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Economia globale, lo shock pandemico e quella novità del dollaro che perde quota

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  • 24 Febbraio 2021

Negli ultimi anni il mondo ha dovuto fare i conti con tre diversi shock pesantissimi, che entreranno nei libri di storia. L’attacco alle torri gemelle prima, la grande crisi economica del 2008 e la pandemia del 2020. Eventi che – ciascuno a sua modo – hanno cambiato il mondo e lo scenario dell’economia globale.

L’economia e gli shock

dollaroTuttavia, la pandemia porta con sé una conseguenza che non si era mai vista prima sull’economia. Il dollaro americano, ovvero la valuta che è ritenuta rifugio sicuro per via della solidità dell’economia USA, anziché reagire alla crisi apprezzandosi, è andato in calo.

E’ senza dubbio una grande novità, perché solitamente dopo uno shock accadeva l’opposto. Fu così anche quando vennero abbattute le Torri Gemelle (il biglietto verde salì del 5%). Fu così anche dopo che il fallimento di Lehman Brothers innescò la gravissima crisi finanziaria (+13% in poco più di un mese).
Cosa ancora più curiosa, è in questi due casi lo shock cominciò da eventi nati negli USA e che si propagarono verso il mondo. Stavolta invece il dollaro paga le spese per un evento nato altrove, e che dal punto di vista economico proprio altrove sta creando danni anche maggiori.

La posizione del dollaro

Il dollaro è da sempre l’ancora del sistema monetario internazionale, oltre ad essere la prima moneta di riserva e di scambio. Un safe haven che offre rifugio di fronte al panico.
Stavolta le cose stanno andando diversamente, perché dopo lo scoppio della pandemia, il dollaro ha perso circa l’11,6% sulla media ponderata delle altre valute con l’indicatore MFI Money Flow index che rimane ancora debole.

Ancora un safe haven?

Ma perché il ruolo di safe haven stavolta non ha funzionato? Rispondere a questa domanda è importantissimo, perché si traduce nella possibilità degli americani di indebitarsi con molti meno limiti rispetto al resto del mondo.
Di sicuro non si tratta di mancanza di fiducia da parte dei mercati. Anzi, è l’opposto visto che la banca centrale Usa sta monetizzando quantità senza precedenti di debito pubblico. Gli investitori addirittura preferiscono accettare una perdita in termini reali, pur di detenere i Treasury a 10 anni in portafoglio. Più fiducia di così…

Il fatto è che per sostenere l’economia, gli Stati Uniti hanno varato pacchetti di stimoli senza precedenti. Miliardi di dollari che vanno nelle tasche di molte decine di milioni di americani. Li sostengono, ma non è che riformano l’economia o fronteggiano i suoi problemi. Servono a galleggiare. E questo spaventa soprattutto chi opera in Borsa, basta vedere le notizie che arrivano dagli operatori del FTSE Mib oppure le notizie sul DAX. Il punto è che di fronte a un debito pubblico che vola, c’è il concreto pericolo di alimentare inflazione e instabilità.

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Tassi di interesse USA: rimane in bilico l’ipotesi 3/4 rialzi

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  • 16 Febbraio 2018

Le aspettative riguardo la politica monetaria degli USA continuano a oscillare tra diverse previsioni. L’ultima riunione della Federal Reserve svoltasi sotto la guida del presidente Janet Yellen, qualche settimana fa, non fu particolarmente significativa. La banca centrale americana è rimasta ancora in sospeso tra l‘ipotesi di 3 o 4 rialzi dei tassi di interesse nel corso del 2018. L’ultimo dato sull’inflazione, che è stato migliore delle attese, invece ha dato maggiore impulso all’ipotesi di una stretta più rapida.

tassi fedAnche se l’incertezza resta, tuttavia ci sono delle implicazioni a breve, medio e lungo termine che possono essere tratte. L’ultima riunione della FED aveva già ampliato le aspettative di inflazione in aumento, sottolineando che un aumento era comunque atteso. Ciò dovrebbe rendere scontato l’incremento di 25 punti base (+0,25%) dei tassi a marzo. E di conseguenza dovrebbe accendersi la spia rossa per chi fa investimenti sull’euro-dollaro, la maggiore delle coppie di valute più volatili forex.

Medio e lungo termine per i tassi

E a medio termine? Qui il discorso cambia. La Fed non dovrebbe avere alcuna fretta di incrementare il costo del denaro in modo più veloce. Questo perché se da un lato l’inflazione marcia meglio del previsto, dall’altro il dato core rimane ancora lontano dal target del 2%. Questo fa pensare che i tre i rialzi dei tassi USA nel 2018 restino ancora l’ipotesi più probabile (e di conseguenza non avremo scossoni nell’indicatore MFI Money Flow index trading dell’euro-dollaro). Ribadendo comunque che ulteriori forti slanci potrebbero lasciare spazio anche per un eventuale quarto ritocco.

Riguardo al lungo termine invece, bisogna sottolineare che la Fed è stata appena interessata da un passaggio di consegne tra presidenti: dalla Yellen a Powell. Difficilmente quest’ultimo si presenterà al suo primo anno di mandato sprintando sul percorso di normalizzazione. Semplicemente perché non è necessario farlo. A meno che l’ambiente non viva un significativo cambiamento, l’ipotesi di 3 ritocchi rimane quindi la più concreta.

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