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Atlante di Zoologia degli Animali Incogniti e Rari. Disegni di Giorgio Bertolini

Il 7 maggio 2014, presso la Galleria Embrice (Roma, Via delle Sette Chiese, 78) si inaugura la mostra Atlante di Zoologia degli Animali Incogniti e Rari. Disegni di Giorgio Bertolini, a cura di Carlo Severati.

Il ciclo di lavori presenti in questa mostra ha l’immediata capacità di proiettarci in differenti mondi: anzitutto in quello del disegno e delle sue infinite declinazioni dove ogni cosa, avendone le capacità, è permessa, e in molti altri apparentemente assai lontani tra di loro. Nel compiere questa operazione Giorgio Bertolini si serve di tutto ciò che ruota  intorno al concetto di citazione, inteso come viaggio metalinguistico attraverso le potenzialità della rappresentazione, della sua storia e di storie parallele o affini a essa. In questi disegni a china su carta a essere evocato è il mondo dell’incisione, per secoli il mezzo che ha consentito la diffusione su larga scala delle immagini attraverso la loro riproduzione in serie: paesaggi, vedute, scene mitologiche o di storia antica, illustrazione di testi e  spedizioni scientifiche. Si tratta di un mondo nel quale spesso coesistevano due distinte figure, quella dell’inventore che lavora con la fantasia e la cultura visiva e quella dell’incisore che traspone il disegno, attraverso la sua abilità manuale, sulla lastra. Nel caso di Bertolini le due figure coincidono o meglio potrebbero probabilmente coincidere se non fosse che l’artista prepara il lavoro per l’incisore ma non lo fa realizzare, si appaga del progetto, dell’invenzione da se medesimo dispiegata e organizzata con estrema cura senza passare alla fase calcografica, alla stampa delle tavole. Il motivo è forse da ricercare nel fatto che si tratta, come recita l’elaborato frontespizio, delle tavole di un Atlante di zoologia illustrato, frutto delle scoperte scientifiche di un naturalista che ha molto viaggiato fino ad esplorare terre lontanissime e remote e che ha portato con sé, come spesso accadeva, un artista al seguito per riportare diligentemente sulla carta le sue mirabolanti scoperte. Giorgio Bertolini è appunto l’artista al seguito – questa è l’inventio, l’assunto di partenza dal quale egli muove per la sua trascinante e raffinatissima parata di creazioni e calembour iconografici, bozze di tavole che non verranno mai incise. E naturalmente, come spesso accade, il disegnatore non possiede uno  sguardo rigorosamente oggettivo come vorrebbe il committente, e quindi, fatalmente, all’interno delle tavole scientifiche riaffiorano figure e temi emergenti dalla sua storia e dai suoi studi – non citazioni testuali ma immagini prodotte mediante una sorta di insorgenza spontanea, frutto di automatismi della memoria. Tutto ciò accade quindi senza la mediazione di un programma iconografico preordinato ma con la leggerezza di chi ha negli occhi e nella mente, da sempre, le immagini dell’arte che ha amato. Il viaggio grafico diventa così un modo per omaggiare, tra molte righe e in maniera assolutamente autoironica, anche i propri numi tutelari: darwiniani varani alati? Si, ma parenti del drago sfortunato che l’eroe cristiano va puntualmente ad uccidere per salvare la fanciulla indifesa (Paolo Uccello); oppure, tra gli animali che popolano la bottega del pittore, il coniglio sotto la scala e il gatto mammone (Dürer e  Lorenzo Lotto nell’Annunciazione di Recanati). Gli elefantini della tavola XXI arrampicati perigliosamente sull’albero evocano la figura del piccolo Annone, donato dal re di Portogallo a Leone X nel 1514 e raffigurato nei disegni di vari artisti (Raffaello, Giulio Romano). Anche nella tavola XVII dove compare il  missionario (Matteo Ricci?) davanti alle anatre con tre zampe, il soldato di scorta sembra uscire dal seguito dei Magi dell’Adorazione degli Uffizi (Mantegna). Si tratta di un viaggio che Giorgio Bertolini compie nel mondo incantato delle sue passioni, l’arte ma anche la musica, come nelle due tavole (la III contenuta solo nel libro) dedicate alle travagliate esibizioni del pianista-esecutore che, con fortune alterne, cerca di irretire il serpente–compositore: nella prima di esse non c’è tastiera e lo spartito è quasi vuoto – pezzo tremendamente difficile da suonare o, appunto, da non suonare (Cage). Alla fine è come se Bertolini nel suo viaggio giocasse a depistarci tutti lasciandoci però la possibilità, come per Pollicino, di ritrovare la strada del ritorno attraverso le tracce lasciate dagli infiniti mondi della natura e dell’arte.

Alberto Giuliani   

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