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Redditometro 2012, un’infografica ne svela i dettagli e le novità

PMI.it lancia l’Infografica sul Redditometro 2012, un valido aiuto per comprendere, in modo chiaro ed intuitivo, il funzionamento del temuto strumento anti-evasione fiscale messo a punto dal Governo Monti e operativo entro giugno 2012.

Il Redditometro 2012, potenziato rispetto alla sua precedente versione, punta a verificare che ci sia coerenza tra le spese effettuate dal contribuente ed il reddito denunciato nell’apposita dichiarazione annuale. Quando i due elementi si discostano in maniera significativa, scatta il controllo degli ispettori del Fisco. La novità, rispetto al passato, è che l’attenzione verrà posta anche sulle spese effettuate nel corso dell’anno fiscale e non solo sui beni posseduti.

L’Infografica sul Redditometro 2012 evidenzia le principali voci di spesa che finiranno sotto la lente d’ingrandimento dell’Agenzia delle Entrate. Spese effettuate e beni posseduti, moltiplicati per dei coefficienti che tengono conto della composizione del nucleo familiare, dell’età e della zona di residenza dei soggetti, permettono al Fisco di calcolare il reddito sintetico del singolo contribuente.

Se lo scostamento tra il reddito dichiarato e quello sintetico supera il 20%, viene inviata una richiesta di contraddittorio e, in assenza di adeguati chiarimenti, parte l’accertamento sintetico da parte dell’Agenzia delle Entrate.

Oltre alla data di effettiva entrata a regime dello strumento e alle voci di spesa, l’Infografica sul Redditometro 2012 di PMI.it mostra anche quali saranno i soggetti coinvolti ed i periodi d’imposta interessati dal nuovo sistema di lotta all’Evasione Fiscale. Ricordiamo che, ad innalzare il livello di precisione del Redditometro, interverrà anche la stretta sui contanti voluta dal Governo Monti, che prevede il divieto di effettuare transazioni di importo superiore a € 1.000 al fine di perfezionare il meccanismo di tracciabilità dei flussi finanziari.

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Redditometro 2012, il nuovo strumento anti-evasione fiscale.

Con il Redditometro 2012, prosegue la lotta all’evasione fiscale intrapresa dal Governo Monti. Nei giorni scorsi abbiamo visto gli agenti del fisco operare nelle vie del centro di Milano e Roma e tra le vetrine di lusso di Cortina d’Ampezzo, con la volontà di stanare gli esercenti più furbi e gli acquirenti di beni costosi che magari nella dichiarazione dei redditi non comunicano cifre a 4 zeri, ma poi hanno un tenore di vita molto più elevato. Le “visite” degli agenti hanno fatto impennare il numero di scontrini emessi ed hanno permesso di identificare alcuni contribuenti truffaldini che, pur dichiarando redditi bassi, possiedono dream car e beni preziosi, a dimostrazione del fatto che il sommerso, nel nostro Paese, raggiunge cifre elevatissime che Monti, ora, vuole cercare assolutamente di recuperare per poter trainare l’Italia fuori dalla crisi. Il Redditometro 2012 potrebbe essere lo strumento giusto per risolvere il problema dell’evasione fiscale, in quanto va ad accertare la coerenza tra il reddito dichiarato allo stato dai contribuenti e le spese sostenute dagli stessi che, in effetti, sono un ottimo indicatore del reddito reale a disposizione dei contribuenti. In questo modo l’Agenzia delle Entrate, nell’effettuare i suoi calcoli,  potrà contare su qualcosa in più delle fatture e degli scontrini.
L’Agenzia delle Entrate ha spiegato che il controllo non interesserà le imprese, bensì i professionisti, i commercianti, gli artigiani e persino dipendenti e pensionati e sarà effettuato a partire dalle dichiarazioni presentate nel 2010, relative cioè all’anno d’imposta 2009.

Il Redditometro 2012 differisce dalla precedente versione dello strumento in quanto, per calcolare il reddito persunto, l’attenzione verrà posta anche sulle spese, e non solo sui beni posseduti. In particolare, le voci di spesa che finiranno sotto la lente di ingrandimento del fisco sono 100, organizzate all’interno di 7 grandi categorie: abitazioni, mezzi di trasporto, assicurazioni e contributi previdenziali, spese per l’istruzione e per le attività sportive e ricreative, investimenti immobiliari e mobiliari netti ed un insieme di altre spese significative riguardanti oggetti d’arte, preziosi ecc.
Nel momento in cui lo scostamento tra reddito dichiarato e quello presunto andrà a superare le soglie prestabilite dal Redditometro, il fisco potrà dare il via agli accertamenti e alle eventuali sanzioni.


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7 luglio 2010 Giornata anticontraffazione: anche i consumatori senza saperlo alimentano la contraffazione del pallet eur-epal ed il taglio illegale

Roma. Il 7 luglio, Confindustria, con il supporto del Ministero dello Sviluppo Economico e del Dipartimento per le Politiche Comunitarie della Presidenza del Consiglio ed il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri, organizzano la prima edizione della “Giornata Nazionale Anticotraffazione”.

L’evento ha come obiettivo la sensibilizzazione di imprese e cittadini sul crescente fenomeno della contraffazione ed intende gettare le basi per imminenti e concrete iniziative mirate al contrasto del mercato del falso.

E’ importante evidenziare come anche il settore dei pallet in legno sia danneggiato da questo fenomeno: la contraffazione dei pallet , supporto su cui si movimentano tutte le merci, avviene mediante l’alterazione o la riproduzione del marchio distintivo “Eur-Epal” e la riparazione da parte di personale non autorizzato; tanto che ad oggi si è sviluppato un mercato illegale parallelo che ha raggiunto il fatturato di una multinazionale, provocando ingenti danni economici, sociali e ambientali all’intera società.

Nel nostro paese si stima circolino oltre 60 millioni di pallet Eur-Epal. Negli ultimi anni, quindi sono emerse tre problematiche principali:
1) contraffazione di queste marchiature ed immissione sul mercato di “falsi” a prezzi notevolmente più bassi
2) contraffazioni anche sul trattamento fitosanitario ISPM15: questo significa che i pallet non hanno subito realmente il trattamento e potrebbero contaminare le foreste di altri continenti.
3) conseguenze devastanti a livello economico e ambientale.

Tutto questo comporta un’evasione fiscale stimata in 396 milioni di euro annui, l’aumento dei costi per l’industria e la distribuzione, un ingente danno per le foreste, la diminuzione dei prezzi per l’introduzione di “falsi”, la compromissione della sicurezza sul lavoro e quindi un danno per la collettività.

Quali sono le soluzioni possibili? cosa possono fare le imprese e i cittadini?

Innanzitutto è necessario riportare alla luce le criticità appartenenti a questo settore ed informare oltre che le imprese, anche il consumatore cittadino, affinchè possa intervenire ed contribuire alla creazione di filiere sostenibili con le proprie azioni, riscoprendosi co-produttore ed essendo responsabile delle scelte che stanno dietro al processo produttivo .

Molte aziende usano i “pallet contraffatti” alimentando, a volte senza saperlo, mercati illegali, così occorre informarle di questi fenomeni che coinvolgono trasversalmente tutti i settori, in quanto il pallet trasporta e movimenta qualsiasi tipo di prodotto.

Dall’altro lato molti consumatori non sono a conoscenza di questo fenomeno e non sanno che quotidianamente, con i loro acquisti, vanno possono alimentare un mercato illecito.
Anche il pallet, pur essendo un prodotto “essenziale”, un imballaggio terziario, ha un importante ruolo nella società: movimenta il 90% delle merci, così è importante che venga realizzato con la stessa responsabilità ed eticità dei prodotti che trasporta; diviene anche un importante mezzo per promuovere la sostenibilità, in quanto se realizzato con legname certificato FSC e PEFC è possibile avere una sua completa tracciabilità ed alimenta una gestione corretta e responsabile delle foreste secondo rigorosi standard economici, sociali ed ambientali. Inoltre molti consumatori non sanno che il costo del pallet è incluso nel prezzo che pagano per ogni prodotto che acquistano.

Oggi, la soluzione più diretta ed efficace per allentare il mercato illegale di pallet e le criticità che provoca la propone una ditta di Viadana (Mn), la PALM S.p.a., leader nella progettazione e produzione di pallet in legno ecosostenibili come il GREENPALLET sano, sistemico e giusto, prodotto utilizzando esclusivamente legno proveniente da boschi certificati FSC e PEFC, a garanzia di una corretta gestione forestale e una totale tracciabilità della provenienza del legno. Il Greenpallet sano, sistemico e giusto è anche accompagnato dall’etichetta AssoScai che ne certifica l’intera filiera produttiva e la comunica in modo trasparente e non fraintendibile al consumatore.

Quindi oggi la soluzione può derivare sia dalle scelte delle imprese, sia da quelle dei consumatori.

Ogni Italiano contribuisce, annualmente, ad acquistare quattro pallet a pro capite da ciò si può ben capire come sia importante anche per noi consumatori essere informati e chiederci da dove vengono i prodotti che acquistiamo, chi li ha fatti e come sono stati realizzati, divenendo così parte attiva della filiera bosco-legno-consumatore responsabile e co-produttori responsabili delle proprie scelte d’acquisto.

Infatti, anche il consumatore ha un grande ruolo perché è parte integrante dell’intera filiera produttiva, ma ne può divenire parte attiva solo se informato: deve pretendere dalle imprese e dalla grande distribuzione una completa tracciabilità e trasparenza!

La GDO da parte sua può promuovere la trasparenza, la sostenibilità e soprattutto la legalità.

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Paradisi Fiscali

I «paradisi fiscali», sono dei territori piccolissimi o degli stati le cui legislazioni fiscali sono volutamente lassiste o inesistenti atte ad offrire una condizione legale e fiscale del tutto favorevole ai detentori di grossi capitali, indipendentemente dall’origine di questi ultimi. Secondo le stime, il numero dei paradisi fiscali varia dai 60 alle 90 unità.
All’origine alcuni di questi territori non erano che dei porti dove potevano trovare rifugio le navi dei grandi imperi europei dalle intemperie e dai pirati. Parliamo del 1800 a cui corrisponde la fase di attribuzione della bandiera di nazionalità britannica o francese alle isole dei Carabi che si trovano al largo dell’America Latina.
Negli anni venti incominciano a sorgere dei nuovi territori specializzati nella formulazione di legislazioni destinate a sottrarre i patrimoni alla imposte: Bahamas, Svizzera, Lussemburgo.
La fine della Seconda guerra mondiale segna la vera svolta per lo sviluppo dei paradisi: I territori sotto il dominio europeo furono tagliati fuori dal piano Marshall e non ricevettero, quindi,  aiuti economici sperati. Alcuni territori così, invece di continuare a produrre materie prime che non avrebbero più sostenuto la stabilità economica, si specializzano nell’accoglienza e nel concedere asilo ai detentori di capitali istituendo il segreto bancario e l’assenza di tassazione.
Con l’emergere degli eurodollari (capitali in valuta statunitense rimasti sui mercati esteri dopo la dichiarazione di inconvertibilità da parte del presidente Nixon nel 1971) negli anni 60 e dei petrodollari (mezzi di pagamento in valuta statunitense in mano ai grandi produttori petroliferi che in seguito al forte aumento dei prezzi del greggio dei primi anni settanta, risultarono inconvertibili per la svalutazione dichiarata dall’amministrazione Nixon nel 1971) negli anni 70, le grandi banche, le grandi imprese e la City di Londra, che attira tutte le grandi società finanziarie, appoggiarono lo sviluppo di queste strutture, avendo tutte da guadagnare nel poter disporre di zone con debolissima imposizione fiscale. A Bahamas, Svizzera e Lussemburgo si aggiungono, in questo periodo il Liechtenstein, le Isole del Canale, le Isole Cayman, Bermuda, Panama.
Nel corso degli ultimi trenta anni, proprio grazie alla liberalizzazione finanziaria che ha incoraggiato l’assenza di controllo sui movimenti di capitale su scala internazionale, il numero dei paradisi fiscali cresce vertiginosamente. I movimenti di capitale trovano nei paradisi un singolare luogo accoglienza che favorisce soprattutto la criminalità, avendo questa il tempo e modo di ripulire le proprie ricchezze, riacquistando limpidezza e carta bianca.
E’ stimato che l’attività dei paradisi fiscali è oggi caratterizzata da un giro di affari di oltre 1800 miliardi di dollari l’anno. Nei soli paradisi europei sono registrate più di 680.000 società e un numero più che doppio di trust.
I paradisi hanno contribuito e contribuiscono alla fortuna delle potenze finanziarie, implicate sin dall’origine nelle creazioni di questi paradisi fiscali. Difficilmente dunque le potenze accetteranno di disfarsene.

Una curiosità per chi volesse fare un bel giro turistico: Al boulevard Prince Henry di Lussembrugo, capitale dell’omonimo granducato, al nr. 13, tutte nello stesso palazzo si possono trovare le sedi di Pirelli, Mondadori, Tosi, Merloni Ariston e, 50 metri più in là, Meccanica Finanziaria, Lucchini, Autogrill, Franzoni, Gazzoni Frascara e Valentino.
Cosa ci fa il gruppo Mediaset a Malta? E l’Istituto Mobiliare Italiano a Madeira?
Non deve stupire che quasi il 50% (112 su 250) delle società quotate in borsa ed il 25% (22 su 88) dei gruppi bancari hanno partecipazioni, quasi sempre di controllo, in società residenti nei paradisi fiscali.
Bisogna quindi sapere che risparmi investiti in fondi comuni e simili, corrono il rischio di entrare nel giro degli investimenti praticati dalle società che hanno sede in un paradiso fiscale (in Lussemburgo, o alle Bahamas), entrando, quindi, in contatto con altro denaro di dubbia provenienza facilitando operazioni di candeggio o riciclaggio molto redditizie per le banche off shore e per le mafie internazionali…
Molti istituti di credito italiani, dal San Paolo all’Unicredito, dalla Banca Nazionale del Lavoro alla Banca di Roma, dalla Comit alla Banca Popolare dell’Emilia, sono titolari di società off shore con sede in paradisi fiscali, dove possono tranquillamente operare al di fuori di ogni controllo del fisco e al di fuori della legge.

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