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Tutelare la sicurezza dei tecnici nei sopralluoghi post sisma

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Tutelare la sicurezza dei tecnici nei sopralluoghi post sisma

Un corso a Brescia l’8 maggio 2019 per conoscere le misure di autotutela per i tecnici impegnati nei sopralluoghi degli edifici e nei rilievi di agibilità necessari dopo gli eventi sismici.

 

Sappiamo che il territorio italiano è caratterizzato, con l’esclusione di poche aree, da un’elevata sismicità che provoca ogni anno decine di terremoti che, nella maggior parte dei casi, non provocano danni o vittime.

Ci sono, tuttavia, anche crisi sismiche più intense, come quella del 2016, che arrivano a colpire duramente superfici molto ampie e centinaia di piccoli comuni.

E nella fase post sisma in questi comuni, a volte sede di ingenti patrimoni storico-culturali, i cantieri di ricostruzione sono spesso caratterizzati da un rischio infortunistico molto alto.

Per poter operare in sicurezza è, dunque, necessario che tecnici qualificati operino adeguati sopralluoghi negli edifici e precisi rilievi di agibilità sismica.

 

Quali sono le misure di prevenzione e protezione adatte per tutelare la sicurezza di questi tecnici? Quali sono le misure di autotutela più adeguate?

 

Il corso sull’autotutela dei tecnici nei sopralluoghi

Proprio per rispondere a queste domande e fornire utili informazioni per tutelare la salute e l’incolumità dei tecnici, l’Associazione Italiana Formatori ed Operatori della Sicurezza sul Lavoro (AiFOS) organizza per l’8 maggio 2019 a Brescia un corso di 8 ore dal titolo “Autotutela dei tecnici nei sopralluoghi post sisma. Misure da attuare”.

Partendo dalla costatazione dell’esposizione dei tecnici ai rischi connessi allo stato degli edifici visitati, durante i sopralluoghi e i rilievi di agibilità, il corso ha l’obiettivo di approfondire il tema dell’autotutela, con riferimento anche all’utilizzo di dispositivi di protezione individuale (DPI).

Durante l’incontro, della durata di 8 ore in presenza, saranno segnalate le misure di autotutela da adottare al fine di tutelare la sicurezza e la salute dei tecnici.

 

L’importanza dell’autotutela

Ricordiamo che il Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro (D.Lgs. 81/2008) sottolinea, nell’articolo 20, il principio di autotutela dei lavoratori: “ogni lavoratore deve prendersi cura della propria salute e sicurezza e di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro, su cui ricadono gli effetti delle sue azioni o omissioni, conformemente alla sua formazione, alle istruzioni e ai mezzi forniti dal datore di lavoro”. E il nuovo approccio alla sicurezza richiede la partecipazione di tutti i lavoratori che operano in un ambiente lavorativo, anche gli eventuali lavoratori autonomi.

Senza dimenticare poi che per “lavoratori” devono intendersi tutte le persone che “indipendentemente dalla tipologia contrattuale” svolgano un’attività lavorativa “nell’ambito dell’organizzazione di un datore di lavoro pubblico o privato, con o senza retribuzione”.

E gli interventi sugli edifici danneggiati, come ricordato anche nei decreti emanati per gli interventi urgenti nelle fasi post sisma, devono essere comunque realizzati nel rispetto delle norme di sicurezza del D.Lgs. 81/2008.

 

Il programma del corso sull’autotutela dei tecnici

Il corso di 8 ore “Autotutela dei tecnici nei sopralluoghi post sisma. Misure da attuare” si terrà, dunque, a Brescia l’8 maggio 2019 – dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 18.00 – presso AiFOS Protezione Civile in via Branze 45, c/o CSMT, Università degli studi di Brescia.

 

Ricordiamo che durante il corso saranno affrontati i seguenti argomenti:

  • Le attività di sopralluogo (ordinario, anomalo, in emergenza)
  • Il sistema di protezione civile (cenni)
  • I dispositivi di protezione individuale:
    • cosa sono, a cosa servono e come si usano
    • limiti invalicabili nel loro utilizzo
  • Cosa ci possiamo aspettare:
    • I sopralluoghi in edifici abbandonati e similari
    • Gli scenari tipici post sisma
    • Gli edifici abitati ed i rapporti con gli abitanti
  • Le misure di autotutela
  • Lavoro d’aula con esempi pratici di situazioni reali e comportamenti da tenere

 

Il docente del corso sarà il geometra Stefano Farina, Formatore Qualificato AiFOS, consulente in materia di salute e sicurezza sul lavoro e nei cantieri, coordinatore per la sicurezza nei cantieri ed RSPP.

 

Il corso è valido come aggiornamento relativo a 6 ore per RSPP e ASPP di tutti i macrosettori ATECO, 6 ore per Formatori qualificati seconda area tematica e 6 ore per Coordinatori alla sicurezza

 

Per avere informazioni e iscriversi al corso è possibile utilizzare questo link: https://aifos.org/home/formazione/corsi-qualificati/rischi-specifici/rischi-specifici/autotutela_dei_tecnici_nei_sopralluoghi_post_sisma

 

Per informazioni:

Sede nazionale AiFOS: via Branze, 45 – 25123 Brescia c/o CSMT, Università degli Studi di Brescia – tel.030.6595031 – fax 030.6595040 www.aifos.it[email protected]

 

 

11 aprile 2019

 

 

 

Ufficio Stampa di AiFOS

[email protected]

http://www.aifos.it/

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Terremoto dell’Aquila: sotto accusa gli esperti perché non diedero l’allarme

L’Aquila, giugno 2011 – A poco più di 2 anni dal disastroso terremoto del 6 aprile 2009, che ha provocato 309 morti, 1600 feriti e immani danni al patrimonio storico e architettonico della città, su L’Aquila si è abbattuto un terremoto giudiziario: il tribunale del capoluogo abruzzese, infatti, ha rinviato in giudizio i 7 componenti della Commissione governativa grandi rischi, cioè la squadra di esperti che, all’epoca, nel settore “rischio sismico” aveva il compito di “sorvegliare” i movimenti tellurici che possono dare origine ai terremoti.

L’accusa è gravissima: omicidio colposo plurimo e lesioni. Secondo il sostituto procuratore Fabio Picuti, il gruppo di studiosi, nonostante da mesi la città fosse pervasa da un vero e proprio sciame sismico, cioè da numerose piccole scosse, non avvertirono a dovere la popolazione.

Allora sorge spontaneo chiedersi: ma possibile che, con tutti i miracoli che riesce a fare oggi la tecnologia, l’uomo non si a ancora in grado di accorgersi in tempo che la terra sta per tremare? Possibile che non si riesca a dare l’allarme in modo che la popolazione possa scappare?

“Esistono dei segnali premonitori, però non sono costanti, a volte si manifestano e a volte no”, disse allora il dott. Valerio De Rubeis, dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). “Quindi siamo costretti ad alzare bandiera bianca quando si tratta di fare previsioni precise”.

Una sola voce fuori dal coro si fece sentire, in quei giorni terribili. Era quella di Giampaolo Giuliani, un tecnico analista che sosteneva di avere fatto dei rilevamenti in precedenza e di avere comunicato alle autorità che ci sarebbe stato un forte terremoto proprio nella zona de L’Aquila. Ma non lo avevano ascoltato. Anzi, era stato pure accusato di “procurato allarme”.

Oggi però, alla luce delle accuse ai tecnici “ufficiali” e al loro rinvio a giudizio da parte del tribunale dell’Aquila, il personaggio di Giampaolo Giuliani torna alla ribalta: in pratica, poiché i magistrati accusano gli esperti dell’Istituto di geofisica e vulcanologia e della Protezione Civile di non avere fatto tutto il possibile per allertare la popolazione, indirettamente danno ragione a lui, che invece aveva lanciato un accorato quanto inascoltato allarme.

“Direi che la decisione dei giudici rappresenta un fatto storico”, dice Giuliani con malcelata soddisfazione. “E’ la prima volta, infatti, che a proposito di un fenomeno fisico s’ipotizza la responsabilità di chi è preposto all’incolumità delle persone. Se penso che nei giorni del terremoto io feci di tutto per avvertire del rischio, ma nessuno mi diede retta…”.

Per approfondimenti: http://www.iterremoti.com/prevedere-i-terremoti/

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Prevedere i terremoti e i loro danni: si può?

In questo articolo si parlerà di terremoti (http://www.iterremoti.com/) e della possibilità di prevedere il verificarsi di questi eventi naturali e l’entità degli eventuali danni da essi causati.

No, come immagino saprai, non è possibile conoscere in anticipo il luogo e il momento precisi in cui accadrà un terremoto, almeno per ora. Tuttavia si può prevedere in modo ipotetico. In questo caso si anno due diverse tipologie di previsioni: quelle deterministiche e quelle probabilistiche.

La previsione probabilistica, come suggerisce il suo nome, si formula calcolando il pericolo sismico ovvero le probabilità che un sisma possa accadere in una determinata area.

Questo metodo permette di tracciare mappe del pericolo sismico classificando i territori secondo quanto siano più o meno esposti al rischio di terremoti. L’utilità di queste mappe consiste nel poter intervenire in anticipo pianificando azioni preventive.

Per calcolare il livello di pericolo di terremoti in una zona si prendono in considerazione quelli già avvenuti nel corso degli anni.

La previsione deterministica la si ottiene individuando e localizzando le faglie attive che potrebbero dare origine ad un terremoto.

In questo caso è possibile prendere in considerazione diversi segnali premonitori di vario tipo che però non è detto si verifichino sempre.

Per iniziare una campagna preventiva del pericolo sismico si calcola il rischio sismico della zona presa in esame sulla base di 3 elementi: esposizione, vulnerabilità e pericolo.

La vulnerabilità sismica considera con quanta facilità si possano verificare danni a costruzioni, attività o persone a causa di un evento sismico.

L’esposizione sismica si ottiene invece considerando il valore ed il modo in cui sono distribuiti nella zona d’interesse le attività e i beni presenti all’interno di essa e soggetti a subire danni più o meno direttamente causati dal terremoto. Questo tipo di valutazione può essere utilizzata nel calcolo del costo di un’eventuale opera di ricostruzione.

Grazie a tali strumenti oggi vengono tracciate le mappe del rischio sismico e si pianificano le azioni (emanazioni di leggi per la costruzione di edifici antisismici, piani di soccorso ed evacuazione) volte a minimizzare il numero dei morti, dei feriti e delle perdite materiali.

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Mercalli e Richter: le scale dei terremoti

Per misurare l’intensità di un terremoto si utilizzano due sistemi metrici: la scala Mercalli e la scala Richter. Sicuramente le hai già sentite nominare ma sai esattamente di cosa si tratta? Continua a leggere per saperne di più.

La scala Mercalli, inventata nel 1902 dall’omonimo sacerdote sismologo e vulcanologo italiano, valuta l’intensità di un evento sismico basandosi sugli effetti che esso causa su cose (case, strade, ponti, ecc.) e persone (morti e feriti).

I dati vengono raccolti da 4 tipologie di indicatori: danni ai manufatti d’uso comune, cambiamenti ambientali, danni a costruzioni, lesioni a persone e animali.

La scala Mercalli non vale dal punto di vista scientifico perché non prende in considerazione la quantità di energia meccanica effettivamente liberata dal sisma, ma unicamente i danni da esso causati. Infatti, anche terremoti con la medesima magnitudo possono essere di intensità differente. Ciò dipende da quale sia il luogo interessato dal terremoto: se vi sono costruzioni edificate applicando le tecnologie antisismiche oppure se la zona è scarsamente popolata oppure la densità della popolazione è alta e le abitazioni mal costruite.

Il valore minimo misurato finora è 1, il massimo 12. Quest’ultimo valore indica un terremoto straordinariamente catastrofico che rade al suolo un’intera area edificata.

La scala Richter, ideata nel 1935 dal sismologo statunitense Charles F. Richter, è stata la prima teorizzata per misurare la magnitudo ovvero l’intensità dei terremoti basandosi sull’ampiezza delle scosse sismiche rilevate. Tale ampiezza aumenta in modo proporzionale rispetto alla quantità di energia coinvolta nel sisma e corrisponde all’ampiezza delle oscillazioni tracciate dai sismografi.

Questa scala misura soprattutto le forze liberate dall’ipocentro di un terremoto per cui non presenta un valore massimo predeterminato.

La Richter, essendo una scala logaritmica, implica che ogni unità di misura si differenzi di 10 da quella che la segue.

Vuoi saperne di più su sismologia e terremoti? Allora clicca qui.

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La scala Mercalli per i terremoti

Data l’intensità estremamente variabile dei terremoti sono state compilate delle scale che ne permettono la classificazione. I criteri all’uopo adottati sono assai vari: esistono, perciò, diverse scale d’intensità.

Una di quelle cui più spesso si fa riferimento in pratica è la scala De Rossi – Forel rettificata da Mercalli e completata in seguito da Cancani (http://www.iterremoti.com/sismografo-richter-mercalli/). Le scosse vi sono classificate in 12 gradi, distinti da limiti di accelerazione in mm/sec e dai corrispondenti danni causati sulla superficie della Terra.

Le scale servono per determinare le curve isosisme, cioè quelle linee che uniscono tutti i punti nei quali il terremoto si è manifestato sulla superficie terrestre con uguale intensità.

La curva che circoscrive la zona in cui il terremoto ha avuto maggiore intensità (o zona pleistoseista) racchiude l’epicentro del fenomeno.

Si tenta di tracciare anche curve omoseiste, colleganti i punti ove il passaggio dell’onda sismica avviene nello stesso momento; tuttavia queste curve sono assai difficili da determinare perché mancano in genere, per la massima parte delle località, dati sufficienti, accertati con rigore scientifico.

Le linee di intensità sono grossolanamente concentriche; la loro irregolarità dipende dalla non uniforme propagazione delle onde sismiche nei vari terreni.

Di seguito sono elencati i diversi gradi della scala Mercalli-Cancani per la determinazione dell’intensità dei terremoti:

1) scossa strumentale: non è avvertita dall’uomo, ma è rilevata esclusivamente dagli strumenti (sismografi);

2) scossa leggerissima: non è avvertita dalla maggior parte delle persone, ma solo da chi si trova in particolari condizioni (es.: agli ultimi piani di un edificio);

3) scossa leggera: è avvertita da poche persone che si trovino in stato di quiete e che siano in ambiente chiuso;

4) scossa sensibile: è avvertita da poche persone all’aperto e da molte nelle case; il vasellame vibra ed i pavimenti scricchiolano;

5) scossa abbastanza forte: è percepita da tutti; i mobili si muovono, alcuni oggetti possono cadere e i campanelli tintinnare;

6) scossa forte: risveglio generale; gli alberi apparentemente oscillano; gli orologi a pendolo si fermano; gli intonaci possono screpolarsi;

7) scossa fortissima: spavento generale senza danno agli edifici ben costruiti; suonano le campane; cadono i fumaioli in cattivo stato; lesioni in qualche fabbricato;

8) scossa rovinosa: profonde fenditure anche nelle case ben costruite; caduta di fumaioli, ciminiere, campanili; le statue ruotano sui loro piedistalli; possibilità di frane in montagna;

9) scossa disastrosa: distruzione parziale o totale di alcuni edifici; anche le case ben costruite possono venir rese inabitabili;

10) scossa molto disastrosa: distruzione della maggior parte delle costruzioni in muratura e danni anche alle case in legno; crepacci nel terreno e maremoti nelle regioni costiere;

11) catastrofe: crollo di qualsiasi tipo di edificio sia in muratura sia in legno; distruzione dei ponti anche ben costruiti; gravi danni alle dighe;

12) grande catastrofe: totale distruzione dell’opera umana; si verificano notevoli movimenti tettonici con mutamento della topografia e dell’idrografia superficiali.

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Il sismografo: misurazione e localizzazione dei terremoti

In questo articolo si parla dello strumento usato per la registrazione dei terremoti: ovviamente, si tratta del sismografo.

Questa apparecchiatura è composta da diversi sensori ed è in grado di produrre la rappresentazione su di un grafico (sismogramma) dell’andamento nel tempo di un evento sismico. Il più delle volte, i sensori sono posizionati ortogonalmente in modo da registrare le vibrazioni contemporaneamente sull’asse verticale, sull’asse nord-sud e su quello est-ovest.

 

– Il sismogramma –

Dallo studio del sismogramma è possibile risalire alla tipologia, all’intensità e alla distanza del terremoto rispetto al punto dove è posizionato il sismografo (o i sismografi).

Sul sismogramma le onde di un sisma sono segnate come oscillazioni di frequenza e ampiezza variabili in funzione dell’intensità. Sul grafico che ne risulta si possono distinguere 3 diverse sezioni (tanto più differenziate quanto maggiormente dista l’epicentro) a cui corrispondono le fasi principali dell’evoluzione di un terremoto. Adesso esaminiamo nel dettaglio ognuna di queste fasi.

La fase iniziale è quella delle prime vibrazioni. Se il sisma è distante, questa fase mostra 2 momenti distinti: prima si registrano le onde che si propagano più velocemente, ovvero le principali (P) che presentano un periodo corto e un’ampiezza ridotta; dopo si evidenziano le onde secondarie (S) che oscillano in modo meno regolare, hanno un periodo maggiore e sono più ampie.

La fase principale è quella durante la quale si registrano oscillazioni di ampiezza e durata maggiore ma di minore velocità: queste sono le onde di superficie, dette onde di Love (L).

La fase finale presenta oscillazioni che lentamente tendono ad affievolirsi, fino a sparire completamente. In questo periodo è possibile registrare anche onde di rifrazione e di riflessione che non sono generate dal sisma ma dalla collisione con eventuali ostacoli.

Una lettura corretta del sismogramma permette anche di conoscere a quale profondità è avvenuto il terremoto, la sua dimensione e la localizzazione dell’epicentro. Vediamo come.

 

– Come si localizza un terremoto –

Onde di tipo diverso si muovono all’interno di un medesimo materiale con velocità diverse. Inoltre, in corrispondenza dell’epicentro, poiché attraversano una distanza molto corta, le onde primarie e secondarie sono poco distanziate. Quindi il ritardo tra queste due tipologie di onde aumenta con la distanza che intercorre tra l’epicentro del terremoto e la posizione del sismografo.

Per tali motivi, il sisma fa registrare dati diversi da sismografi collocati in posizioni differenti. Ed è proprio applicando questi principi che si riesce a sapere quanto dista l’epicentro dal centro di rilevazione: basta calcolare l’intervallo di tempo che intercorre tra l’arrivo delle onde primarie e l’arrivo delle onde secondarie.

Ancora, poiché le velocità delle due onde mantengono lo stesso rapporto, si può tracciare su di un diagramma la rappresentazione di come le onde si propagano nel tempo e nello spazio. Le curve di questo diagramma si chiamano dromocrone.

Il risultato migliore lo si ottiene se si dispone dei dati registrati da 3 stazioni sismografiche diversamente dislocate sul territorio. In questo caso, si tracciano sulla cartina geografica 3 cerchi con il raggio uguale alla distanza ottenuta da ogni stazione. L’epicentro sarà nel punto d’intersezione delle 3 circonferenze.

Localizzare l’ipocentro è invece un’operazione molto più complicata che richiede almeno 10 sismografi e non fornisce un esito sicuro.

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I terremoti: definizione e origine

I terremoti sono stati vibratori, rapidi e violenti, di parti più o meno estese della crosta terrestre, originati da cause endogene.

Allorché in una zona interna alla Terra, si verifica un’improvvisa perturbazione dell’equilibrio delle masse, con trasformazione di energia potenziale in energia cinetica, partono da essa 2 diversi tipi di onde sismiche: le longitudinali o primarie, dovute all’elasticità di volume del materiale che costituisce la crosta terrestre (le particelle vibrano nella direzione della propagazione e le onde si propagano per compressioni e dilatazioni successive), e le trasversali o secondarie, dovute all’elasticità di forma (le particelle vibrano secondo piani ortogonali alla direzione di propagazione).

La velocità media apparente di propagazione di un terremoto dipende dalle varie caratteristiche delle rocce attraversate, e si aggira in media sui 9,1 Km/sec (tra 8 e 13) per le onde longitudinali e sui 5,5 Km/sec (tra 4,5 e 8,5) per quelle trasversali.

Queste vibrazioni si propagano sino alla superficie terrestre ove si compongono in onde superficiali, dette lunghe perché hanno ampiezza massima, di propagazione relativamente lenta (3-4 Km/sec), le quali, per gli effetti spesso disastrosi da esse prodotti, vengono chiamate scosse di terremoto.

Qualunque sia la loro intensità le scosse possono essere sussultorie od ondulatorie; le prime sono caratterizzate da spinte che provengono dal basso, quasi verticalmente, le seconde da spinte che si comunicano obliquamente agli strati.

Le cause endogene che determinano i terremoti possono essere di varia natura.

Sono di origine tettonica (o di dislocazione) quando sono dovute a fratture interne della crosta terrestre, che si verificano allorché viene superato il limite di elasticità delle masse rigide: circa il 90% dei terremoti dipende da questa causa.

Sono di origine vulcanica (o esplosiva) se le scosse, solitamente a carattere locale, precedono o accompagnano un’eruzione vulcanica.

Sono dovute a crollo e sprofondamento, allorché azioni erosive sotterranee determinano la caduta di masse entro caverne o vuoti: quest’ultimo tipo di terremoti è di carattere locale e raramente accertato.

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I terremoti: origine e distribuzione

Dove nasce e come si caratterizza quel fenomeno naturale tristemente noto come evento sismico, sisma o terremoto? Quali sono le zone a maggiore rischio sismico nel mondo? L’articolo che stai per leggere si propone di fornire delle risposte a queste ed altre domande.

La zona centrale profonda, dove avviene la perturbazione che origina il terremoto, prende il nome di ipocentro, o fuoco, o focolare sismico.

L’importanza del fenomeno sismico dipende generalmente dalla profondità dell’ipocentro; nei terremoti normali esso non è mai a profondità maggiore di 300 Km; raramente, nei terremoti più rovinosi, raggiunge al massimo la profondità di 700 Km.

Dall’ipocentro partono le onde longitudinali e trasversali.

Si chiama epicentro del terremoto il punto della superficie terrestre che si trova sulla verticale dell’ipocentro. Esso è raggiunto dalle onde sismiche provenienti dall’ipocentro in un tempo minore e con forza maggiore rispetto a tutti gli altri punti della superficie terrestre; da esso hanno origine le onde superficiali.

Le scosse di terremoto che avvengono in regioni situate al di sotto dei mari e degli oceani, e che provocano perciò violente e improvvise tempeste, prendono il nome di maremoti.

Queste scosse sono sempre di brevissima durata (pochi secondi), ma talvolta si ripetono così rapidamente da dare l’impressione di una sola scossa prolungata. Si è osservato che, in questo caso, la scossa più forte non è mai l’ultima e raramente è la prima.

I terremoti sono preceduti o accompagnati o seguiti da boati, cupi brontolii come di tuoni o di scoppi repentini, dovuti al rumore della roccia che si rompe; talvolta accompagnano la scossa tipiche manifestazioni luminose dette bagliori sismici.

In media ogni anno si registrano dalle 8 alle 10.000 scosse, ma, in effetti, i terremoti sono assai più numerosi perché molti di essi passano inosservati, soprattutto quando si verificano nelle regioni sottomarine.

Esistono sulla Terra regioni praticamente asismiche e regioni molto sismiche. L’Italia è quasi tutta regione sismica.

Tra le varie zone sismiche sono particolarmente rilevanti: il cerchio circumpacifico (anello di fuoco del Pacifico), la zona trans asiatica alpino-caucasica-himalaiana, che si estende dalla Spagna e dall’Africa del Nord sino alle Filippine nel Pacifico, la stretta cresta mediana sottomarina dell’Atlantico che va dallo Spitzbergen all’Antartide e, infine, la cresta sottomarina che attraversa l’Oceano Indiano dalla costa dell’Arabia sino all’Antartico.

Oggi grazie a Internet è possibile ricevere aggiornamenti sui terremoti in tempo reale.

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Dinamica dei terremoti: le onde simiche

Devi sapere che, in seguito ad un terremoto, dal suo ipocentro si libera un’enorme quantità di energia meccanica. Tale propagazione avviene, tra la roccia circostante, mediante le onde sismiche. Queste onde, attraversando la roccia, la deformano ma, dopo il loro passaggio, la roccia, essendo elastica, ritorna alla sua forma iniziale.

Le onde sismiche sono dunque elastiche poiché non implicano uno spostamento delle particelle ma solo la loro oscillazione.

Le onde sismiche possono essere di tre tipi: primarie (P), secondarie (S) e superficiali.

Le onde primarie (o di compressione o longitudinali) hanno origine nell’ipocentro e tendono a modificare il volume delle rocce che investono. Tali onde sono quelle in grado di propagarsi più velocemente e posso “viaggiare” sia attraverso i solidi che i liquidi alla velocità di 4/8 Km al secondo.

Anche le onde secondarie (o di distorsione o trasversali) vengono generate nell’ipocentro. In questo caso, le particelle investite oscillano in senso perpendicolare rispetto alla direzione dell’onda e modificano solo la forma. Per questo non riescono a propagarsi nei liquidi che non hanno forma e le cui particelle hanno legami troppo deboli. La velocità delle onde S è di 2,3/4.6 Km al secondo.

Quando le onde primarie e secondarie arrivano in superficie, una parte di esse diventano onde superficiali. Le onde superficiali, a loro volta, si dividono in onde di Reyleigh e onde di Love.
Le onde di Reyleigh si originano a livello della superficie terrestre dalla collisione tra onde primarie e secondarie. Solo certi animali sono capaci di sentire queste onde e ciò spiega perché riescono ad avvertire in anticipo l’arrivo di un terremoto.

Le onde di Love (L) sono originate dalla collisione di onde secondarie con un terreno libero. Causano delle vibrazioni perpendicolari alla direzione delle onde e possono danneggiare molto gravemente cose e persone poiché si disperdono molto lentamente e sono quindi più violente.

Se hai letto fin qui probabilmente sei interessato ai terremoti e vuoi saperne di più su questo argomento. Se è così, puoi continuare questo entusiasmante viaggio conoscitivo visitando il nostro blog.

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Dinamica dei terremoti: il rimbalzo elastico

Probabilmente già sai cosa è un terremoto, specialmente se vivi in un paese a forte rischio sismico come l’Italia. Se però vuoi conoscere quali sono alcuni aspetti delle dinamiche che regolano questo fenomeno ed il suo andamento nel tempo, ti invito a continuare la lettura di questo articolo per saperne di più in merito. Infatti, sto per parlarti della cosiddetta teoria del rimbalzo elastico.

Questa teoria propone una spiegazione di come si verifica un terremoto di tipo tettonico ed è stata formulata dopo il sisma che colpì la città di San Francisco nel 1906. In base a questa teoria, i terremoti hanno origine nelle parti profonde della litosfera.

Qui la roccia subisce per lunghi periodi di tempo una pressione intensissima. Poiché la roccia possiede una certa elasticità, questa, a causa dell’energia meccanica che ha accumulato, comincia a deformarsi. Naturalmente, questa deformazione non può continuare all’infinito e, prima o poi, si supera il limite di elasticità (che cambia in base al tipo di roccia) raggiungendo il punto di rottura. Quando ciò accade, il punto meno resistente si spacca dando origine a una faglia.

La faglia è una frattura nella crosta terrestre lungo la quale scorrono due blocchi che si spostano in senso opposto. Dal punto di rottura (ipocentro) viene rilasciata, nella forma di onde elastiche, l’energia meccanica accumulata in precedenza: è così che avviene il terremoto. L’energia così rilasciata deforma anche le rocce intorno alla faglia e il terremoto continuerà finché l’energia non si sarà dispersa del tutto.

Solo a questo punto viene ripristinato un nuovo equilibrio. Spesso, prima del verificarsi della scossa maggiore, il sisma viene anticipato di qualche giorno da alcune scosse minori. Dopo la scossa maggiore, non bastando questa a consumare tutta l’energia meccanica accumulata, si susseguiranno altre scosse meno intense dette “di assestamento”.

Per la teoria del rimbalzo, i terremoti vengono generati lungo il piano su cui scorre una faglia. E si possono generare ancora fino a quando faglia non diventa attiva, ovvero finché permane la tensione che deforma la roccia intorno alla frattura.

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Il disastro nucleare di Fukushima: una nuova Chernobyl?

A circa un mese di distanza dal terribile terremoto che ha sconvolto il Giappone, il paese non pare aver ancora ritrovato la stabilità non solo a causa delle continue scosse che continuano a terrorizzare abitanti ed istituzioni, ma anche delle preoccupazioni, sempre meno celate, per la centrale nucleare di Fukushima. Dopo aver affrontato l’emergenza del post-terremoto e tentato di riportare una certa normalità nel paese, il Governo si è trovato alle prese con il pericolo nucleare che per giorni, dopo la tragedia, si è tentato di scongiurare ma che alla fine si è mostrato in tutta la sua drammaticità.

Ad oggi, infatti, l’incidente di Fukushima viene classificato come “il più grave di tutti i tempi” e paragonato solo al disastro del 1986 di Chernobyl, almeno stando ai rilevamenti effettuati dall’agenzia giapponese per la sicurezza nucleare che ha innalzato al livello massimo di 7 l’incidente giapponese. Un limite preoccupante che sino ad oggi era stato raggiunto solo dall’incidente in Ucraina che, purtroppo, rischia di essere replicato.

Allarme, quindi, fomentato anche da dichiarazioni rilasciate da alcuni funzionari della Tepco, la società giapponese che gestisce l’impianto di Fukushima, e che hanno fatto intendere come sussista addirittura la possibilità che i livelli di radioattività raggiunti dalla centrale possano essere superiori a quanto previsto.

“La perdita radioattiva non si è ancora arrestata completamente, e la nostra preoccupazione è possa anche superare Chernobyl”. Dichiarazioni che hanno alimentato la preoccupazione e scatenato un dibattito tra chi sostiene che le autorità giapponesi stiano minimizzando nel tentativo di contenere il panico e chi, invece, ritiene che la situazione non sia poi così allarmante.

Sergio Ulgiati, professore di Chimica presso l’Università Parthenope di Napoli e membro del Comitato Scientifico di WWF Italia, ha commentato così la situazione giapponese:

“Il passaggio al livello 7 di pericolosità della centrale nucleare di Fukushima equivale a una dichiarazione di resa, che dice come la situazione sia fuori controllo e non ci sia modo di arrestare né la fusione né la contaminazione anche per chi è lontano dall’area. L’ipotesi peggiore da scongiurare è un’esplosione di idrogeno con l’immissione di forti quantitativi nell’atmosfera”. Il professor Ugliati ha poi aggiunto:

“ Il rischio coinvolge le aree geografiche limitrofe, come ad esempio la Cina e la Corea, ma in generale se si considera il commercio globalizzato del cibo non ha confini. Da qui deriva il principale pericolo. Sappiamo inoltre che la nube radioattiva è già arrivata in Europa, anche se di bassa radioattività”.

Un allarme condiviso da Greenpeace che già da tre settimane denuncia la gravità della centrale nucleare dove, nelle prime ore del mattino di oggi, è anche scoppiato un incendio nel reattore numero 4 che però è stato subito domato.

Tuttavia non tutti sono concordi con il pericolo lanciato in queste ore.

Primo tra tutti il Premier Naoto Kan che ha sottolineato come le “radiazioni stiano diminuendo”, voce alla  quale si è poi aggiunta quella del responsabile dell’Agenzia internazionale per la sicurezza nucleare, Denis Flory, che ha dichiarato:

“Fukushima e Cernobyl sono molto diversi. Fukushima è un incidente completamente diverso. Il livello di emissioni a Chernobul è sensibilmente diverso”. Dall’Aie, inoltre, hanno voluto rimarcare come la catastrofe di Chernobyl sia stata causata da un errore umano e da un difetto di progettazione, mentre la crisi di Fukushima è il risultato di un sisma/tsunami di forza poco comune. Sempre Flory ha inoltre rimarcato come “le meccaniche dell’incidente siano molto diverse”, e come cioè quello che è avvenuto a Chernobyl, ovvero la diffusione di grandi quantitativi di radioattività nell’atmosfera, non si sia invece verificato a Fukushima, dove i reattori erano spenti e dove non vi è stata alcuna esplosione all’interno della struttura di protezione.

Flory ha poi concluso, sottolineando come “la situazione a Fukushima resta ancora molto seria ma come ci siano già i primi segnali di un miglioramento di alcune funzioni, soprattutto per quanto concerne l’alimentazione dei sistemi di raffreddamento dei reattori.

Ufficio Stampa

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Terremoti: una forza devastante e senza freni

Le catastrofi naturali hanno sempre accompagnato l’uomo nel suo cammino, sin dalle origini della storia. Una battaglia costante e quasi sempre persa quella del genere umano contro le forze della natura che periodicamente si scatenano assumendo forme e caratteristiche diverse. I terremoti sono sempre stati tra i maggiori “spauracchi” dell’umanità in virtù del loro potere distruttivo e della forza devastante che sempre li accopagna. Difronte ai terremoti ci si senti impotenti, totalmente incapaci di frenare la forza devastante delle scosse sismiche che trascinano tutto dietro di sè, devastando strade, abbattendo palazzi, radendo al suolo intere città.
L’ultimo paese in ordine di tempo ad aver subito la forza devastante di un terremoto è il Giappone, un’area altamente sismica, dove, nonostante tutte le precauzioni prese e le norme di sicurezza adottate non si è potuto evitare la catastrofe. E difficilmente il terremoto del Giappone non si sarebbe rivelato una tragedia, visto che quello che ha colpito il paese asiatico è stato uno dei più potenti degli ultimi anni: ben 8.9-9.0 di magnitudo con epicentro nella città di Sendai, a 300 km di distanza dalla capitale Tokio, classificabile come il quinto terremoto più potente e devastante degli ultimi anni.
Si perchè se il Giappone è ora il ricordo più vivo in realtà di terremoti altrettanto violenti e distruttivi ce ne sono stati molti in questo secolo. Senza neanche andare troppo indietro con la memoria non si può non ricordare il terremoto forse più devastate del ‘900, quello del 1960 di Valdivia, in Cile, passato tristemente alla storia come il grande terremoto cileno e come il più intenso mai registrato al mondo. Come per il Giappone, anche in questa occasione il movimento tellurico provocò uno tsunami di potentissima intensità che si manifestò anche con onde alte circa 25 metri, capaci di raggiungere molte località dell’Oceano Pacifico, come ad esempio le Hawaii e l’arcipelago giapponese, provocando nel totale 3.000 vittime e 2 milioni di sfollati. Devastante fu anche il terremoto di Prince William Sound in Alaska, del 1964 di magnitudo 9.2 accompagnato da uno tsunami che raggiunse addirittura la costa della California.
E scorrendo gli anni se ne incontrano tanti di terremoti devastanti: quello di Sumatra, in Indonesia, del 2004 di magnitudo 9.1,  che seminò morte e distruzione dalle coste africane al sud-est asiatico, quello di Kamcatka, in Russia, del 1952 di magnitudo 9.0, o quello dell’Ecuador del 1906, di magnitudo 8.8. E come non citare il terremoto della Costa di Maule, in Cile, del 2010 di magnitudo 8.8, quello di Sumatra, in Indonesia, del 2005 di magnitudo 8.7, verificatosi ad appena un anno di distanza dal violentissimo tsunami che aveva colpito le stesse zone, o ancora il terremoto delle Isole Rat, in Alaska, datato 1956 e quello di Assam e Tibet del 15 agosto 1950, che registrò la distruzione sia in Tibet che nel nord dell’India provocando più di 1.500 vittime.
Chiaramente la forza devastante di un terremoto non si misura solo dalla sua intensità o dal bilancio delle vittime e dei danni causati, ma anche da altri importanti fattori come ad esempio la densità dell’area colpita e le tecniche di costruzione utilizzate. Secondo questi “metri di giudizio”, il terremoto che ha causato il maggior numero di vittime è stato quello di Haiti del 2010, che ha causato la morte di più di 300 mila persone ed oltre un milione di sfollati.
E in Italia?
Le cose non vanno di certo meglio, visto che anche il nostro paese, zona altamente sismica, è stato teatro di numerosi terremoti particolarmente intensi. L’ultimo in ordine di tempo è stato il terremoto che ha colpito L’Aquila e la sua provincia lo scorso 2009 di magnitudo 6.3, sebbene quello di gravità maggiore è stato il terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908 che causò più di 120 mila morti.
Dati e numeri impressionanti che confermano come l’umanità sia costretta a subire i terremoti e come, nonostante tutte le precauzioni prese, ci si trovi di fronte ad una forza devastante e incontenibile.
Ufficio stampa
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