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Breve storia di Giuseppe Verdi

Giuseppe Verdi fu un compositore italiano che esordì da operista alla Scala di Milano nel 1839 con Oberto conte di San Bonifacio e si consacrò nel 1842 con il trionfo del Nabucco.

Le sue opere sono ancora oggi tra le più conosciute ed eseguite, in particolare la cosiddetta “trilogia popolare”: Rigoletto, Il trovatore e La traviata. Tra gli appassionati di opera lirica i dischi in vinile di questa trilogia sono ancora ricercatissimi.

Nacque a Roncole, vicino a Busseto nel Ducato di Parma, il 10 ottobre 1813 da una famiglia umile: i suoi genitori lavoravano in una osteria di campagna. Quando era ancora un bambino, un droghiere, grossista di suo padre, Antonio Barezzi, amante della musica e presidente della Filarmonica di Busseto, si accorse che il piccolo Giuseppe aveva un talento particolare per la musica e gli pagò le prime lezioni private affinché questo talento fosse sviluppato.

Verdi decise di presentarsi al Conservatorio di Milano ma non riuscì tuttavia a superare l’esame di ammissione. Verdi aveva 19 anni; non si dette per vinto e grazie ad una borsa di studio del Monte di Pietà di Busseto, oltre all’aiuto economico di Barezzi, cominciò ad entrare nel mondo della Scala: prima attraverso le lezioni private del cembalista Vincenzo Lavigna, e poi assistendo alle rappresentazioni.

Nel 1836 vinse il concorso di maestro di musica del comune di Busseto e lo stesso anno sposò la figlia del suo benefattore, Margherita Barezzi, da cui ebbe due figli: Virginia e Icilio.

Nabucco segnò l’inizio di una folgorante carriera. Per quasi dieci anni Verdi scrisse mediamente un’opera all’anno, da I Lombardi alla prima crociata a La battaglia di Legnano, passando per I due Foscari, Giovanna d’Arco, Alzira, Attila, Il corsaro, I masnadieri, Ernani e Macbeth. Furono creazioni generalmente di successo rappresentate in molti teatri italiani ed europei, ma composte spesso su commissione, con ritmi di lavoro talvolta massacranti.

Dopo il successo degli allestimenti di Nabucco a Venezia (con venticinque repliche nella stagione 1842/43), Verdi avviò trattative con l’impresario della Fenice per mettere in scena I Lombardi e per scrivere una nuova opera: l’Ernani.

La vicenda, ricca di colpi di scena e incentrata su un triplice amore, diede la possibilità a Verdi di approfondire la caratterizzazione di alcuni personaggi dal punto di vista drammaturgico e di iniziare ad affrancarsi dall’ingombrante influsso dei grandi compositori italiani dei primi decenni dell’Ottocento: Gioachino Rossini, Vincenzo Bellini e Gaetano Donizetti. L’opera fu premiata da un largo successo, ed in sei mesi fu replicata in altri venti teatri italiani, nonché a Vienna.

Dopo un periodo di malattia, Verdi iniziò a lavorare su Macbeth nel settembre 1846. Macbeth, presentata al Teatro La Pergola di Firenze nel 1847, è con ogni probabilità il capolavoro giovanile di Verdi.

In pochissimo tempo l’opera fu pronta e fu un trionfo (1842). Il coro del Nabucco ebbe un successo strepitoso e veniva cantato e suonato perfino per le strade. Nel frattempo Verdi aveva conosciuto due donne importantissime nella sua vita: la soprano Giuseppina Strepponi, che sarebbe diventata la sua compagna e poi la sua seconda moglie, e la contessa Clarina Maffei, un’amica carissima grazie alla quale poté entrare nei salotti milanesi.

Negli ultimi decenni l’opera è stata sottoposta a un intenso processo di rivalorizzazione, anche se generalmente viene rappresentata nella sua veste definitiva del 1865, riveduta e ampliata dal compositore bussetano. L’opera, dalle potenti connotazioni drammatiche, si differenzia dalle precedenti per un maggiore approfondimento psicologico dei protagonisti della tragedia (Macbeth e Lady Macbeth), preannunciando, col suo debordante lirismo, la trilogia popolare di un Verdi entrato nella sua piena maturità espressiva.

L’opera successiva al Nabucco, I Lombardi alla Prima Crociata, fu un altro successo, sebbene duramente censurato dal governo austriaco, poiché, insieme al Nabucco, era stato rivisitato in chiave patriottica dagli italiani che volevano la libertà dall’impero asburgico.

Dopo Giovanna d’Arco, Verdi si allontanò dalla Scala e da Milano: si recò prima a Parigi e nel 1849 tornò a Busseto insieme a Giuseppina, divenuta ormai la sua compagna. Molte voci girarono su questo rapporto e sulla convivenza dei due, ufficializzata con il matrimonio solo nel 1859. In questi anni Verdi scrisse la cosiddetta trilogia popolare: Rigoletto, Il Trovatore e La Traviata.

Nel 1869, con La forza del destino, Verdi segnò il suo ritorno alla Scala, da cui non si allontanò mai più; strinse inoltre un’intensa amicizia con Teresa Stolz, trasformatasi ben presto in qualcosa di più: il soprano boemo fu la prima e più grande interprete dell’Aida (1872).

Nel 1893, Verdi dette l’addio al teatro con la sua unica opera comica, il Falstaff; quattro anni dopo morì la Strepponi, e Verdi passò gli ultimi anni della sua vita all’Hotel de Milan, dove morì il 27 gennaio 1901.

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A BOCCA APERTA PER VERDI

È aperta fino al 1° novembre nella sede dell’associazione culturale “Amici di Verdi” in Via Roma 119 a Busseto, compresa tra le iniziative collaterali al Festival Verdi 2009, la mostra documentaria “Verdi studente e compositore in Casa Barezzi”, organizzata dal Museo di Casa Barezzi in collaborazione con la Casa della Musica di Parma. L’esposizione – enuncia con chiarezza il titolo – verte principalmente sugli anni della prima formazione musicale e affettiva di Verdi, quando la casa padronale di Antonio Barezzi, suo affettuoso “talent scout” e “sponsor”, ne accolse le prime composizioni ed esibizioni pubbliche di allievo e poi di giovane maestro di musica. E vide anche – complici le lezioni di pianoforte – la nascita dell’amore per Margherita, figlia di Antonio, che diventò presto sua prima moglie. Le preziose carte provengono dagli Archivi storici della Fondazione Cariparma, del Comune di Busseto, dal Museo Barezzi e da collezionisti privati. Cinque sono le sezioni (La Filarmonica bussetana; Ferdinando Provesi, primo insegnante di Verdi; La borsa di studio del Monte di Pietà; Verdi maestro di musica in Busseto e Manoscritti contenenti la grafia verdiana) allestite ex novo per la mostra, più una sesta (Barezzi e Verdi), approntata in una delle teche che espongono in permanenza negli spazi museali adiacenti una vasta collezione di cimeli verdiani, ricca d’importanti autografi e rari documenti iconografici. Dalla prima immagine esistente di Verdi, un carboncino di Stefano Barezzi (fratello di Antonio, pittore e restauratore tra l’altro del Cenacolo vinciano) eseguito il 4 maggio 1836 in occasione delle nozze con Margherita a uno stupendo pastello di Francesco Paolo Michetti del 1887, epoca della prima di Otello. Oltre una cinquantina sono i pezzi, scelti da Dino Rizzo (nel 1993 Premio Internazionale Rotary Club dell’Istituto di Studi Verdiani, autore del volume Verdi filarmonico e maestro dei filarmonici bussetani) e da Corrado Mingardi responsabile della Biblioteca di Busseto della Fondazione Cariparma. La mostra è doppiamente interessante: sotto l’aspetto scientifico, giacché dà conto dell’ambiente culturale locale, meno ristretto di quanto si potrebbe pensare di un paese nel secondo quarto del XIX secolo. Il bando del 1826 per l’iscrizione alla scuola di musica, ad esempio, rende edotti di una positiva innovazione: dal 1821 il Comune di Busseto e il Monte di Pietà avevano ripreso a finanziare la Scuola di Musica chiusa nel 1816. Alla nuova scuola, affidata a Ferdinando Provesi, potevano accedere gratuitamente anche tre ragazze, escluse dal precedente maestro Ferrari perché la loro presenza nelle esecuzioni della musica sacra, sua principale attività, era vietata. Per comprendere lo spirito innovativo di questa impostazione è utile ricordare che la prima scuola pubblica femminile dei territori della Bassa parmense fu aperta nel vicino comune di Zibello solo nel 1856. Un altro esempio: la “Nota nominativa degli individui” componenti la Società Filarmonica di Busseto nel 1834 indica, oltre al numero dei membri attivi, all’epoca ben 38, anche quali fossero gli strumenti suonati e gli anni di operosità. Colpisce la presenza del controfagotto, di cui la maggioranza dei teatri italiani era sprovvista sino alla seconda metà dell’Ottocento e il repertorio affrontato, dal quale si arguisce che era un’orchestra, non una banda. La mostra è poi interessante sotto il profilo dell’esperienza emozionale, che è quanto il pubblico oggi richiede. I documenti scelti dai curatori permettono di immaginare, quasi di rivivere, in un luogo di magica suggestione evocativa, i passi di un giovane all’inizio di un cammino che si rivelerà fondamentale per la storia musicale nazionale. Tutti conosciamo i grandi successi del Verdi affermato compositore, ma spesso si ignorano le fatiche, le frustrazioni e gli entusiasmi dell’età giovanile. Eloquenti, al riguardo, sono la “supplica” del gennaio 1832 di Carlo Verdi al Monte di Pietà, per l’erogazione di una borsa di studio che consentisse al figlio Giuseppe di recarsi a studiare a Milano e la successiva lettera di ringraziamento al Monte per aver accordato il sussidio, lettera di pugno di “Peppino”, che la scrisse e firmò in nome del padre il 18 febbraio 1832. Un pezzo forte del florilegio documentario è la lettera originale di Lorenzo Molossi (Pontremoli 1795-Parma 1880), l’economista e geografo autore del Vocabolario topografico dei Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, stampato per i tipi della Stamperia Ducale nel 1834. La missiva, prestito straordinario di un collezionista privato, è del 29 febbraio 1836 e dice di quando il giovane bussetano fu a Parma, capitale del ducato, per sostenere presso il maestro Alinovi, che in seguito sarà direttore dei concerti di Corte e della Scuola di Musica fondata da Maria Luigia, l’esame del concorso – vinto – di maestro di musica a Busseto. Verdi, che fu ospitato da Molossi, scrive a Barezzi come si svolsero le prove: esecuzione e improvvisazione al fortepiano, composizione, canto e lettura di un Duetto di Donizetti “pieno di errori, affinché io li correggessi suonando”. In calce alla lettera Lorenzo Molossi, grande amico di Barezzi, ricorda lo stupore dell’Alinovi, Presidente della Commissione Giudicatrice e il suo giudizio pronunciato di fronte a Verdi: “Sinora ho fatto l’ufficio di esaminatore rigoroso, ora faccio quello di ammiratore. Questa fuga è cosa degna di Maestro consumato, meritevole d’essere stampata. Ella ha tanta scienza da fare il Maestro a Parigi, a Londra, non che a Busseto”. Una nota curiosa è che per raccontare la meraviglia degli astanti di fronte alla bravura di Verdi Molossi non usò solo le parole scritte (“tutti rimasero a bocca aperta”) ma tratteggiò anche lo schizzo a penna di un volto sbalordito con gli occhi e la bocca – appunto – spalancati. Chiude la lettera una postilla di Ferdinando Accarini, figlio del podestà di Busseto che afferma come Alinovi stesso avesse definito Verdi “il Paganino del Pianoforte”. (Alessandra Mordacci)

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INFO PRATICHE MOSTRA
Mostra “Verdi studente e compositore in Casa Barezzi”
Organizzazione: Museo di Casa Barezzi Busseto, in collaborazione con Casa della Musica Parma
Orario di apertura: tutti i giorni 10,00-12,30 e 15,00-18,30; dal 29 settembre al 1° novembre 2009.
Costo biglietto d’ingresso: Intero € 4, Ridotto € 3.00, Scuole € 2.00
Mostre collegate: Il biglietto d’ingresso alla mostra bussetana consente la visita gratuita, a Parma, alla mostra “Verdi in prima pagina”, al museo multimediale “L’Opera in scena. Viaggio nel teatro musicale” presso la Casa della Musica e al Museo Casa natale Arturo Toscanini. Il biglietto di ingresso consente la visita gratuita
Per informazioni:
Museo di Casa Barezzi Busseto, tel. 0524.931117, email: [email protected], www.museocasabarezzi.it;
Casa della Musica Parma, tel. 0521.031170, email: [email protected], www.lacasadellamusica.it.

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