla crisi apprezzandosi, è andato in calo.

E’ senza dubbio una grande novità, perché solitamente dopo uno shock accadeva l’opposto. Fu così anche quando vennero abbattute le Torri Gemelle (il biglietto verde salì del 5%). Fu così anche dopo che il fallimento di Lehman Brothers innescò la gravissima crisi finanziaria (+13% in poco più di un mese).
Cosa ancora più curiosa, è in questi due casi lo shock cominciò da eventi nati negli USA e che si propagarono verso il mondo. Stavolta invece il dollaro paga le spese per un evento nato altrove, e che dal punto di vista economico proprio altrove sta creando danni anche maggiori.

La posizione del dollaro

Il dollaro è da sempre l’ancora del sistema monetario internazionale, oltre ad essere la prima moneta di riserva e di scambio. Un safe haven che offre rifugio di fronte al panico.
Stavolta le cose stanno andando diversamente, perché dopo lo scoppio della pandemia, il dollaro ha perso circa l’11,6% sulla media ponderata delle altre valute con l’indicatore MFI Money Flow index che rimane ancora debole.

Ancora un safe haven?

Ma perché il ruolo di safe haven stavolta non ha funzionato? Rispondere a questa domanda è importantissimo, perché si traduce nella possibilità degli americani di indebitarsi con molti meno limiti rispetto al resto del mondo.
Di sicuro non si tratta di mancanza di fiducia da parte dei mercati. Anzi, è l’opposto visto che la banca centrale Usa sta monetizzando quantità senza precedenti di debito pubblico. Gli investitori addirittura preferiscono accettare una perdita in termini reali, pur di detenere i Treasury a 10 anni in portafoglio. Più fiducia di così…

Il fatto è che per sostenere l’economia, gli Stati Uniti hanno varato pacchetti di stimoli senza precedenti. Miliardi di dollari che vanno nelle tasche di molte decine di milioni di americani. Li sostengono, ma non è che riformano l’economia o fronteggiano i suoi problemi. Servono a galleggiare. E questo spaventa soprattutto chi opera in Borsa, basta vedere le notizie che arrivano dagli operatori del FTSE Mib oppure le notizie sul DAX. Il punto è che di fronte a un debito pubblico che vola, c’è il concreto pericolo di alimentare inflazione e instabilità.

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Dividendi, brusco calo nel 2020. In Europei si tornerà ai livelli pre-crisi nel 2022

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  • 14 Febbraio 2021

Se la crisi da pandemia non sembra aver intaccato il buonumore degli operatori di Borsa, vista la marcia record di molti listini (a Wall Street come in Europa), di sicuro ha però intaccato una componente importante per le valutazioni, ossia i dividendi.

Battuta di arresto per i dividendi

dividendiNella composizione del proprio portafoglio di asset, i dividendi rimangono sempre un elemento di grande rilevanza. Negli ultimi anni il loro andamento aveva segnato un incremento pressoché costante, arrivando a toccare quota 360 miliardi di euro del 2019. La crisi pandemica ha però arrestato bruscamente questa corsa. Nel 2020 infatti i dividendi distribuiti dalle aziende europee sono arrivati a 290 miliardi, segnando una brusca frenata (-20%).
Proiettandosi al futuro, gli indicatori affidabili migliori prevedono una parziale ripresa nel 2021 fino a circa 330 miliardi di euro, ma per rivedere i livelli ante-Covid occorrerà aspettare almeno il 2022.

Il 2020 s’è fatto sentire.. sul 2020

Molti potrebbero porsi una domanda: se il Covid si è manifestato nel 2020, come mai già nello stesso 2020 i dividendi sono crollati? Sarebbe stato più logico aspettarsi una diminuzione nel 2021.
Il fatto è che sebbene i dividendi pagati in un esercizio siano il frutto del bilancio dell’anno precedente, lo scorso anno molte società hanno deciso di anticipare i tempi, riducendo o annullando i dividendi in via precauzionale. Ci sono stati casi poi (come le banche) nei quali esisteva un divieto o una restrizione imposta a livello normativo.

Alla fin fine il panorama racconta che meno di tre aziende europee su quattro hanno pagato dividendo. Il che è eclatante se si considera che negli anni precedenti lo avevano fatto oltre il 90%.

La prospettiva

Dal momento che abbiamo sottolineato l’importanza dei dividendi per chi opera sui mercato azionari, è lecito domandarsi quali siano le prospettive future.
Come anticipato poco fa, nel 2021 ci sarà una tiepida ripresa, ma è bene ricordare che non sarà trasversale in tutti i settori. Resistenze e supporti condizioneranno rispettivamente sanità e utility da una parte, e beni di consumo e ciclici dall’altra. I primi hanno aumentato le distribuzioni durante la crisi, i secondi potranno incrementare i dividendi solo a fronte di una generale ripresa economica.

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Economia, la corsa della Cina accorcia il divario dagli USA

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  • 28 Gennaio 2021

Malgrado sia stata la culla della pandemia, la Cina è riuscita ad attivare meglio la ripresa economica rispetto agli altri Paesi. Il Governo di Pechino ha messo in campo una serie di misure a sostegno dell’economia, che hanno innescato il rimbalzo dei consumi. Mese dopo mese, a fine 2020 erano quasi tornati ai livelli pre-Covid. Solo la terza ondata ha peggiorato leggermente il quadro.

Come s’è ripresa l’economia cinese

economia cineseAnche gli investimenti e le esportazioni hanno avuto una ripresa discreta. E non da ultimo il mercato azionario, tornato a brillare grazie sia alla forte performance che a un universo di investimenti in crescita.
Gli investitori esteri hanno apprezzato molte cose “made in China” in questi mesi, in un contesto di apertura sempre maggiore della loro economia all’estero. Dato l’apprezzamento del renminbi (ossia lo Yuan), le correlazioni tra valute asiatiche, il contesto di tassi di interesse stabili, è stato molto apprezzato il programma “Bond Connect”. Così come ha continuano a riscuotere successo il programma Stock Connect Shanghai-Hong Kong, in vigore ormai dalla fine del 2014.

La transizione economica di Pechino

Questo quadro ci consente di espandere il discorso, e sottolineare quanto sia stato importante per la Cina effettuare la transizione economica. Il Paese del Dragone è infatti passato da essere un’economia basata sulle esportazioni e sugli investimenti, ad una che invece si basa sui consumi e sui servizi. Spiccano specialmente le imprese innovative, che investono in ricerca e sviluppo e fanno in modo che i progressi vengano convertiti rapidamente in conoscenze, in modo da cogliere tutte le opportunità.

Il Prodotto Interno Lordo

La corsa della Cina si vede nei dati macro. Infatti si stanno assottigliando sempre di più e distanze rispetto al Pil degli Stati Uniti. Alla fine del 2020, la Cina ha raggiunto il 70% del livello del prodotto interno lordo americano e ci sono forti segnali di continuazione del trend. Ma quello che interessa gli investitori è che non c’è stato un eguale recupero del mercato azionario, che resta relativamente sottosviluppato. Ma questo significa anche maggiori opportunità di crescita.

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Commercio, situazione drammatica. Neppure i saldi riescono a risollevare il settore

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  • 19 Gennaio 2021

Neppure i saldi riusciranno a guarire le profonde ferite per il settore del commercio, specie quello dell’abbigliamento. Il Paese è ancora vittima del coronavirus, e questo spedisce i saldi lontano dalla lista delle priorità dei consumatori. Per questo motivo si tratta di una partenza azzoppata.

Saldi e commercio

commercio abbigliamentoIl quadro è così fosco e incerto che neppure si può fare un confronto veritiero con l’andamento dello scorso anno. All’epoca infatti i negozi sono rimasti aperti per tutti i primi 10 giorni di gennaio, e nessuno immaginava cosa sarebbe successo qualche tempo dopo. Stavolta invece fino all’Epifania i negozi hanno aperto al pubblico a singhiozzo. E come detto, i consumatori avevano anche ben altro a cui pensare.

La perdita stimata per il settore del commercio in abbigliamento è tra il 50% e il 90%. Una apocalisse, secondo Federmoda. Oltre al calo di vendite per i negozi che sono rimasti comunque aperti, bisogna considerare anche che nell’anno del Covid hanno chiuso 20.000 punti vendita. Quasi tutti nel settore abbigliamento e calzature. Tradotto in termini occupazionali, si parla di un calo di 50.000 unità di lavoro.

Fattori incidenti

Diversi fattori hanno colpito a far tracollare il commercio di abbigliamento. A cominciare dalla minore disponibilità di reddito delle persone. Ma anche dallo sviluppo dello smart working. Con esso infatti si è ridotta la necessità di abbigliarsi in modo formale per andare in ufficio. Non c’è più bisogno di abiti nuovi per eventi, pranzi e altri impegni, perché si resta a casa. Le misure di lockdown hanno inoltre ridotto le gite fuori porta, che nei periodi dei saldi erano un’abitudine per molte famiglie. Il guaio è che non ci sono indicatori di inversione trend all’orizzonte.

Problemi di liquidità

A creare ulteriori problemi è il fatto che la merce non venduta, quella giacente in magazzino, l’anno successivo si svaluta completamente. Sui mercati otc le collezioni infatti vengono superate da quelle dell’anno successivo. E non c’è modo di recuperare quanto perso, ma nel frattempo servono liquidità per acquisire la merce dell’anno successivo.

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Mercati azionari, la speranza di vedere il “toro” dipende soprattutto dai vaccini

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  • 8 Gennaio 2021

Il 2021 è l’anno del “bue“. Il che può essere la perfetta metafora di quello che attende i mercati azionari. Infatti il bue è un animale che lavora sodo a testa bassa. Quello che servirà per avere una ripresa robusta dell’economia: lavorare sodo e tirare dritto.
Ciò che invece sperano di vedere i mercati azionari è il “toro“, ossia l’animale che identifica un mercato che si muove al rialzo.

Quanto durerà l’ottimismo sui mercati azionari

mercati azionariLa fine dello scorso anno ci ha lasciati con qualche spiraglio di ottimismo, derivati anche dall’inizio delle campagne di vaccinazione. Ma la strada è ancora lunga.
E’ fuor di dubbio comunque che l’esistenza di uno o più vaccini in grado di affrontare e domare la pandemia, sia condizione necessaria per una vera ripresa economica. Questo lo sanno bene anche i mercati azionari. Tuttavia gli operatori di Borsa non possono aspettare gli eventi, devono sempre cercare di anticiparli. In questo senso il rally delle scorse settimane fa trasparire un forte ottimismo. Un caso su tutti: le notizie sul DAX tedesco, che ha raggiunto nuovi record storici.

Il 2021 a due velocità

Ci aspetta quindi un “toro” sul mercato azionario? Questo è più difficile da prevedere.
Di sicuro per ancora un bel po’ di tempo, gli operatori finanziari dovranno consultare i bollettini sanitari ancor prima delle note sulla congiuntura. Secondo la maggior parte degli analisti, ci aspetta comunque un anno a due velocità.

Nel primo periodo, che dovrebbe durare un trimestre o poco più, il Covid sarà ancora ben presente. Mentre procederanno le campagne vaccinali, possiamo aspettarci altri lockdown più o meno intensi, che potrebbero innescare dei gap up o down sui mercati azionari.
Nella seconda parte dell’anno, dovrebbe concretizzarsi il pieno recupero.
Nel frattempo a sostenere i mercati ci saranno ancora le banche centrali e la politica fiscale dei vari governi.

I pericoli all’orizzonte

Bisogna però chiedersi se ci sono fattori che potrebbero incidere su questo scenario. Insomma, cos’è che potrebbe andare storto?
Diversi fattori potrebbero creare grattacapi al mercato azionario. Anzitutto la ripresa dell’inflazione, che ci sarà con l’inevitabile aumento dei tassi. Le eventuali nuove ondate dei contagi da Covid. L’eccessiva fiducia nelle previsioni.

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Economia cinese di corsa dopo il Covid. Sorpasso sugli USA entro il 2035

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  • 16 Dicembre 2020

Dalla culla del Covid a leader della ripresa. Il 2020 della Cina è partito nel modo peggiore, ma poi ha preso una piega che quasi tutto il resto del mondo spera di imitare. Pechino è stata capace di gettarsi per prima alle spalle la crisi recessiva dovuta alla pandemia. E adesso la sua economica corre.

Il balzo dell’economia cinese

economia cineseLa Cina ha consolidato il suo ruolo di seconda economia più grande al mondo. Si sta rendendo sempre più autosufficiente, perché le sue dinamiche sono indirizzate in prevalenza da fattori interni, ossia dai consumatori cinesi. Secondo recenti stime, il Pil nominale della Cina supererà quello degli Stati Uniti entro il 2035.

Pechino attira capitali

Inoltre dal punto di vista finanziario, la Cina rappresenta anche il secondo mercato azionario dopo Wall Street. E questo mercato dei capitali ha continuato a funzionare benissimo nonostante l’emergenza Covid-19 e le tensioni geopolitiche. Adesso che c’è una ripresa rapida dell’economia, questo significa anche più opportunità per gli investitori.
L’indice MSCI Chine A Onshore è stato tra i più performanti al mondo quest’anno. Per la prima volta questo indice ha superato una capitalizzazione di 10mila miliardi di dollari. Per dare una idea, l’indice tedesco DAX capitalizza 5 volte di meno.

Oltre a questo quadro positivo, di recente c’è stata la firma del Partnerariato economico regionale (RCEP), ovvero un accordo che riduce le barriere commerciali tra 15 Paesi. Questo  dovrebbe favorire il commercio cinese e creare una maggiore integrazione all’interno della regione dell’est asiatico.

Un posto per investitori di lungo e breve periodo

Ci sono quindi diversi ingredienti che rendono la Cina molto attraente per i capitali. Non soltanto per quelli che assumono strategie di posizione, ma anche per coloro che si limitano al trading intraday. Anche perché ha dei solidi driver di crescita strutturale: l’utilizzo di energie rinnovabili, applicazioni cloud, 5G, e-commerce e intelligenza artificiale. Per questo motivo molti ritengono che gli investitori che non sono esposti alla Cina, rischiano di perdere interessanti opportunità di guadagno.

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Economia e Covid, uno studio rivela: meglio chiudere tutto che farlo a macchia di leopardo

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  • 4 Dicembre 2020

Lo scoppio della pandemia è qualcosa alla quale nessuno dei governi mondiali poteva essere preparato. Malgrado alcuni avessero varato piani e programmi di emergenza, quando ti ci trovi dentro è tutto più complicato. La decisione più importante per la nostra economia in questi mesi ha sempre oscillato tra l’ipotesi di chiudere tutto, e quella di fare dei lockdown mirati e selettivi (con tutte le possibili sfumature del caso).

Cosa è meglio per l’economia?

economiaNei giorni scorsi è apparso uno studio redatto da un docente australiano, Michael Smithson, che ha evidenziato come la chiusura totale – benché traumatica – è sempre preferibile a quella selettiva, per aree geografiche o settori economici. Insomma l’esatto opposto di quello che ha sempre affermato l’ex presidente USA Donald Trump, secondo il quale “se chiudi l’economia farai più danni“. Ma come giunge alle sue conclusioni il docente australiano?

Analisi dei dati

Il punto cruciale sta in un confronto. Smithson conferma l’affermazione che chiudendo tutto si crea un forte impatto sull’economia. Basta guardare i principali indicatori dell’economia. Il PIL, l’inflazione, il deficit/PIL, l’indicatore MACD applicato ai consumi. Ma è falso che eliminando i vincoli gli affari continuerebbero a girare come sempre. Ciò è dovuto al falso scambio fra costi sanitari ed economici.

La sanità guida la ripresa

Il professore australiano ha analizzato i dati relativi a 45 nazioni presi dall’Ocse e altri parametri economici. In teoria, un “liberi tutti” avrebbe dovuto provocare una impennata di contagi e morti, ma al tempo stesso anche un migliore andamento dei principali parametri economici. Invece non è così. Infatti nei paesi che hanno avuto più morti per milione di abitanti, per via del fatto che hanno assunto misure blande o tardive, gli indicatori economici non sono affatto andati bene.

Invece Smithson evidenzia che i paesi che hanno contenuto meglio il virus, sono anche quelli che hanno avuto impatti economici meno severi.
La conclusione è che, contrariamente a quanto si creda, i migliori segnali affidabili dicono che è la salute a condurre a una ripresa economica e non l’inverso.

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Business delle rinnovabili in crescita nonostante il Covid. E nel 2021 andrà anche meglio

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  • 27 Novembre 2020

L’economia ha avuto una brusca frenata a causa della pandemia. La battuta d’arresto ha riguardato tutti i settori, riducendo i consumi e ostacolando gli investimenti. Con una sola eccezione, il business delle energie da fonti rinnovabili.

I numeri del business

business rinnovabiliA confermare la crescita continua è l’AIE (Agenzia internazionale dell’energia). Nel suo rapporto presentato a Parigi, dal titolo “Renewables 2020, Analysis and forecast to 2025“, l’ente internazionale ha messo in evidenzia come il tema ambietale non solo non ha subito contraccolpi dal Covid, ma anzi una ulteriore spinta. L’impatto energetico sul clima infatti ha colpito la sensibilità di sempre più persone. E il business ne ha tratto giovamento.

Buon 2020, sarà ancora meglio il 2021

I numeri confermano la crescita anche in epoca Covid. Nel 2020 sono stati realizzati 200mila megawatt di nuovi impianti. Rispetto all’intero volume di investimenti energetici di quest’anno, le rinnovabili hanno rappresentato quasi il 90% dell’aumento della capacità di potenza totale in tutto il mondo.
Questo trend crescente continuerà anche nel 2021. Anzi, probabilmente il business delle rinnovabili subirà un’accelerata dal momento la pandemia ha creato un collo di bottiglia rispetto a molti investimenti, che si sbloccheranno tutti insieme l’anno prossimo.

I tre settori dello sprint

La corsa però non ha riguardato tutti i segmenti di mercato. Sono soprattutto tre quelli che hanno trainato il rally: solare, eolico, idroelettrico. Ci sono invece dei passi indietro nei segmenti dei biocarburanti e delle bioenergie. La spinta delle rinnovabili assume ancora più valore se si considera che, in contrasto, ci sono stati forti cali innescati dalla crisi sanitaria in molti altri settori energetici. Basti pensare a petrolio, gas e carbone, che sono andati a zig zag dopo aver perso parecchio durante la primavera.
Se poi guardiamo in Borsa, i titoli quotati di produttori di apparecchiature e di sviluppatori di progetti hanno avuto risultati decisamente superiori alla media.

A livello geografico, la spinta maggiore si evidenzia in Cina e Stati Uniti, dove gli investimenti si affrettano a raccogliere le incentivazioni in via di esaurimento. Nel prossimo futuro però anche l’India tirerà il mercato, mentre l’Europa farà la sua parte più blandamente (ed a macchia di leopardo). Nel nostro continente infatti, ci si è dati obiettivi a lungo termine (2030 e 2040) ma poche strategie a breve termine per concretizzare la svolta energetica green.

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Eurobond, la strada sembra tracciata. La seconda ondata di Covid li renderà quasi inevitabili

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  • 4 Novembre 2020

L’avanzata della pandemia, con la seconda ondata in pieno divenire, sta riportando di attualità il tema degli Eurobond. Sembravano accantonati, o forse non necessari, perché per diversi mesi abbiamo vissuto con l’ottimismo di chi pensava di poter sconfiggere il virus. La seconda ondata ci ha riportati a una durissima realtà, con tutte le conseguenze economiche del caso.

La seconda ondata e gli Eurobond

eurobondBisogna evidenziare che questa seconda tempesta di contagi si sta rivelando molto più pesante della prima, perché ci ha colpiti quando eravamo ancora in ginocchio (economicamente parlando) e stavamo faticosamente cercando di rialzarci. Le misure di lockdown ci riporteranno indietro di mesi, anche se saranno più blande delle precedenti (perché non potremmo reggere una nuova chiusura totale). Colpiranno tutti i paesi, da quelli produttori di materie prime a quelli che puntano sulla tecnologia. dai principali produttori di petrolio ai Paesi leader della manifattura.

L’arma in più oltre al Recovery fund

Di fronte a questa situazione, la politica monetaria espansiva da sola non è più sufficiente per dare respiro a un’economia in crisi. Abbiamo superato la piercing line che separa la situazione di rimbalzo da quella del nuovo declino. Serve una spinta in più, e una soluzione praticabile sono gli Eurobond.

E’ vero che nel frattempo l’Europa ha varato il Recovery fund, ma le risorse che distribuirà non si vedranno così presto. E comunque era stato confezionato senza considerare i danni di una seconda ondata. Per questo motivo molti ritengono che si dovrà fare ricorso all’unica arma che ancora non è stata sfruttata: gli Eurobond.

Novità? non proprio…

Del resto, lo stesso Recovery Fund parte da un concetto analogo a quello degli Eurobond, ossia la condivisione delle emissioni obbligazionarie e delle responsabilità. Che stiamo già percorrendo questa strada lo dimostra il programma obbligazionario legato a SURE, introdotto dall’UE per sostenere il mercato del lavoro dei paesi membri. Ma lo dimostrano anche due bond collocati dalla UE di recente, che hanno caratteristiche molto simili agli Eurobond. Insomma, sembra che ci si sta avvicinando piano piano e per gradi a qualcosa di inevitabile.

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