La narrazione europeista considera che il punto di arrivo quasi naturale per tutti coloro che decidono di entrare nell’Unione sia abbracciare l’euro come valuta. Ma questo scenario riceve l’ennesima smentita dalla Polonia, che pare non sia fatto intenzionata a rinunciare alla propria valuta, visti i risultati che sta avendo.
L’intervista del ministro polacco sull’euro
Nel corso di un’intervista rilasciata al Financial Times, il Ministro delle finanze polacco Andrzej Domanski ha bollato come “controproducente” per l’economia nazionale l’eventuale adozione dell’euro. Semplicemente perché un passo del genere finirebbe per rallentare la buona performance economica della Polonia. Altro che fattore di forza, l’euro viene trattato come elemento di debolezza. E i numeri, come vedremo, gli danno ragione.
Ulta-Europeista… ma non “eurista”
L’importanza di questo messaggio (in senso negativo per l’Unione Europea) è che giunge da un Paese guidato da un premier ultra-europeista come Donald Tusk. Nel corso del suo primo mandato era un grande sostenitore dell’ingresso dell’euro, ma oggi ha cambiato totalmente opinione. A conti fatti non gli si può dar torto, visto che la scelta di conservare lo Zloty – fatta anni fa e difesa dalle feroci critiche piovute dai vertici UE – adesso si sta rivelando estremamente saggia e lungimirante.
Come ha potuto agire le banca centrale della Polonia
Grazie al fatto di aver mantenuto la propria sovranità monetaria, negli ultimi due decenni la Polonia è riuscita ad ammortizzare bene gli shock esterni. Ci è stato possibile proprio perché ha potuto agire in modo flessibile, visto che non era ingabbiata dai rigidi schemi imposti dall’Europa e dalla Banca Centrale Europea BCE (ossessionata dall’inflazione). La Banca centrale della Polonia ha potuto muovere i tassi di interesse in relazione alle esigenze del ciclo economico interno. A questo privilegio hanno invece rinunciato i Paesi dell’Eurozona, che hanno subito le decisioni prese dalla BCE per tutti.
Di fronte agli shock esterni la Banca Centrale polacca ha potuto innescare una svalutazione temporanea per sostenere la competitività delle esportazioni polacche, mentre altri paesi hanno dovuto tagliare i salari o adottare politiche di austerità. La conseguenza è che l’economia polacca ha registrato delle performance nettamente superiori alla maggior parte dei membri storici della Eurozona.
Le performance economiche della Polonia
Tutto questo ha permesso alla Polonia, che ha appena due anni fa si sentiva relegata nel gruppo dei paesi minori d’Europa, di essere sulla corsia di sorpasso rispetto a molte altre economie del vecchio continente. Lo dimostra sia la forza della sua valuta, visto che negli ultimi due anni lo Zloty si è costantemente apprezzato rispetto all’Euro (si vedano i dati su Pocket Option Italia) grazie alla forte fiducia dei mercati, e lo dimostra il fatto che il PIL lo scorso anno ha superato il trilione di dollari, rendendo la Polonia la ventesima economia mondiale.
Diversi nuovi protagonisti sono pronti al lancio in Borsa, anche perché le politiche monetarie più accomodanti hanno creato un terreno più fertile alle quotazioni. Saranno in particolar modo i settori dell’intelligenza artificiale, il fintech e la tecnologia a dominare la scena.
A metà settembre le due più grandi banche centrali (FED e BCE) si riuniranno in meeting per decidere cosa fare dei tassi di interesse. L’istituto americano sembra indirizzato verso una conferma del livello attuale, mentre quello europeo vive un compito più difficile. Perché la crescita economica verrebbe ulteriormente messa sotto pressione, e il rischio recessione fa molta paura.
Gli ultimi dati sul Pil del Dragone evidenziano che la Cina ha segnato +0,8% nel secondo trimestre, numero che impallidisce rispetto al 2,2% del periodo gennaio-marzo. Su base annua, la crescita del Pil è stata invece del 6,3%, che sembra incoraggiante, ma in realtà è così alto solo perché messo a confronto col periodo asfissiante delle restrizioni zero Covid.
Una fotografia della situazione è stata fornita di recente dall’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE). Nel rapporto riguardante il periodo compreso tra il 2017 e il 2022, viene evidenziato l’incremento esponenziale della domanda dei tre minerali fondamentali, per sostenere la transizione verso un’economia a bassa o zero emissioni.
Occorre fare un passo indietro come premessa. Nel 2001 un gruppo di paesi che All’epoca erano considerati emergenti – Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica – si sono riuniti per cercare delle sinergie che consentissero una crescita più vigorosa alle rispettive economie. E’ nato così il BRICS.