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Imprese italiane, che batosta: i rincari delle materie prime costano 46,2 mld l’anno

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  • 13 Ottobre 2021

I prezzi delle materie prime che salgono, creano un bel problema alle piccole e medie imprese italiane. Molte di esse infatti stanno vivendo una impennata dei costi di produzione, che alla fine si trasmette sul fatturato. E in definitiva questo mina la già difficile ripresa nell’era post-Covid.

Un grosso problema per le imprese italiane

impreseOccorre rimarcare che le piccole e medie imprese italiane sono circa 848mila, e impiegano oltre 3 milioni di addetti. Se vanno in difficoltà loro, va in difficoltà tutta l’economia.
Anche perché l’aumento dei costi da sostenere si traduce in un minor valore aggiunto e in una minore propensione ad investire. Ciò compromette i processi di innovazione ma anche i progressi nel lavoro, visto che le aziende in alcuni casi sono costrette a utilizzare gli ammortizzatori sociali, nonostante la ripresa degli ordinativi.

Prezzi delle materie prime alle stelle

Secondo gli ultimi dati, durante il mese di agosto i prezzi delle materie prime hanno avuto un incremento del 31,9% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Non si tratta soltanto di energia, ma anche di materie prime non energetiche. Ma quel che è peggio è che gli indicatori inversione trend non danno ancora segnali che la situazione a berve cambierà.
Alla fine tutto questo aumento si traduce in un peso di ben 46,2 miliardi su base annua. Di questi, la maggior parte (29,8 miliardi) finisce per gravare sulle piccole imprese della manifattura no food. Altri 12,1 miliardi colpiscono le aziende che operano nel settore delle costruzioni. I restanti 4,3 miliardi si abbattono sulle aziende impegnate nella produzione alimentare.

C’è chi deve fermare la produzione

Per alcune piccole imprese (e parliamo anche di aziende famose nel mondo) si tratta di una batosta per il bilancio. Ma in molti casi anche per la produzione stessa. Il prezzo troppo elevato delle materie prime infatti, rende impossibile l’approvigionamento di tutto quello che occorre per l’attività.

Spesso accade che le aziende devono rinunciare a lavorare, per via delle materie prime troppo care e spesso introvabili. In particolare questo accade nel mondo delle costruzioni. Secondo alcuni dati, quasi una impresa su 10 ha affermato di avere problemi a lavorare per via della scarsità di materiali.
Bisogna rimarcare che sulle materie prime sono anche in atto delle manovre speculative. Insomma, sui rincari c’è chi ci sta marciando.

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Investimenti fiacchi e troppi risparmi parcheggiati in banca, servono incentivi per scuotere gli italiani

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  • 14 Luglio 2021

Va bene il risparmio, ma non va altrettanto bene conservare e basta, perché se i soldi non girano allora l’economia fa più fatica a decollare. I capitali in movimenti invece aiutano la crescita.
Questo messaggio lo lancia l’ABI, associazione bancaria italiana, che evidenzia come gli italiani siano poco propensi a fare investimenti (e anche poco preparati).

Poca propensione agli investimenti

investimentiLo dicono i numeri: 900 miliardi di euro sono parcheggiati sui conti correnti o impiegati nei titoli di Stato (la forma meno rischiosa possibile di impiego). Peraltro si tratta di una cifra del 7% più alta rispetto a un anno fa.
Sono ancora relativamente pochi quelli che scelgono per i loro investimenti il mercato azionario o obbligazionario.

Per questo motivo le banche chiedono incentivi fiscali che possano invogliare a prendere questa strada, perché rappresenta la via più sicura per un forte sviluppo sostenibile. La ripartenza dopo il Covid deve passare soprattutto per la liquidità che circola, non per quella che rimane ferma.
Del resto, proprio il denaro che gira fu il motore dell’ormai datatissimo miracolo economico italiano. E altrove funziona così, perché non è necessario essere una delle aziende famose nel mondo per attirare i capitali privati. Ma serve anche una spinta per riuscirci.

La necessità di un intervento fiscale

Certo, occorrerebbe fare un distinguo. Consentire cioè vantaggi fiscali solo ai così detti “cassettisti”, ovvero quelli che si muovono in ottica di medio lungo termine. Nessun favore invece agli speculatori, quelli che i capitali li muovono troppo velocemente e solo per profitto proprio. Così si potrebbero davvero rafforzare le imprese italiane, e così si imprimerebbe una svolta culturale anche ai risparmiatori italiani.

Vantaggio anche per lo Stato

Di questo scenario se ne avvantaggerebbe anche lo Stato stesso. Con poca gente che fa investimenti, il gettito erariale che deriva dalle plusvalenze è irrisorio. Agevolando fiscalmente gli impieghi, il loro numero crescerebbe e altresì farebbe il gettito erariale.
Chi ha voglia e tempo di farlo, può vedere quanto lo stato tedesco incassa dagli impieghi sui colossi dell’indice di Borsa DAX, Volkswagen, SAP, BMW, Allianz, ecc.

Il tempo stringe

A questo ipotetico e auspicabile scenario bisogna però cercarci di arrivare in fretta, perché i depositi delle imprese sono destinati a ridursi con l’uscita dall’emergenza. Ben presto molte potrebbero finire di nuovo in crisi di liquidità. Far incontrare la loro domanda di denaro con l’offerta da parte degli investitori, sarebbe l’ideale.

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