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Il simbolismo e le allegorie nelle opere di Alessio Serpetti a “Spoleto incontra Venezia”

Dal 28 Settembre al 24 Ottobre 2014, sono in allestimento le prestigiose mostre “Spoleto incontra Venezia” curate da Vittorio Sgarbi e dirette dal manager Salvo Nugnes, presso lo storico Palazzo Rota-Ivancich, situato a pochi passi di Piazza San Marco, a Venezia. Nel novero degli artisti, tra grandi nomi come Dario Fo, José Dalì e Eugenio Carmi, troviamo anche Alessio Serpetti.

 

Serpetti nasce a Roma nel 1975 e fin dall’infanzia manifesta il suo amore per il disegno, tanto che a 9 anni è già allievo del Maestro Carlo Marcantonio, per quanto riguarda tecniche grafiche e pittoriche, dapprima presso l’Accademia Prenestina del Cimento, poi alla Scuola d’Arte “Casa Romana”. Curioso sapere che, solamente un anno dopo inizia ad esporre i suoi lavori, elaborando, nella prima metà degli Anni Novanta, una poetica figurativa del tutto personale, profondamente legata al vero, ma al tempo stesso carica di simbolismi, che conduce soprattutto sull’immagine femminile di cui riesce a rendere, attraverso una profonda capacità introspettiva, le varie espressioni emotive e gestuali proprie del nostro tempo.

 

Alessio Serpetti, ispirato soprattutto dalla poetica simbolista e surrealista, dalla gestualità delle figure preraffaellite, dall’uso caravaggesco della luce e dalle rappresentazioni della vanitas del Seicento olandese, orienta la sua ricerca verso un surrealismo scenografico notturno ed enigmatico, intriso di lirismo e ricco di allegorie di carattere onirico e teatrale.

 

Di lui dicono “Esegue le opere con tecnica impeccabile, degna di un pittore di antica tradizione, con meticolosa e doviziosa raffinatezza nel tratto, con la scrupolosa attenzione di chi vuole rappresentare con lucida esattezza e precisione anche il minimo dettaglio narrativo e dare enfasi formale alle spettacolari immagini visionarie. Nei dipinti riscopre iconografie medievali e rinascimentali, simboli archetipi e miti dimenticati, in una raffigurazione che appare come la riproduzione virtuale di un lungo viaggio notturno, di uno sprofondamento in un mondo sommerso e sotterraneo, dove sopravvivono le creature e le divinità, che popolano e animano la nostra sfera onirica e fantastica”.

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La talentuosa Barbara Cappello a “Spoleto incontra Venezia”

“SPOLETO ARTE INCONTRA VENEZIA”: PRESTO IN MOSTRA LE RIEVOCAZIONI TRASFORMISTE DI BARBARA CAPPELLO

 

È un evento di valenza e portata internazionale la grande mostra “Spoleto incontra Venezia” allestita dal 28 settembre al 24 ottobre 2014 con la curatela di Vittorio Sgarbi e l’organizzazione direttiva del manager produttore Salvo Nugnes, con la partecipazione di nomi altisonanti tra cui Dario Fo, Eugenio Carmi, Pier Paolo Pasolini, Josè Dalì. All’interno delle secolari mura del maestoso Palazzo Ivancich, situato a pochi passi da Piazza San Marco, a Venezia sarà esposta l’arte trasformista e futurista di Barbara Cappello.

 

La particolarità che contraddistingue le sue opere è l’interazione di elementi fotografici con altri di natura meramente grafica, partendo dalla realtà per arrivare alla surrealtà. Il corpo come tema centrale della sua ricerca diventa protagonista. Esso si articola, si confronta, esprime e contrasta dentro le linee fisiche femminili e maschili, con il mondo animale e vegetale acquatico e terrestre. L’evoluzione della vita entra nei suoi lavori ed esprime concetti, pensieri, trasformazioni, metamorfosi, sensazioni, emozioni. Questo corpo, così conosciuto e sconosciuto al contempo, le si mostra come un libro mai scritto, trasformandosi così in un terreno fertile in cui esternare liberamente la propria vocazione artistica.

 

La Cappello spiega “Estrapolare dalle immagini della carne altre forme, sia vegetali sia animali, astratte o materiali, è un suggerimento, che il corpo preso in esame mi comunica. Ogni corpo è diverso da un altro: per sesso, per età, per vissuto, per provenienza e ognuno è unico e irripetibile, ma all’interno di esso si svela una molteplicità di contenuti, i quali talvolta non hanno alcuna pertinenza tra essi. Dunque mi domando, se questo involucro a cui siamo abituati, sia effettivamente tale e conservi quindi svariati messaggi di vite e di vita“.

 

E prosegue aggiungendo “Spesso mi torna in mente una frase di Milan Kundera, tratta dal libro -L’insostenibile leggerezza dell’essere- che dice -ma chi non pensa al proprio corpo ne diventa più facilmente vittima-. Personalmente, ritengo di fondamentale aiuto questa citazione, non solo per conoscere il corpo, bensì per farlo conoscere anche all’altro, agli altri, perché forse più lo impariamo e più saremo in grado di rispettarlo e di rispettare, annullando le violenze dettate da una sorta di ignoranza“.

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