Categoria: Comunicati

  • Feng-Shui

    Il Feng-Shui è un’antica disciplina cinese che risale a migliaia di anni fa. Oggi giorno si sta diffondendo ampiamente anche nella cultura occidentale come stile di bioarchitettura, armonia e rispetto dell’uomo nell’ambiente in cui vive. Essa agisce in modo d a migliorare l’energia della casa, strutturando la costruzione e l’arredamento dello spazio vitale in maniera opportuna così da poter raggiungere il massimo beneficio in termini di salute, rilassamento mentale, successo economico e professionale e benessere in generale. La casa rappresenta il nostro nido, un luogo sicuro dove riposarsi, trovare conforto, staccare dal mondo esterno e riappropiarsi dei propri pensieri e della propria coscienza. E’ perciò fondamentale che essa sia in piena sintonia col nostro essere.

    Perchè ciò abbia successo bisogna integrare l’architettura, l’arredamento e l’ambiente della domus con le dimensioni interiori dell’uomo. Se ciò non fosse fatto o se fosse eseguito senza il rispetto di tal principio si rischia di produrre squilibrio energetico nella vita quotidiana.

    Fortunatamente per gli animi accorti a creare situazioni ambientali favorevoli da un punto di vista energetico, tale disciplina risulta estremamente pratica e di semplice attuazione, basta seguire le poche regole di base ed applicare ad esse il proprio istinto energetico. Ciò vuole anche significare che chiunque può attuarla senza nessuno studio particolare.

    Dal punto di vista ancor più pratico, il Feng Shui, quando collegato direttamente all’arredamento di un locale, non costringe a dover sostenere costi per cambiare o comprare altro mobilio. In un arredamento poco armonioso, nella maggior parte dei casi, basta spostare la disposizione dei mobili. Al più questa disciplina si serve di piante, pietre e minerali, specchi, luci, colori, cristalli, wind chimes, flauti di  bamboo, acquari e fontane, oggetti simboli, oggetti personali.
    Feng Shui ,che tradotto vuol dire Vento e Acqua (i due elementi vitali per l’uomo) è in sintesi il Buon senso applicato.

    I Cinque Elementi

    Fondamentali è la conoscenza delle proprietà dei cinque elementi e dei loro giusti accostamenti. Conoscere il ciclo creativo e quello cosiddetto “di controllo” permetterà di non commettere errori nell’accostamento di materiali non in armonia tra di loro. Supponiamo di avere un camino blu. Il blu rappresenta l’acqua e quindi richiama questo elemento, ma il camino rappresenta l’elemento fuoco perciò nel ciclo di controllo l’acqua spegne il fuoco. Mentre se il camino è di colore terra avremo creato il ciclo creativo perché il fuoco dà vita alla terra. Come mostra l’esempio gli elementi possono essere richiamati non solo dal materiale con i quali sono composti, ma anche dal colore abbinato a ciascun elemento.

    Nel ciclo Creativo dei 5 elementi si vede che il Legno dà vita al Fuoco, il Fuoco dà vita alla Terra, la Terra dà vita al Metallo (inteso come tutti i minerali), il Metallo dà vita all’Acqua, l’Acqua dà vita al Legno. Viceversa Nel ciclo di Controllo dei 5 elementi il Fuoco fonde il Metallo, il Metallo taglia il Legno, il Legno consuma la Terra, la Terra infanga l’Acqua, l’Acqua spegne il Fuoco. Sulla base di questi cicli è possibile armonizzare le forse dell’ambiente con le nostre esigenze.

  • Il tappeto in pelle: dagli anni 70, oggi reinventato.

    Quasi un’icona degli anni 70, ritorna prepotentemente di moda il tappeto in pelle di mucca, oggi tra i complementi d’arredo più richiesti.

    Laparticolare forma naturale, la fantasia maculata e la sensualissima superficie a pelo rendono il tappeto in pelle un complemento d’arredo unico nel suo genere.

    Accanto alle classiche fantasie naturali, fanno il loro ingresso i più svariati colori, ottenuti con un processo di coloritura. Ma non solo. E’ possibile avere anche fantasie stampate, che riproducono sulla pelle bovina le fattezze di animali esotici, quali la zebra, la tigre, il leopardo o il giaguaro.

    Oltre al tappeto dalla forma naturale, oggi vengono prodotti, anche su misura, bellissimi tappeti patchwork; tasselli di pelle sapientemente assemblati da abili artigiani che realizzano articoli di grande raffinatezza.

    Perfetti in salone, magari sotto una seduta da lettura o una chaise longue, o semplicemente sistemati sul pavimento nelle zone di passaggio; particolari in camera, sistemati davanti al
    letto o leggermente sotto; audaci in una sala da bagno, e perchè no, in ufficio o in un locale commerciale.  oggi c’è solo l’imbarazzo della scelta nell’inventare e nel variare a piacimento la collocazione del tappeto in pelle di mucca.

    L’Argentina è un paese ricco di pascoli ed è fornitore mondiale di pelli bovine di alta qualità. Le pelli argentine hanno più fantasie e colori rispetto a quelle reperibili in Europa.

    Per acquistare on-line un tappeto in pelle argentina di alta qualità ad un ottimo prezzo, basta visitare questo sito: www.spaziopelle-tappeti.com

  • Il Condizionamento dei Prodotti Ortofrutticoli

    Il condizionamento rappresenta una serie di processi a cui sono sottoposti gli ortofrutticoli successivamente alla loro raccolta e permette di preparare il prodotto per il mercato del consumo fresco.

    Frutta ed ortaggi sono raccolti, in relazione alle caratteristiche biologiche possedute, a maturità commerciale o a maturità fisiologica. Una volta raccolti, i prodotti, come prevedono i disciplinari di produzione, sono sottoposti ad una fase di “pre-packing” che consente una prima cernita degli stessi per portare alle successive linee di lavorazione prodotti con caratteristiche omogenee. Dopo la raccolta  gli ortofrutticoli sono trasportati nei magazzini di deposito temporaneo. Al momento dello scarico si opera a mano o meccanicamente una campionatura del prodotto caratterizzata dal prelievo di un numero significativo di ortofrutticoli sui quali vengono valutati i parametri che servono alla classificazione morfologico-qualitativa Parimenti si effettua anche una prima selezione qualitativa che prende in considerazione soprattutto le condizioni igieniche e sanitarie con lo scopo di effettuare una separazione preliminare dei prodotti ritenuti idonei da quelli non idonei al mercato fresco.

    In seguito alla esecuzione dei controlli, frutta ed ortaggi sono sottoposti a diverse operazioni nelle linee di lavorazione di condizionamento, in relazione alle differenti caratteristiche possedute.

    Generalmente le varie fasi del condizionamento degli ortofrutticoli per il mercato o la conservazione prevedono una serie di lavorazioni comuni.

    Una prima operazione a cui i prodotti sono sottoposti è la pulizia. Questa può essere effettuata mediante bagnatura con acqua o con soluzioni detergenti tramite macchine operatrici fornite di ugelli o docce posti al di sopra di spazzole fisse che puliscono il prodotto movimentato tramite nastri trasportatori. Successivamente si opera l‘asciugatura realizzata attraverso macchine costituite da tunnel provvisti di ventilatori che soffiano aria alla temperatura di circa 15°C su un nastro trasportatore dove passano i prodotti.

    Gli ortofrutticoli non bagnabili sono sottoposti a spazzolatura meccanica tramite spazzole in crine o in fibre vegetali poste superiormente ai nastri trasportatori che strofinano delicatamente i prodotti asportando le impurità.

    Dopo la pulizia gli ortofrutticoli sono sottoposti ad una serie di trattamenti estetici ed igiènizzanti che svolgono il ruolo di offrire un prodotto dalla presentazione appetibile ed esente da patologie prolungandone così la vita commerciale.

    La rifinitura è una delle cure estetiche utilizzata per alcuni ortaggi da operatori che effettuano a mano una serie di lavorazioni. Per esempio la sgambatura di cipolle, porri, scalogni che avviene con il taglio degli steli per ottenere prodotti uniformi e più facili da consumare; la sgranatura dell’aglio o la rifinitura di frutta in guscio.

    Altra pratica estetica è rappresentata dalla ceratùra che svolge, inoltre, la funzione di limitare la traspirazione ed aumentare la conservabilità del prodotto. Questa si pratica su numerose specie frutticole ed alcune orticole tramite cere di paraffine con funzione fungicida spruzzate a caldo da ugelli posti sopra ad un nastro trasportatore.

    Tra i trattamenti igienizzanti certamente il principale è la curatura che si realizza su ortaggi e tuberi per aumentarne la conserrvabilità e permettere la cicatrizzazione delle lesioni. La tecnica attualmente in uso prevede di stoccare i prodotti in magazzini ventilati e con umidità relativa attorno al 95%, e, talvolta, anche refrigerati per circa 2 settimane.

    A questo punto si opera la selezione qualitativa finale attraverso la definizione delle categorie di appartenenza dei frutti effettuata manualmente o meccanicamente e all’osservazione di altre caratteristiche qualitative quali dimensione, colore, difetti ammessi, calibro, oltre a parametri relativi alla struttura interna, chimici, nutrizionali verificati con adeguate strumentazioni poste in linea di lavorazione.

    L’obiettivo di queste operazioni di selezione è quello di ottenere una standardizzazione dei prodotti con lo scopo di determinarne il valore economico e di ottimizzare le successive fasi di confezionamento con una più omogenea distribuzione dei prodotti nell’imballo.

    Successivamente alla selezione gli ortofrutticoli debbono essere preparati per il confezionamento per predisporli al trasporto, alla conservazione ed alla vendita. Questi sono suddivisi in imballi diretti che rappresentano le unità di vendita (borse, sacchetti, fardelli, maniche) e gli imballi indiretti ideali per il trasporto e la distribuzione. Gli imballaggi, che sono progettati secondo modelli matematici per la corretta distribuzione dei frutti al loro interno, sono realizzati in materiali plastici, carta o cartone, cellulosa pressata, legno e, più raramente, in vetro. Debbono possedere caratteristiche che garantiscono la resistenza, la protezione dagli urti, la coibentazione da variazioni di temperatura ed umidità e permettere un adeguato scambio gassoso.

    I prodotti confezionati sono, a questo punto, pronti per la fase successiva di condizionamento che è rappresentata dalla conservazione la quale prevede una serie di aspetti tecnologici volti a mantenere i prodotti in condizioni di temperatura, umidità ed atmosfera opportunamente controllate.

  • Ken Follet, Il volo del calabrone

    Einstein spiegò a proposito del calabrone: da un punto di vista fisico, per come è strutturato e per il suo peso, il calabrone è un insetto che non potrebbe volare ma lui non lo sa e quindi vola.Ken Follet, autore di innumerevoli best seller come I pilastri della terra e Il terzo gemello, ha scritto un romanzo intitolandolo Il volo del calabrone. Un volo attraverso il mare del nord affrontato per mezzo di un biplano da due ragazzi appena diciottenni per portare dalla Danimarca in Inghilterra importanti informazioni militari indispensabili per bloccare l’avanzata di Hitler. Un volo inimmaginabile, pieno di pericoli e affrontato in condizioni avverse, in altre parole impossibile. Eppure i due ragazzi non lo sanno e vi riescono.

    Siamo nella seconda guerra mondiale e la forza dell’armata tedesca è ormai una realtà innegabile,

    la Danimarca è occupata ma si lascia al Re Cristiano X e alla polizia danese il proprio posto in cambio della collaborazione coi nazisti. Ogni forma di avversione e spionaggio verso il nazismo è perseguita con l’arresto.

    Molte persone sono amareggiate dalla presenza nazista, altre ne vedono alcuni benefici. Manca una vera resistenza. E’ il 1941. Vi è solamente un gruppo di persone, la Ronda di Notte, dedite ad accumulare informazioni da inviare agli Inglesi, una forma di spionaggio di basso livello.

    Sarà un ragazzo a scoprire per caso un’istallazione militare tedesca sconosciuta alle forze alleate che sta mettendo fuori gioco ogni raid aereo di bombardieri inglesi, l’ultima speranza per costringere Hitler a far rientrare le sue truppe in Germania prima che invadano definitivamente anche la Russia.

    I contatti con i paesi neutri e alleati sono interrotti, quelli clandestini troppo rischiosi, la posta è controllata e censurata, ogni forma di comunicazione o di evasione dal paese è perseguita dalla polizia danese se non si hanno i permessi.

    La scoperta del piccolo corpo di spionaggio da parte della polizia danese costringerà il ragazzo a fornire agli inglesi le preziosi informazioni miliari solamente con le proprie forze e con l’aiuto di un’incredibile ragazza. L’unica possibilità è portare le informazioni di persona, ma come?

    La soluzione è rappresentata da un biplano posto in un vecchio ripostiglio dove il giovane ragazzo alloggia per sfuggire alla polizia. Il biplano è vecchio, fuori uso e privo di alcuni pezzi ma questo non impedisce al protagonista di mantenere l’entusiasmo e di riuscire a ripararlo per farlo tornare a volare.

    L’avventura riesce, i bombardieri alleati riescono proprio all’ultimo minuto a sapere come evitare la decimazione ed Hitler è costretto a ritirare le truppe dalla Russia. I due ragazzi inizieranno una nuova vita in Danimarca, identità nuove per una nuova importantissima missione: istaurare una rete di spionaggio e resistenza alle forze tedesche.

    La resistenza danese si rivelò uno dei più validi movimenti clandestini d’Europa. Fornì un costante flusso di informazioni militari agli Alleati, portò a termine migliaia di azioni di sabotaggio contro le forze occupazione e assicurò vie di fuga segrete attraverso le quali quasi tutti gli ebrei danesi riuscirono a sfuggire ai nazisti.

  • Istruzione: La riforma fallita

    A distanza di cinque anni sono ancora molte accese le critiche mosse verso la riforma cosiddetta del “3+2″ operata dal Luigi Berlinguer nel 2001. Infatti dopo le novità introdotte dai ministri Berlinguer e Moratti, la didattica sarebbe dovuta cambiare molto ma gli stessi docenti universitari, secondo un inchiesta condotta su rettori, presidi, docenti e direttori amministrativi di sei atenei pubblici, hanno ammesso (il 57,7%) di aver fatto poco o nulla per adeguare programmi ed esami alla logica, avversata da molti di loro, del”3+2” (laura triennale seguita dal bienno di specializzazione).

    La riforma della didattica universitaria era stata concepita per raggiungere due scopi: aumentare il numero dei laureati e formare giovani in grado di trovare in breve termine un posto di lavoro. Solo il primo obiettivo è stato raggiunto. Infatti, secondo i dati forniti dal ministero della pubblica istruzione e dall’Istat,  nel 2000 i laureati sono stati 162 mila, cinque anni dopo, 301 mila.

    L’ultima ricerca svolta dal consorzio Almalaurea, svolta sui laureati del 2005 in 49 atenei, dimostra anche che dal 2001 al 2006 è scesa l’età media a cui ci si laurea, sono diminuiti i fuoricorso (pur restando comunque troppi) e sono aumentate le frequenze alle lezioni e la partecipazione a stage. Dati confortanti, almeno sembra, eppure gli studenti, vere “vittime” di questa riforma non sono entusiaste dei cambiamenti apportati. Perchè?

    L’origine dell’insoddisfazione studentesca probabilmente trae origine dall’avversione del corpo docente alla riforma stessa. Alla base vi è la paura dei professori di perdere il proprio potere e prestigio assunto in tanti anni di lavoro alla cattedra e a livello pratico si traduce in programmi e metodi d’esame inalterati. La mancanza d’attuazioni e di adeguamenti alla riforma dei docenti varia da una facoltà all’altra. I più refrattari alle novità sono i docenti di materie umanistiche. I professori di discipline scientifiche, invece, hanno compiuto sforzi maggiori.

    Adeguarsi poteva significare ridurre drasticamente il programma d’esame proposto, ridurre il numero di ore dedite alla lezione e uniformarsi a tutti gli altri corsi svolti presso la facoltà. In una sola parola, perdere visibilità.

    Altra conseguenza della riforma “3+2” è stata la proliferazione, dal 2001 ad oggi, dei corsi di laurea più bizzarri, nati più per creare nuove cattedre che per soddisfare le esigenze del mercato del lavoro.

    Per quanto riguarda l’occupazione, gli aspetti più significativi sono due: alla vigilia della tesi, 83 laureati di primo livello su cento dichiarano di voler proseguire gli studi. Ciò vuol dire che un’elevatissima percentuale di neodottori non si sentono pronti per rispondere alle domande di mercato o che non si sentono soddisfatti della propria preparazione. Concludendo, gli studenti trovano discrete ragioni per non essere soddisfatti dello stato attuale delle cose.

    Il ministero sta lavorando per migliorare la situazione ed introdurre delle correzioni, prime tra le quali la diminuzione dei corsi ed una minore frammentazione delle discipline. Verrà proposto anche di vincolare la nascita dei nuovi corsi a una giusta proporzione tra i docenti di ruolo e gli sterni. Politici e docenti saranno in grado di apprendere dai propri errori e agire secondo un obiettivo comune, la formazione universitaria? 

  • Un “passo” avanti nel benessere…

    L’uomo, simbolicamente, affonda le proprie radici nei piedi che costituiscono la base su cui poggia il corpo e attraverso i quali l’individuo è “vincolato” al suolo. Il modo in cui un soggetto è fisicamente ancorato al tereno riflette spesso il modo in cui si affronta la vita a livello emotivo. Non per niente, frasi idiomatiche quali: “tenere i piedi per terra” o “andare con i piedi di piombo”,  fanno parte di un linguaggio figurato che esprime qualcosa appartenente alla nostra sfera incoscia. Nella concezione indiana, il piede è addirittura considerato il primo germe, esso esprimerà l’intero corpo ed il suo divenire. La dinamica del simbolismo spaziale, espressa in ogni manifestazione culturale umana, ci insegna che in basso c’è la terra, la parte più densa, concreta e materiale, mentre in alto c’è il cielo, la parte più spirituale, lieve ed intellettiva. Gli stessi autori cinesi ritenevano che l’uomo fosse espressione di tensione fra due poli, situati l’uno sopra la testa, l’altro sotto i piedi, appunto il cielo e la terra. Se queste due parti del corpo sono come due poli, le mani, che sono situate nel mezzo, sono gli “strumenti” con cui si mettono in atto le idee, strutture di interazione fra il soggetto ed il mondo circostante. E’ proprio grazie a questo “apparecchio antropo-dinamico” che il professionista è in grado di riconoscere i punti focali del piede e lavorando su questi, per mezzo di diverse tecniche,  può agire sulle sue tensioni ed i suoi blocchi aiutando il soggettoa liberarsi di numerosi fattori di stress.

    Si noterà purtroppo che al giorno d’oggi si dà poco valore ad una parte del corpo così importante come il piede. Le stesse calzature che indossiamo possono evidenziare a quali torture sottoponiamo i nostri piedi. Dobbiamo dunque trattarli con cura e rispetto perchè da essi dipendono la deambulazione, l’equilibrio, la postura e la buona salute di tutto l’organismo, ma sopratutto perchè essi rappresentano il nostro “secondo cuore”, dato che il loro sistema venoso funge da pompa all’interno dell’organismo permettendo al sangue di ritornare al cuore per essere riossigenato. Cosa fare allora per mantenere in forma i piedi? Il primo provvedimento da adottare è sicuramente la scelta di una calzatura adatta. Prima di acquistare un paio di scarpe vanno considerati due aspetti: l’assetto e i materiali. L’assetto deve consentire al piede tutti i movimenti per cui è preposto, non deve avere un tacco superiore ai 3,5-4 cm di altezza, la parte posteriore deve essere contenitiva ma non rigida per mantenere il tallone in asse e, infine, deve avere il giusto compromesso tra rigidità e flessibilità. I matreiali di cui è composta la calzatura devono essere traspiranti e naturali, per evitare tutta una serie di disagi legati all’uso dei materiali sisntetici. Non si potrà mai ottenere un benessere reale per i nostri piedi se prima non decidiamo di anteporre la nostra salute al fattore puramente estetico che ormai domina il mercato.

  • Le cause di occorrenza degli incendi

    Le cause di occorrenza degli incendi possono essere distinte in predisponenti e determinanti. Nelle prime ricadono tutti i fattori che generano le condizioni favorevoli all’innesco di un fuoco. Quindi tra esse ricadono le caratteristiche intrinseche della copertura vegetale, il sistema di governo e trattamento, le condizioni climatiche e quelle orografiche.

    Si chiamano, invece, determinanti quelle che instaurandosi in una situazione definita da cause predisponenti possono dar luogo all’immediato sviluppo del fuoco. Queste si dividono in naturali ed antropiche.

    Ricadono nelle cause naturali: il fulmine, le eruzioni vulcaniche e l’autocombustione. Il fulmine è causa di sviluppo d’incendi là dove si verificano i “temporali secchi”, ossia quei temporali che non sono accompagnati da precipitazioni. Questo evento, frequente in alcune zone dell’America, da noi è eccezionale se non del tutto impossibile così come l’autocombustione.

    Stando alle cause naturali, il problema incendi non dovrebbe essere poi così preoccupante , invece, il fenomeno è reso calamitoso dall’azione, volontaria o involontaria (aggettivi che dal 1988 hanno sostituito i precedenti termini “doloso” e “colposo”, per esigenze di uniformità terminologica a livello europeo), dell’uomo.

    Quando l’uomo provoca deliberatamente un incendio per cagionare danno le cause vengono definite volontarie. Le motivazioni del dolo vengono distinte in sei categorie:

    • per guadagnare finanziariamente;
    • per nascondere un altro crimine;
    • per vandalismo o protesta;
    • per diventare un eroe;
    • per disordine mentale;
    • per noia.

    Si noti che il campo è estremamente variabile e spazia dall’esclusivo interesse economico alle forme più spinte di psicodinamica sociale.

    L’incidenza percentuale del numero degli incendi boschivi classificati come scaturiti da cause volontarie sono considerevolmente aumentati negli ultimi trenta anni. Le ragioni di questo aumento hanno un’origine sociale che, a volte, è espressione di un disagio, mentre altre, di abitudini agronomiche. Infatti, la frequenza degli incendi è maggiore dove c’è un impiego massiccio di operai forestali assunti occasionalmente, così come nelle zone in cui è ancora radicata l’errata convinzione di migliorare il terreno od il pascolo con il fuoco.

    L’ampia variabilità, che dipende dalle strutture economiche e sociali diverse per nazioni ed epoche, rende difficile individuare ed eliminare le cause volontarie degli incendi boschivi. Comunque non sempre è agevole stabilire se la causa sia volontaria od involontaria, pertanto nelle statistiche si ricorre alla definizione di causa sconosciuta o dubbia.

    Gli incendi appiccati per vendetta, ormai sono limitati alle zone più marginali ed arretrate del nostro Paese. Negli anni ‘60-’70 molti boschi furono dati alle fiamme con intenti speculativi in campo edilizio. Per prevenire tale crimine dal ’75 la legge n. 47 pone, sui terreni percorsi dal fuoco, il vincolo di assoluta inedificabilità fino alla naturale ricostituzione del manto boscato, anche in presenza di varianti che modifichino la destinazione d’uso dei fondi colpiti. Ciò avrebbe dovuto far decadere l’interesse degli speculatori, ma, di fatto non esiste, in gran parte del nostro Paese, la mappatura dei terreni percorsi dal fuoco e quindi risulta difficile imporre i vincoli.

  • Effetti tossici dei metalli pesanti sugli organismi

    Una sostanza è definita Inquinante quando è presente in concentrazione maggiore rispetto a quella naturale, come risultato dell’attività umana, che ha un netto effetto dannoso sull’ambiente o su qualcosa di valore in esso.

    Le sostanze contaminanti, che non sono classificate come inquinanti a meno che non abbiano qualche effetto dannoso, comportano delle deviazioni dalla normale composizione dell’ambiente.

    Ogni inquinante ha origine da una sorgente. La sorgente è particolarmente importante perché è generalmente il luogo più logico per eliminare l’inquinamento.

    Il recettore è un qualsiasi corpo su cui l’inquinante ha effetto. Sono recettori, ad esempio, gli esseri umani a cui bruciano gli occhi per colpa degli ossidanti presenti nell’atmosfera. Le piccole trote che possono morire in acqua, in seguito all’esposizione al dielrin sono un altro esempio di recettori.

    Eventualmente, se un’inquinante ha vita lunga, può essere immagazzinato in un sink, un deposito a lungo termine, in cui esso resterà per molto tempo, anche se non necessariamente per sempre.

    Per fare un esempio che renda conto della gravità delle situazione e quindi della sua importanza si può considerare l’esempio della contaminazione dl suolo:

    100 milioni di ettari di suolo contaminato nel mondo di cui 20 milioni solo nella Comunità Europea.

    METALLI PESANTI

    Chi non ha mai sentito parlare dell’inquinamento da metalli pesanti?

    La maggior parte di essi ha azioni tossiche sistemiche solo se in forma di composti solubili o in forma ionizzata. L’effetto tossico si esplica per la formazione di un legame, spesso assai stabile (covalente) con gruppi funzionali reattivi delle molecole organiche: ossidrili  (-OH), carbossili (COO-), carbonili (= CO), sulfidrili (SH), aminici (NH2), imminici (=NH), ecc.

    Le funzioni organiche svolte da questi gruppi funzionali reattivi, essenziali per le normali attività biochimiche cellulari, vengono inattivate dal legame col metallo.

    Sotto il profilo biochimico, il meccanismo della loro attività tossica deriva dalla forte affinità dei cationi metallici per lo zolfo. Pertanto i gruppi “sulfidrilici” (-SH), normalmente presenti negli enzimi che controllano la velocità delle reazioni metaboliche critiche nel corpo umano, si legano facilmente ai cationi dei metalli pesanti ingeriti o alle molecole che contengono tali metalli.

    Dato che il complesso metallo-zolfo che ne risulta interessa tutto l’enzima, questo non può funzionare normalmente con conseguente danno per la salute dell’uomo, fino causarne talvolta la morte.

    Quando queste sostanze tossiche vengono assorbite dall’organismo per ingestione, inalazione o per via cutanea, vanno incontro ad una serie di reazioni come precedentemente illustrato. Si parla allora di BIODISPONIBILITÀ di un elemento in tracce nell’organismo umano come il

    rapporto tra la quantità che, dopo essere stata assorbita, esercita il suo effetto nell’organismo e quella totale assorbita. La biodisponibilità è un parametro molto importante per quantificare l’effetto citotossicologico di un metallo pesante ed esso varia in funzione di

    • Fattori intrinseci

    Età, Sesso, Ambiente

    • Fattori estrinseci

    Proprietà fisiche:

     (solubilità in acqua, in alcol, nei lipidi, nel succo gastrico, nel succo intestinale)

    Proprietà chimiche:

     l’elemento può reagire con altri componenti della matrice alimentare, oppure con farmaci, formando composti in cui ha diverso grado di ossidazione, ecc.

    Proprietà biochimiche:

    interessa in particolare la capacità di competere con altri elementi per i siti attivi dell’organismo.

    Nella tabella che segue è riportato un elenco dei metalli pesanti più comunemente diffusi nell’ambiente con la loro relativa sorgente e l’effetto tossico assunto negli organismi.

     

  • Monopoli: capitalisti contro anticapitalisti

    Giochi da tavolo addio! Sembra proprio che  le nuove tecnologie abbiano inesorabilmente preso il sopravvento sui tradizionali passatempi che allietavano lunghe serate fra amici in un passato non troppo lontano. E’ proprio per una sottile nostalgia che abbiamo deciso di parlare di Monopoli, il gioco da tavolo che in molte nazioni è diffuso quanto la TV, quello che è stato pubblicato in 40 paesi e in 20 lingue diverse e di cui esistono due esemplari speciali, commissionati dalla NASA, utilizzabili in assenza i gravità!

    Non dappertutto però è lecito giocare a Monopoli: sembrerà bizzarro ma ci sono nazioni in cui questo gioco è vietato. Fidel Castro, ad esempio, subito dopo aver preso il potere, lo bandì e fece confiscare tutti gli esemplari esistenti a Cuba; nella Germania nazista, il ministro Goebbels fece altrettanto e in Cina e in Corea del Nord è ancora proibito.

    Del resto, per chi lo ha provato almeno una volta, è facile immaginare il perché: il Monopoli è considerato, infatti, il simbolo del capitalismo, delle speculazioni edilizie e della possibilità di diventare sempre più ricchi grazie ad investimenti e monopóli, appunto.

    Eppure, il Monopoli è stato inventato con intenzioni tutt’altro che in linea con il capitalismo. Un’affermazione del genere, tuttavia, è sostenibile soltanto se si riconosce che l’antesignano del gioco attuale fu The Landlord Game dell’americana Elizabeth Magie.

    La questione, infatti, è stata per lungo tempo controversa: la signora Elizabeth inventò un gioco in cui le proprietà non avevano nomi e non vi si potevano costruire sopra né case né alberghi, in virtù di quel dogma economico, condiviso dalla Magie, secondo il quale la speculazione sulle proprietà terriere sarebbe la base di tutti i problemi economici e sociali. Per lei, quindi, questo gioco doveva avere una funzione decisamente anticapitalistica. Tuttavia, The Landlord Game non ebbe mai una pubblicazione vera e propria: Elizabeth fece a mano alcune centinaia di copie e, nonostante i suoi intenti iniziali, l’invenzione si trasformò presto in Monopoly, un appassionate gioco sugli affari.

    L’ulteriore beffa arrivò quando, nel 1933, l’ingegnere Charles Darrow, allora disoccupato, s’imbatté nel gioco della Magie: disegnò infatti un tabellone più attraente (versione utilizzata ancora per il Monopoli americano), riuscì a ottenere il copyright sulla “sua” versione e, dopo vari tentativi, firmò un accordo con la Parker Brothers, una delle aziende leader in America nel settore dei giochi, dichiarando di aver inventato lui il Monopoli.

    Il successo fu immediato e Darrow diventò presto ricco e famoso. Quando la Parker capì che Darrow non era il vero inventore, cercò di tenere nascosta la questione e vi riuscì per parecchi anni, fino a quando il professore di economia Ralph Anspach inventò l’Anti-Monopoly (evidentemente un vero e proprio strumento di controffensiva per così dire lucida!) e intraprese una lunga battaglia legale con la Parker che indusse poi quest’ultima ad ammettere l’inganno.

    Ora che conoscete la storia, non vi resta che invitare un po di amici, prendere il Monopoli e trascorrere una lieta serata, in barba alla divisioni tra capitalisti e anticapitalisti!

  • Estate Autunno Inverno Primavera e di nuovo Estate…

    Il nostro organismo vive al ritmo di un orologio biologico interno, antichissimo, che è sincronizzato  proprio sull’alternanza di luce e buio e che, in base a questa, scandisce i nostri cambiamenti quotidiani e stagionali. Sarebbe un errore non prenderne atto.

    In estate, le giornate sono più lunghe, la luce più intensa e prolungata. Da questo ci sentiamo più forti, sicuri e pieni di energia nonostante ci si attardi maggiormente la sera e non si rinunci alle solite attività quotidiane. Poi, c’è il rovescio della medaglia: quando il sole cala (sia d’estate che d’inverno) il crollo è in agguato. L’attenzione scende al minimo e accendere le lampade non cambia le cose.

    Rispettare i ritmi non deve essere visto come una sottomissione alle regole biologiche ma un vero elisir di lunga vita. Essere consapevole che a mezzogiorno si ha l massimo delle nostre capacità intellettive e di concentrazione può aiutare a organizzare meglio la giornata per porre gli impegni più gravosi proprio in quelle ore e migliorare, quindi, l’efficienza delle nostre attitudini. Un altro momento di grandi prestazioni è tra le diciotto e le venti. In questa fase la temperatura corporea aumenta e la forza muscolare è ai livelli più alti della giornata.

    Il ritmo circadiano ( dal latino circa, intorno, e dies, giorno) lo ritroviamo anche nelle altre forme di vita. La stessa vita, infatti, è stata organizzata in base all’andamento del ciclo solare, da quando è comparsa sulla terra. Lo rivela il fatto che anche gli organismi molto diversi da noi possono avere ritmi molto simili.

    Cosa succede quando non rispettiamo il ritmo biologico?

    Quando dormiamo solo qualche ora, saltiamo un pasto, dormiamo di giorno e stiamo svegli di notte, contraiamo dei debiti di energia. Questo avviene perchè l’interruzione forzata dei ritmi altera il metabolismo. A scansionare il tempo nel nostro corpo sono delle cellule specializzate atte a sincronizzare con l’ambiente esterno la produzione enzimatica, ormonale, il battito cardiaco, la pressione del sangue, la temperatura ma anche il sonno, l’accoppiamento, il riposo e la voglia di compiere grandi imprese. Il vero orologio è però nel cervello, nell’ipotalamo, dove risiede un punto sensibile ai segnali luminosi che vengono captati e ritrasmessi dalla retina.

    La nostra dipendenza da questi segnali è così forte che ogni qual volta  che ne alteriamo lo schema, per esempio passando notti in bianco o spostandoci di fuso orario, il corpo soffre.

    Vista la diffusione in natura, il ritmo circadiano rappresenta un vantaggio evolutivo che migliora le possibilità di sopravvivenza aumentando l’efficienza complessiva dell’organismo. Grazie all’orologio biologico, infatti, le funzioni dell’organismo si sincronizzano su quello che presubilmente si verificherà nell’ambiente nelle ore successive. Per lo stesso motivo l’assunzione di farmaci risulterebbe molto più efficace se eseguita in orari adeguati della giornata così come dormire durante le ore di buio, a parità di ore ripostae, permette di recuperare molta più energia.

    Concludendo si può affermare che siamo degli essere con delle regole biologiche innate. Non rispettare queste regole potrebbe esaltarci e farci sentire superiori ma potrebbe costarci caro.

  • Oulipo

    Novembre 1960 ,un giovedì sera nella cantina del “Vero Guascone” si ritrovarono alcuni amici dagli interessi comuni e complementari: matematici con la passione per la letteratura, uomini di lettere con l’amore per le scienze esatte. Così nacque l’Oulipo, “Ouvroir de Littérature Potentielle”, ovvero un “opificio” che si occupa di letteratura potenziale.

    A fondarlo fu il matematico-scacchista François Le Lionais, a cui si unì immediatamente lo scrittore Raymond Queneau insieme ad altri: Jacques Bens, Claude Berge, Jacques Ducheteau, Jean Lescure e Jean Queval.

    Il gruppo indagava, e tuttora indaga, sulle potenzialità della parola, utilizzata come materia informe da forgiare, distorcere e quasi torturare, allo scopo di creare nuove forme letterarie che prescindono dalla libera ispirazione attenendosi, invece, a regole ferree. Quelli che solitamente si ritengono divertenti giochi di parole come l’acrostico, il lipogramma, il palindromo, l’olorima, vengono presi molto sul serio dagli oulipiani.

    Raymond Queneau nei suoi “cent mille milliards de poèmes“, per esempio, compose dieci sonetti con le stesse rime e con una struttura grammaticale tale che ogni verso di ciascun sonetto risulta intercambiabile con ogni altro verso situato nella stessa posizione. Per ciascun verso quindi si avranno così dieci possibili scelte indipendenti; poiché i versi sono 14, si otterranno in totale 1014 sonetti, cioè un numero incredibile di poesie.

    Lo scrittore Georges Perec ne “La Disparition“, un suo romanzo, non utilizzo mai la lettera “e”. I critici neanche se ne accorsero e ritennero l’opera “normale”, in realtà si trattava di un testo, che faceva totalmente a meno di una vocale che nella lingua francese è molto frequente. In seguito lo stesso Perec superò una prova ancora più ardua con un altro romanzo, “Les Revenentes“: 127 pagine scritte usando come vocale soltanto la “e”. Le poesie della raccolta “Alphabets“, invece, offrono, nella stessa pagina, su di un lato un quadrato di undici lettere per undici e sull’altro le stesse lettere scritte per esteso, inframmezzate da spazi. Ciascuno dei 176 testi della raccolta è una poesia di undici versi e ha undici lettere e utilizza una stessa serie di lettere diverse tra loro. Inoltre tutte le poesie hanno in comune le dieci lettere più frequenti dell’alfabeto francese: E-S-A-R-T-I-N-U-L-O. L’undicesima lettera è una delle rimanenti. Ci sono così undici poesie in B, undici poesie in C e così via. In totale 16 x 11 = 176 poesie.

    Italo Calvino tentò di trasportare questo tipo di esperienze nella nostra lingua, dove le difficoltà risultavano maggiori a causa della modesta possibilità di varianti fonetiche.

    Tra i suoi scritti è notissimo quello che riferisce un dialogo tra una spogliarellista e il proprietario di un night club per una scrittura: “Sa? Sessi isso su!”, frase che si regola sulla successione fonetica SA-SE-SI-SO-SU. Dello stesso genere è la storia di una portinaia, la quale ogni giorno deve rispondere alla medesima domanda di un amico della signorina del terzo piano: “Sa se c’è in casa…?”. Il discorso tra i due diviene sempre più conciso fino allo scambio lapidario: “Sa se?..” – “Sì, so: su!”.

  • Perché l’Italia non ha mai soldi per i suoi cittadini

    Storicamente sono sempre esistiti diversi motivi che hanno portato il paese ad avere, alla fine dell’anno, un bilancio negativo. Spese inutili, debiti, sprechi, frodi fiscali, ecc… spesso riportati in forma allarmistica da svariati comunicati stampa, senza che se illustrino veramente le cause. In questo articolo se ne vuole affrontare uno in particolare, qualcuno può ritenerlo superfluo, altri sono veri accaniti sostenitori contrari a questo fenomeno tanto da raccoglierne petizioni. Si tratta del Signoraggio. Cominciamo con un introduzione semplice ma necessaria: La moneta moderna (fiat money o moneta fiduciaria) è emessa principalmente da tre entità: le banche ordinarie, che emettono moneta virtuale sotto forma di “credito“; la privata Banca d’Italia che emette cartamoneta e il ministero dell’economia che emette monetine metalliche. Questa emissione tripartita assegna ad ognuno dei tre partecipanti il relativo signoraggio (il signoraggio è rappresentato dalla differenza tra il costo di produzione della moneta stessa ed il suo valore facciale).

    Secondo una definizione data da Bagliano e Marotta, la creazione di base monetaria in condizioni di monopolio dà la possibilità alla banca centrale di ottenere redditi (il cosiddetto signoraggio) pari alla differenza tra i ricavi ottenibili dall’investimento in attività finanziarie e reali e i (trascurabili) costi di produzione. Poiché questi redditi derivano dalla condizione di privilegio concessa dallo Stato, i profitti sono in genere incamerati in misura prevalente da quest’ultimo, sotto forma di imposte. Un limite alla produzione, potenzialmente illimitata di base monetaria è posto dall’obiettivo del mantenimento di un livello dei prezzi relativamente stabile, data la relazione diretta che storicamente si è osservata tra inflazione e offerta di moneta. Così Al sistema bancario che emette moneta-credito tramite la creazione di falsi debiti, va circa il 98% del signoraggio a cui vanno aggiunti gli interessi sui falsi debiti. Questo privilegio è garantito loro dallo Stato, che “emette delle obbligazioni” che sono altrettante promesse di dare di più a quelli che hanno già molto, sempre controllando l’inflazione che dovrebbe consistere nel ridurre i consumi di quelli che mancano del necessario. Il pagamento di un [illegittimo] interesse da parte dello Stato determina il tasso di interesse a tutte le fasi della struttura economica, risultando, quindi, dannoso sopratutto alle tasche dei cittadini. Alla Banca d’Italia va circa il 1,9% più gli interessi che prende sui titoli di stato emessi in “contropartita”, ed al Ministero dell’economia, circa lo 0,1%.
    Le banche normali e la Banca d’Italia occultano il signoraggio tendendo a conservare segreti e prevaricatori i propri meccanismi contabili falsificando sistematicamente i bilanci al fine di tenere la gente nella massima confusione e incertezza possibile.
    Un esempio per chiarirne meglio il meccanismo è quello che avvenne prima della strage di Piazza Fontana: lo stato aveva provato ad emettere cartamoneta (le 500 lire cartacee) che aveva la denominazione “Biglietto di Stato a corso legale”. Ogni emissione portava nelle casse statali 150 miliardi di signoraggio.
    Oltre al proprio signoraggio, perché lo Stato deve emettere titoli di debito per coprire IL VALORE NOMINALE di banconote che potrebbe stamparsi da solo, ammettendo anche che debba attenersi alle quantità stabilite dai prestigiatori della Banca Centrale?  Non è più logico che lo Stato si stampi le proprie banconote, evitando di indebitarsi e di pagare interessi, riducendo il suo debito pubblico e le sue spese per interessi?
    La Banca Centrale ha consegnato allo Stato le sue banconote, queste sono state pagate al loro valore facciale; Se ipoteticamente lo stato volesse restituire le banconote emesse e riavere indietro il proprio denaro dalla Banca Centrale, questa ultima sarebbe obbligata, dato che non è in grado di convertirle in oro, ad emettere in cambio le proprie obbligazioni..
    Tutto ciò, presumibilmente accade poiché nello Stato esistono delle collusioni con i privati proprietari della Banca centrale, che vivono di rendita a nostre spese, cosicché ai cittadini vengono imposti dei tassi di interesse e delle imposte per coprire queste spese. Questi soldi, non finiscono allo stato per essere gestiti con un corretto criterio economico e sociale. Allo stato di fatto vanno a sostenere un falso capitalismo italiano.

  • Privatizzazione della Banca d’Italia

    La Banca d’Italia, dopo l’ultima legge bancaria, è divenuta una S.p.a. totalmente privata, le cui quote sociali, caso unico nelle ex banche d’emissioni europee attualmente socie della BCE, sono detenute solo da alcuni gruppi bancari ed assicurativi privati.Da ciò non poteva che derivarne un conflitto d’interessi molto forte poiché la Banca d’Italia, attraverso il controllo che ancora detiene sull’intero sistema bancario e creditizio, compreso sulle sue banche socie, esercita in assoluta autonomia il controllo economico e monetario dell’intera Nazione, secondo propri fini, spesso contrastanti da quelli governativi.

    Quale ruolo assumono allora i politici in questo scenario contrastante? il ruolo dei politici in campo economico di fatto risulta essere quello di semplici comparse mosse secondo la volontà della privata Banca d’Italia

    Vi sono pesantissime polemiche esistenti in campo finanziario e monetario come è normale che ci si aspetti da questa degenerata e assurda situazione. Seppure tale situazione è assurda e impensabile è la realtà dei fatti. Ma il Governo può e deve fare qualcosa. In primo luogo, se il Governo intende veramente governare le sorti del Paese e mantenere gli impegni assunti con gli elettori, deve agire risolutamente e rapidamente per trasferire all’Esecutivo la vera guida economica e, di conseguenza anche quella politica, dell’intera Nazione.

    A riprova del conflitto istituzionale, Antonio Fazio, intromettendosi in questioni di pertinenza non sua per distogliere l’attenzione dalla situazione che lo circonda, ha screditato pubblicamente l’operato dell’Esecutivo politico sostenendo, senza alcun pudore, che per rilanciare l’economia nazionale occorre destinare più risorse per rimettere in moto i cantieri delle “Opere Pubbliche” e ridurre il debito pubblico nazionale.

    La mancanza di pudore non risiede certo nell’affermare delle vere e risapute ma per gli oltre 600 mila miliardi di lire di cui il Governo dovrebbe rientrare in possesso corrispondenti ai “residui passivi” versate più di dieci anni fa ed ancora stanti nelle casse della Banca d’Italia. Una bella faccia tosta.

    Questa gigantesca massa monetaria, potenzialmente disponibile, sottratta dalla circolazione e dalla quale mancanza ne risente pesantemente l’economia dell’intero mercato, era destinata proprio alla realizzazione delle opere di pubblica utilità. Quale consiglio vuole dare allora Fazio?

    Questa situazione, nel complesso, ha portato ad una serie di conseguenze quali:

    –   la progressiva deflazione sull’intero mercato nazionale con la caduta degli investimenti strutturali e la mortificazione del PIL;

    –  l’impossibilità di poter destinare alla ricerca, pubblica e privata, le indispensabili risorse finanziarie;

    –  l’impoverimento generale dell’intero sistema economico nazionale, sia pubblico che privato che si ripercuote direttamente ed indirettamente su tutti i cittadini.

    La situazione risulta ancor più grave se si considera che mentre la circolazione monetaria si è drasticamente ridotta, il debito pubblico generato dall’emissione monetaria corrispondente alla somma dei residui passivi congelati, è stato mantenuto in essere.

    Pertanto o lo Stato si riappropria di questa ingente somma per riassettare il proprio bilancio e la situazione territoriale o deve pretendere l’abbattimento del debito pubblico corrispondente all’importo della massa monetaria sparita.

  • Protezione dagli incendi boschivi

    L’approccio al problema degli incendi boschivi ha subito notevoli cambiamenti nel tempo.Fondamentale è stata l’evoluzione concettuale di base della pianificazione antincendio, che, superando il criterio del “Fire control”, è approdata a quello del “Fire management”.

    In questa ottica ha assunto notevole importanza la ricerca scientifica in campo meteorologico, selvicolturale e modellistico.

    La lotta agli incendi boschivi diventa così materia interdisciplinare, essendo il fuoco interessato da una serie di fattori che costituiscono l’argomento di altrettante discipline.

    La pianificazione va intesa quindi come un momento di coordinamento di interventi di varia natura, che portano all’elaborazione di un piano antincendio. Tale coordinamento è tanto più efficiente quanto più numerose sono le informazioni sul comportamento del fuoco in un determinato territorio.

    Un incendio è un elemento di grave perturbazione dell’equilibrio ambientale, poiché colpisce i mosaici agro-forestali costituenti le unità elementari del territorio, nella totalità delle loro componenti.

    Le foreste, i parchi, i boschi e le aree verdi periurbane, costituiscono un bene prezioso, non soltanto dal punto di vista paesaggistico, economico e ricreazionale, ma anche da quello protettivo. In particolare, il territorio italiano è ricco di zone scoscese, declivi, ambienti collinari e zone impervie che trovano stabilità ed equilibrio grazie all’azione regimante e contenitiva offerta dal soprassuolo boschivo.

    I fattori che determinano l’importanza dei soprassuoli forestali nella protezione del territorio, sono gli stessi che li sottopongono ad un elevato rischio d’incendio. Questi possono essere racchiusi in due categorie: i fattori orografici e quelli climatici.

    Clima ed orografia, su vasta scala come può essere il bacino del mediterraneo, mutano molto lentamente nel tempo, tanto da non essere percepibili nei secoli ma soltanto attraverso ere geologiche. Al contrario, vi sono altri fattori, il cui repentino cambiamento, ha determinato, negli ultimi trenta anni, un sensibile aumento della frequenza e dell’estensione degli incendi non solo in Italia ma in tutta l’Europa meridionale. Questi fattori sono essenzialmente di natura sociale e riguardano il rapporto dell’uomo con l’ambiente in cui vive.

    L’uomo è stato sempre legato alla natura, dipendendo in larga misura da essa. Tuttavia, con lo sviluppo industriale, si è affievolito quel contatto diretto che resta vivo soltanto per alcune categorie di persone, quali quelle che operano nel campo dell’agricoltura e della selvicoltura, tra l’altro settori in continuo calo di adesioni. La presenza dell’uomo sul territorio se da un lato costituiva un elemento di disturbo dall’altro rappresentava una garanzia di gestione e d’intervento.

    Lo spopolamento delle campagne, accompagnato dalla meccanizzazione agricola, ha portato all’abbandono di molte aree marginali che un tempo, invece, venivano sistematicamente coltivate. Queste aree, anche se lentamente, sono state selvaggiamente riconquistate dalla natura e sono divenute teatro di una migrazione di cenosi verso una comunità stabile, quella climax.

    Per quanto riguarda, invece, le aree che ospitavano un bosco la situazione è molto diversa. Venendo a mancare le cure selvicolturali, tali superfici hanno subito un progressivo invecchiamento ed arricchimento di materiale combustibile, creando una situazione di elevato rischio d’incendio. Tale fenomeno ha contribuito all’aumento non solo della superficie boscata, che per certi aspetti costituisce un fattore positivo, ma anche degli incendi che negli ultimi anni vanno assumendo dimensioni a dir poco drammatiche, tanto da destare sempre maggiore preoccupazione.

  • Provincia Segreta

    I segreti di Twin Peaks è stata una delle più innovative serie televisive degli anni Ottanta, che ha avuto il pregio di rendere famoso David Lynch, controverso regista americano sottovalutato dal mondo del cinema fino a quando, con lo straordinario successo di questo lavoro, non si è conquistato l’attenzione del pubblico e della critica.Aveva esordito nel1977 con Eraserherad – la mente che cancella, una pellicola tanto particolare da spingere Mel Brooks a ingaggiare questo giovane talento per la regia di Elephant Man. In effetti quest’ultimo ottenne otto nomination agli oscar, fra le quali uno proprio per la regia.

    Del 1984 è invece l’ambizioso Dune, che non raggiunse il successo sperato; la delusione diventò ancora più amara quando si seppe del trionfo de Il ritorno dello Jedi, che Lynch aveva rifiutato per portare a compimento il suo kolossal. Due anni dopo uscì Velluto blu, in cui si tratteggia il duplice volto della provincia americana indagato poi a fondo con Twin Peaks, progetto nato da un’idea della figlia di Lynch autrice de Il diario segreto di Laura Palmer.

    Nella cittadina statunitense di Twin Peaks viene ritrovato il cadavere di Laura Palmer, interpretata da Sherly Lee. L’omicidio della bella studentessa diciassettenne dà inizio alle indagini dell’ispettore Cooper (Kyle Maclachlan), che scopre la faccia nascosta dell’apparente gioiosa comunità. Nel succedersi degli episodi, alla ricerca di movente e assassino, si dipana l’antica matassa che vede avvicendarsi diversi sospettati fra personaggi detestabili e simpatici, in un clima volutamente ambiguo. La stessa vittima, a prima vista una normale ragazza della porta accanto, sembra nascondere un’esistenza sotterranea molto lontana dal classico stereotipo della brava e bella liceale. Sotto il velo della buona società americana compare quindi una verità ben diversa, fatta di legami e segreti sordidi, di personaggi che, comportandosi al limite della follia, inducono addirittura  a pensare che dietro tutto questo non-senso ci siano gli alieni. Le atmosfere e la trama psicologicamente intriganti, permeate di elementi di sapore hitchcockiano, esularono dal cliché in voga nel 1990 per dare inizio ad un filone originale, con aspetti tipici della telenovela e spunti particolari convogliati in serie successive con X-files. E’ indubbio che le 30 puntate di Twin Peaks siano state contrassegnate dai risvolti belli e brutti del primo esperimento, che all’inizio assume dimensioni trionfali e via si adegua alle esigenze di mercato volte a sfruttare ogni aspetto remunerativo di un simile prodotto, perdendo così progressivamente di valore.

    Nello stesso anno Lynch riconferma il suo talento dirigendo Cuore selvaggio, seguito nel 1992 da una pellicola in cui parla ancora di Laura Palmer, Fuoco cammina con me!

    La sua filmografia più recentemente annovera lavori come Strade perdute del 1997, Una storia vera del 1999 e Mulholland Drive del 2001, con il quale ha ottenuto una nuova nomination agli oscar.

  • Radio Days

    Certo non si può dire che iniziare il cammino verso la notorietà alla radio ostacoli il raggiungimento di un brillante futuro televisivo. Al contrario, l’esordio radiofonico sembra proprio portare fortuna, visto che alcuni dei volti più noti e amati del grande schermo provengono da quel mondo.

    E’ quasi doveroso iniziare il nostro excursus con un personaggio scomparso da pochi anni, ma ancora fortemente presente nei ricordi del pubblico: Corrado Mantoni, per tutti semplicemente Corrado. Di lui abbiamo apprezzato l’ironia garbata, lo stile sobrio privo di aggressività e prepotenza, l’innata simpatia. Il suo nome è legato, non a caso, ad alcune delle più apprezzate trasmissioni televisive: da Canzonissima 1970, in coppia con Raffaella Carrà, a La Corrida. I suoi inizi però risalgono addirittura all’immediato dopoguerra: era la voce di Corrado quella che, nel 1944, da Radio Naja parlava ai soldati di ritorno dal fronte. Pochi anni dopo è sempre lui a firmare il primo varietà radiofonico di successo, Oplà, un programma in cui il parlato e la musica si alternavano armoniosamente. Dopo questa affermazione Corrado continuerà a creare altre fortunate trasmissioni, Sorella radio, La trottola, La Corrida, per poi passare negli anni sessanta alla televisione, di cui rimarrà protagonista indiscusso fino alla sua scomparsa, avvenuta l’8 giugno 1999.

    Da molti considerato il suo naturale erede, Gerry Scotti mostra analogie con Corrado sia nello stile sia nel percorso professionale. Anch’egli esordisce come conduttore radiofonico: nel 1976 lavora a Radio Milano International e all’inizio degli anni Ottanta diviene la prima voce della mitica Radio Deejay. Il debutto televisivo avviene poco dopo con Dee Jay Teleision, il primo programma di videoclip della televisione italiana. Da lì la sua carriera è tutta in ascesa. Oggi Gerry Scotti è sicuramente un pilastro delle reti Mediaset che non rimane limitato alla conduzione, ma trova spazio anche nella fiction. E’ lui infatti il protagonista, insieme a Maria Amelia Monti, della sit-com Finalmente soli.

    Da questo gruppo, di cui sembrano far parte soltanto grandi talenti, non può essere escluso Fiorello, sebbene la sua formazione appaia più poliedrica e molto legata al mondo dei villaggi-vacanze. Importantissima per lui, comunque, è stata anche l’esperienza radiofonica. Dopo aver lavorato come falegname, muratore e quant’altro, Fiorello compie il grande salto e si trasforma in dj per Radio Marte, emittente della Sicilia orientale, riuscendo a trasmettere 70 ore di musica non stop. Da allora il suo amore e il suo legame con la radio non si sono più interrotti. Fiorello infatti ha fatto parte, neanche a dirlo, della scuderia di Radio Deejay e alla radio è tornato recentemente con Viva Radio Due in coppia con Marco Baldini, suo grande amico.

     Altro nome di spicco del panorama televisivo, musicale e radiofonico italiano è Renzo Arbore, che finalmente è tornato in TV. Sicuramente non sono stati dimenticati i suoi programmi cult: Alto gradimento, Quelli della notte, Indietro tutta. A questo punto non rimane che dire: grazie radio.

  • Radionuclidi pericolosi

    Pericolo Radon

    Il pericolo radon è legato alla radioattività dei tre elementi prodotti in sequenza dalla disintegrazione di questo elemento, cioè polonio, piombo e bismuto. L’inalazione delle particelle di polvere su cui aderiscono i cosiddetti figli del radon diventa un serio rischio per la salute in quanto questi elementi emettono particelle alfa, altamente energetiche, che possono causare danni all’epitelio bronchiale e possono provocare il cancro polmonare.

    Infatti, il radon, più esattamente i suoi figli, rappresenta la seconda causa di questo tipo di cancro dopo il fumo delle sigarette.

    Cosa si intende per radionuclide?

    In natura esistono elementi caratterizzati da differenti pesi atomici. Precisamente gli elementi con lo stesso numero atomico (numero di protoni nel nucleo) aventi un differente numero di massa (ovvero con un numero neutroni differenti) sono detti isotopi. Alcuni di questi sono stabili (ad esempio l’isotopo pesante dell’Idrogeno conosciuto come Deuterio) altri, invece, sono instabili e perciò si frammentano per mezzo di decadimenti radioattivi (come avviene per l’isotopo più pesante dell’Idrogeno, il Trizio). Il decadimento radioattivo non è altro che la perdita di energia o materia o di entrambi da parte di isotopi pesanti instabili sotto forma di particelle e radiazioni. Quelle possibili sono:
    a)   particelle alfa : nuclei di elio (2 protoni e 2 neutroni)
    b)   particelle beta : elettroni o positroni
    c)   particelle gamma : radiazioni elettromagnetiche a elevata energia.
    L’attività di una sorgente radioattiva si esprime nel Sistema Internazionale, in becquerel (Bq), unità di misura definita come numero di decadimenti per secondo, quindi omogenea alla frequenza, che di esprime in Hz.

    Una seconda unità di misura di attività che è stata molto usata ma ora dichiarata fuori norma, è il curie (Ci): quantità di materiale radioattivo che decade alla stessa velocità di 1 g di radio.

    L’uomo L’uomo è sottoposto a radiazioni ionizzanti che provengono continuamente da fonti naturali ed artificiali. Questo stato è chiamato “radiazione di fondo“.

    L’82% di questa esposizione di fondo proviene da fonti naturali. Il Radon produce il più grande contributo alla radiazione di fondo con il 55% della dose annuale media. La radiazione cosmica (8%) e la radiazione terrestre (8%) fanno parte della naturale esposizione di fondo a cui l’uomo è sottoposto ogni anno.

    Il 18% proviene da fonti artificiali. Di questi, il 15 % proviene dalla medicina diagnostica (Raggi X) e dalla medicina nucleare.

    Alcune radiazioni hanno anche effetti terapeutiche tanto che

    esistono classificazioni delle acque in base alla radioattività atte a conoscere il potere terapeutico.

    L’Uranio è un metallo pesante che si trova in piccole quantità in rocce, suolo, aria, acqua e cibi. Nella sua forma naturale, l’uranio è costituito da 3 isotopi, 235U, 234U e 238U con una netta prevalenza (99.2745%) dell’isotopo 238.

    A causa della sua grande vita media (4,46·109 anni), l’ 238U ha una attività molto bassa. Per utilizzarlo nei reattori nucleari, o nelle armi nucleari, è necessario arricchire l’uranio naturale con gli isotopi fissili 235U e 234U. Il materiale che ne deriva è noto come uranio arricchito, e la sua concentrazione di 235U in peso varia fra il 2% ed il 90%.

    Il materiale di scarto di questo processo è noto come uranio impoverito (DU = depleted uranium), e contiene meno dello 0.7% di 235U. Il DU è meno radioattivo dell’uranio naturale di circa il 40%, e di circa un ordine di grandezza meno dell’uranio arricchito.

    L’uranio impoverito, che emette particelle alfa e beta, con una attività di soli 14.8 mBq/mg, è classificato nella fascia più bassa di rischio fra gli isotopi radioattivi. Per confronto, le attività specifiche dei due radioisotopi che maggiormente contribuiscono al fondo di radiazione ambientale, 40K e 222Rn, sono di circa 400 mBq/mg e 8 GBq/mg, rispettivamente. Ma è pur sempre radioattivo e la sua importanza è notevole dal momento che è presente in elevatissime quantità distribuite in tutti i continenti.

    Il DU possiede delle uniche proprietà fisiche quali la densità elevatissima (19 g/cm3, 1,7 volte maggiore della densità del piombo) ed una notevole duttilità.

    Inoltre, l’uranio è piroforico, e quindi delle piccole particelle prendono spontaneamente fuoco a contatto con l’aria. 

    L’importante presenza di stabilimenti nucleari che producono energia (circa il 40% dell’energia elettrica americana è prodotta in centrali nucleari), permette agli USA di possedere circa 560.000 tonnellate di “materiale di scarto” derivante da questi processi (uranio impoverito) sotto forma di esafluoruro (UF6). 

  • L’mportanza mondiale delle risorse rinnovabili

    Energia, economia, ambiente… tra parole chiave che purtroppo non viaggiano sempre sullo stesso binario. Sembra che il problema maggiore a cui stiamo andando incontro dal punto di vista energetico è la fine della fonte più comunemente usata: il petrolio. Ma è davvero così? Ed è veramente questo il problema? Analizziamo bene le fonti primarie di energia:

    Fonti di nergia commerciali Energia nucleare Fonti di energia non commerciali
    PetrolioCarbone

    Gas naturale

    Energia idraulica

    Radioisotopi naturaliUranio

    Torio

    Isotopi dell’idrogeno

    Litio

    Legno/biomasseColture energetiche

    Energia geotermica

    Energia solare

    Energia eolica maree ed onde marie

    Gradiente termico marino

    Gradiente salino del mare

    Scisti bituminosi

    Sabbie petrolifere

    Uso razionale dell’energia

    Risparmio dell’energia

    Si definiscono fonti energetiche commerciali quelle che godono del più largo utilizzo ed hanno un assetto ben consolidato nel mercato energetico. Ad eccezione dell’energia idraulica, tali fonti sono destinate ad esaurirsi poichè hanno tempi di ripristino naturale ovvero di fossilizzazione molto lunghi (milioni di anni) mentre noi le consumiamo nel giro di pochi anni. Di fatto sono fonti non rinnovabili.

    Le fonti energetiche non commerciali sono risorse energetiche che, seppure hanno uno sviluppo tecnologico mondiale in continua crescita, sono ancora praticamente ecluse dal mercato mondiale dell’energia. Queste fonti, ad eccezione delle scisti bituminose e delle sabbie petrolifere, sono tutte nuove e rinnovabili. Nuove perchè vanno tenute in conto, sperimentate e valorizzate in una moderna concezione dell’energia. Rinnovabili perchè hanno tempi di ripristino che ne assicurano una disponibilità praticamente illimitata nel tempo.

    L’energia nucleare viene considerata a sé stante perchè, pur essendo largamente consolidato il suo ruolo nel mercato ed avendo importanti possibilità di impiego, presenta problematiche che richiedono una trattazione differenziata.

    Ammesso che il petrolio stia veramente terminando, viene spontaneo chiedersi perchè il mercato energetico mondiale non cambi rotta per puntare su altre fonti meno preziose e più sicure per l’approvigionamento. Il petrolio è prezioso: l’uomo gli ha dato una imponente importanza economica ma esso rappresenta di per sè un fenomeno geologico di fossilizzazione così particolare da conferirgli un valore paleologico intrinseco che oggi non viene tenuto giustamente in conto. Perchè esaurirla o bruciarla visto che abbiamo la possibilità di scegliere e di scegliere meglio? La possibilità di un’opzione migliore è indiscussa se poniamo un occhio di riguardo all’ambiente. La combustione di combustibili fossili, infatti, è un fenomeno altamente inquinante poichè libera sostanze tossiche quali ossidi di azoto,  biossidi di zolfo, composti organici volatili e ozono che restano nello strato atmosferico in cui ci troviamo, la troposfera, causando diversi danni ambientali (ad esempio effetto serra e smog fotochimico) e alla salute umana (inalazione e conttatto cutaneo di sostanze potenzialemente cancerogene). Anche la combustione del legno libera anidride carbonica (gas serra) ma in misura minore e soprattutto il gas liberato è lo stesso che la pianta ha preso dall’atmosfera per accrescersi. Non male per cominciare a puntare su un bilancio tra emissioni ed assorbimento di gas serra. Ci sono fonti poi, come ad esempio l’eolico, che non hanno nessun impatto sulla salute dell’uomo e dell’ambiente ma ad alcuni arreca impatto negativo dal punto di vista paesaggistico. Ancora meglio, il solare fotovoltaico, non inquina, non disturba la vista di nessun paesaggio naturalistico, può essere adottato a livello domestico per mezzo di impianti su misura rispetto al consumo previsto, richiede un investimento iniziale che una volta rientrato per mezo degli incentivi fornisce energia pulita e graituita.

    A questo punto riponiamo il quesito: il problema è davvero la fine del petrolio? L’importanza maggiore è davvero l’economia? Probabilmente per molti individui no ma forse chi ha il potere di influenzare anche solo una fetta del mercato vuole che sia così! 

  • Riutilizzazione urbana

    Se hai meno di 66 mila euro l’anno, non puoi fare un mutuo agevolato, né, spesso, riesci a pagare un affitto. Se non fai parte delle categorie previste, non puoi entrare in graduatoria per la casa popolare. Se ne fai parte, forse, dovrai accettare un appartamento fuori città. L’alternativa, oggi, si chiama autorecupero. Almeno a Roma, dove l’applicazione di una legge regionale del’98 ha permesso di trasformare tredici palazzi di proprietà pubblica, tutti occupati da chi non aveva alternative, in altrettanti cantieri di ristrutturazione. A spese del Comune per gli esterni, e per gli interni della cooperativa formata dagli abusivi, diventati legittimi inquilini per cifre fra i 150 e 300 euro al mese. Mentre la casa resta di proprietà dell’ente pubblico e dopo una generazione può essere assegnata ad altri. Il futuro è nel quattordicesimo indirizzo, quartiere Tufello: edificio vuoto e da non occupare, ma da chiedere come cooperativa di autorecupero.L’intero esperimento romano, una volta portato a termine, darà un tetto a 250 mila famiglie. Poche, ma il metodo è così interessante da aver fatto incuriosire studiosi della materia anche in Europa. Infatti questo esperimento mostra come risolvere  problemi comuni alle metropoli occidentali: disagi sociopolitici (dialogando con le tensioni cittadine, urbanistici e sfruttando edifici vuoti che nella capitale, gli addetti ai lavori, ne stimano almeno 50mila) ed ecologici sia ristrutturando con criteri di bioarchitettura sia diminuendo man mano la costruzione di nuove case popolari. Nel frattempo, il ministero della Solidarietà sociale sta pensando a una legge nazionale.

    Ci sarà una legge per tutta l’Italia?

    In Italia servono case a prezzi accessibili per chi ha redditi medio-bassi e serve agire contro la disgregazione sociale in cui viviamo favorendo anche i progetti multietnici. Autorecupero e autocostruzione sono delle buone risposte a questi problemi. Nelle città grandi può essere più utile il primo strumento, dato che il numero degli alloggi inutilizzati è costantemente superiore a quello delle famiglie in graduatoria per le case popolari. In più, l’autorecupero evita di consumare altro territorio e fa rivivere case vuote, degradate. Nei centri piccoli e medi, dove non c’è questo fenomeno, è più utile puntare sull’auto costruzione. Come è più utile far progettare ai rom le case in cui dovranno vivere, piuttosto che sistemarli in maniera forzosa, e da loro non condivisa, in case alveare.

    In giugno 2007, al ministero ha preso il via un tavolo di lavoro informale che sta valutando le varie esperienze fatte, alcune basate su una legge regionale, come quella sull’autorecupero del Lazio o quella sull’autocosruzione dell’Umbria, altre, come in Emilia, realizzate senza copertura legislativa.

    Si tratterà di vedere, entro l’estate, se per ottenere uno strumento sicuro e rapido da usare sarà meglio varare una legge nazionale o sostenere un’apposita serie di leggi regionali. Bisognerà anche intervenire sui rischi d’infortunio e le eventuali modifiche delle normative sulla sicurezza per tutelare il futuro inquilino e permettergli al tempo stesso di lavorare alla ristrutturazione o alla costruzione.

    Tutto ciò deve essere sostenuto con adeguate risorse. Lo stanziamento per l’inclusione sociale e abitativa degli immigrati prevede già 150 milioni in tre anni. Inoltre, si sta predisponendo un provvedimento che dovrebbe essere finanziato con circa 500-600 milioni dell’extragettito e che riguarda la ristrutturazione degli alloggi pubblici sfitti e inagibili. Altri 350 milioni dovrebbero finanziare ulteriori contratti di quartiere.

  • Accademia “Ivan Francescato” di Tirrenia

    Studio alla mattina, campo o palestra al pomeriggio. Viaggio nel “college” del Coni dove nascono i Bergamasco del futuro che, tanto per iniziare, hanno già vinto un mondiale…

    Attualmente sono 24 i ragazzi, nati tra l’87 e l’89, gli studenti -rugbisti del centro Coni. Il “Centro di sviluppo per l’alto livello” è stato intitolato a Ivan Francescato, il tre quarti centro azzurro morto per arresto cardiaco a 31 anni. Successo il 19 Gennaio 1999. Poco più di un anno dopo, l’Italia avrebbe debuttato nel Sei Nazioni, gotha ovale nel quale era entrata grazie al XV allenato da George Coste e di cui Ivan, il minore di quattro fratelli (gli altri erano Bruno, Nello e Rino), tutti finiti in Nazionale, era il volto sfrontato, il talento puro. Dietro quella sua immagine da selvaggio con il ciuffo c’era l’umanità e l’educazione di un rugbista nato mediano di mischia nel Tarvisium. Di una mischia che, retrocedendo perennemente, lo costringeva a inventarsi ogni volta giocate astute e imprevidibili finte. Quelle che poi avrebbe esibito una volta diventato centro.

    Storia a parte, tra le 12 stanze doppie, la palestra, la sala pesi e i due campi da gioco (il terzo, in sintetico misto, pronto a breve termine), il gruppo  si è cementato con le cene in pizzeria del mercoledì sera e con il sistema di autodisciplina gestito dal comitato dei saggi” composto da 5 ragazzi. In questo gruppo manca un vero leader ma a questa età non è facile trovarlo. L’autodisciplina, poi, è l’unco metodo che funziona perchè se un “grande” alza sempre la voce il ragazzo, più di tanto, non matura. Ecco allora il decalogo che regolamenta orari da rispettare, abbigliamento da indossare e comportamenti da tenere. Chi sgarra, paga una simbolica multa. Per chi si presenta sovrappeso, invece, sopratutto all’inizio della stagione, si organizzano corse sulla spiaggia all’alba di una giornata che dopo avrebbe previsto altre due sedute tra campo e palestra.

    I risultati non mancano: Tra i primi Frutti del centro Coni pisano c’è la promozione nel gruppo A dei Mondiali Under 19, in cui, solo nella decisiva finale contro il Canada, 12 titolari e quattro panchinari erano made in Tirrenia. Eppure l’organizzazione del centro Coni è diversa da quelle inglesi e francesi. Oltre Manica, ogni club ha una propria Academy e i ragazzi vengono seguiti un paio di volte alla settimana dai tecnici federali. I transalpini, invece, dalla decina di strutture regionali esistenti scelgono i 26-28 della futura Under 19 che si allenerà nel centro federale di Marcoussisi, lo stesso della Nazionale Maggiore.

    Anche il bilancio scolastico, in attesa degli esami estivi, soddisfa i responsabili. Studenti iscritti alle superiori e qualcuno all’università, qualcuno si fa mandare tramite posta elettronica gli esercizi da svolgere così da poter sostenere la maturità. Le mail, d’altronde, così come Skype ed internet in generale, sono presenze fisse nelle camere ipertecnologiche attrezzare per i ragazzi.

  • Solstizio d’Inverno

    Natale è il periodo delle celebrazioni e dei festeggiamenti per la ricorrenza della nascita di Gesù. E’ un momento molto profondo, almeno così è nato e così dovrebbe essere. Invece, ogni anno, la massa che compone la nostra società, ormai del tutto globalizzata, con finte scuse religiose, si immerge repentinamente e totalmente nella mania del consumismo sfrenato, senza comprendere che in quei giorni specifici del ciclo annuale accade un evento del tutto particolare e ricco di significato, un evento cosmico che ha assunto un alto valore simbolico in tutte le popolazioni storicamente elevate e nobili, a partire dalle primissime ere primordiali.

    Il Solstizio d’Inverno è un giorno che appartiene alla spiritualità di tutte le religioni del mondo, seppure in forme diverse, che non segue assolutamente nessun integralismo e settarismo di alcun tipo. L’evento è stato celebrato da molteplici nostri antenati, come ad esempio dimostrano le costruzioni megalitiche di Stonehenge, in Gran Bretagna, di Newgrange, Knowth e Dowth, in Irlanda o attorno alle incisioni rupestri di Bohuslan, in Iran, e della Val Camonica, in Italia, già in epoca preistorica e protostorica. Lo stesso fenomeno fu invariabilmente atteso e magnificato dall’insieme delle popolazioni indoeuropee: i Gallo-Celti lo denominarono “Alban Arthuan” (“rinascita del dio Sole”); i Germani, “Yulè” (la “ruota dell’anno”); gli Scandinavi “Jul” (“ruota solare”); i Finnici “July” (“tempesta di neve”); i Lapponi “Juvla”; i Russi “Karatciun” (il “giorno più corto”).

    Di fatto, cosa avranno mai celebrato queste popolazioni il giorno del Solstizio d’inverno? Agli appassionati di mitologia sicuramente non è sfuggito il fatto che quasi tutti questi popoli hanno fatto coincidere col solstizio d’Inverno, come d’altronde oggi fanno i Cristiani, la nascita delle loro divinità: in Egitto si festeggiava la nascita del dio Horo e del padre, Osiride; nel Messico pre-colombiano nasceva il dio Quetzalcoath e l’azteco Huitzilopochtli; Bacab nello Yucatan; Buddha, in Oriente; Krishna, in India; Scing-Shin in Cina.

    Nel giorno del Natale (inteso quindi come giorno di nascita) il Sole, nel suo moto annuo lungo l’eclittica – il cerchio che rappresenta il moto apparente del sole intorno alla terra durante l’anno -viene a trovarsi alla sua minima declinazione nel punto più meridionale dell’orizzonte Est della Terra. Precisamente si trova allo Zenit del tropico del Capricorno e manifesta la sua durata minima di luce, circa 8 ore e 50/55 minuti. Quindi, raggiunto il punto più meridionale della sua orbita e facendo registrare il giorno più corto dell’anno, riprende, da questo momento, il suo cammino ascendente. Non deve stupire che nella romanità, “pagana” ai nostri occhi, in una data compresa tra il 21 e il 25 dicembre, si celebrava solennemente la rinascita del Sole, il Dies Natalis Solis Invicti, il giorno del Natale del Sole Invitto. La ripresa del cammino ascendente del sole assume quindi molteplici significati spirituali, primo tra i quali la rigenerazione cosmica in cui il Sole e la Luce sono associati all’idea d’immortalità dell’uomo e del percorso che esso deve svolgere operando la sua rinascita spirituale. Il Solstizio d’Inverno corrisponde, pertanto, alla presa di coscienza della vera spiritualità, in quanto fine della discesa e ripresa dell’ascesa. Durante questo processo la comprensione esoterica può essere rappresentata un’illuminazione riflessa che rischiara il buio della caverna.

    La rigenerazione cosmica, rappresentata simbolicamente dal Dio Sole è sempre concepita come un invito ad un lavoro interno per mezzo dell’aiuto di un maestro, di cui il Cristo Redentore è l’ultimo e più splendente esempio: una citazione splendida dice “Il Sole ritorna sempre, e con lui la vita. Soffia sulla brace ed il fuoco rinascerà“.

  • Il segreto degli Stradivari

    Uno scienziato ha spiegato la bellezza del suono dei leggendari violini “stradivari”, gli strumenti costruiti dal cremonese Antonio Stradivari che, da trecento anni, sprigionano note di ineguagliabile bellezza nelle mani dei più celebri concertisti. Il suono meraviglioso di questi violini si deve al fatto che il loro costruttore impiegava sali di rame, ferro e cromo, per favorirne la conservazione e per difenderli dalle aggressioni di funghi e batteri. Questo è il risultato di un fisico statunitense, Joseph Nagyvary, esperto di onde sonore della Texas A&M University di College Station, che ha avuto modo di studiare da vicino no di questi magnifici strumenti per cercare di scoprire il segreto del loro fantastico suono.

    Antonio Stradivari nacque a Cremona nel 1644 e vi morì nel 1737: fu liutaio, cioè i costruttore di strumenti musicali a corda, più celebre al mondo. L’unico a potere competere con la bravura e la fama di Stradivari fu un altro liutaio cremonese vissuto tra il 1698 e il 1744, Giuseppe Guarnieri del Gesù. Nel corso della sua lunga vita, Stradivari costruì  ben millecento strumenti musicali, tra violini, viole, violoncelli, arpe, chitarre e “antenati” delle chitarre ora in disuso come liuti e tiorbe. Di essi, ora, ci rimangono seicentocinquanta esemplari, tra cui cinquanta preziosissimi violini perfettamente funzionanti, il cui valore ha raggiunto quozienti da capogiro: uno di essi, il violino chiamato “Kreutzer Stra”, è stato venduto all’asta nel 1998 per quasi novecentocinquantamila sterline, equivalenti a un milione e trecentomila euro o a due miliardi e mezzo di lire.

    Joseph Nagyvary ha svelato il segreto del loro suono purissimo, caldo ed emozionante, così ricercato dai violinisti di ogni epoca. Secondo lo scienziato, Stradivari, oltre che sulla sua indiscutibile capacità tecnica, ha potuto contare su una serie di circostanze estremamente positive. Lo studioso ha infatti sottoposto uno “stradivari” a una risonanza magnetica e a una spettroscopia a raggi infrarossi atti a scoprire se, nella cassa armonica del prezioso violino, vi fossero sostanze diverse dal legno. Ed ecco la scoperta del fisico statunitense, che è stata recentemente pubblicata sull’importante rivista Science, celebre periodico di informazione scientifica.  In primo luogo Stradivari visse nella seconda metà del seicento e nei decenni successivi in cui vi fu un mutamento del clima: gli inverni erano più rigidi, le estati brevi, le primavere e gli autunni molto freschi. Ciò determino un cambiamento nelle caratteristiche del legno degli alberi di acero e di abete che Stradivari usava per forgiare i suoi strumenti; fibre più sane, con anelli proporzionati tra loro. Ma la diversa composizione del legno è soltanto una delle cause che contribuiscono alla bellezza del suono dei suoi strumenti. L’umidità dell’aria, il freddo, lo hanno indotto a studiare nuove sostanze per conservare il legno. Ebbene si tratta proprio dei sali di ferro , cromo e rame rinvenuti dalla ricerca di Nagyvary. Tutti questi sali hanno un’azione fungicida e servivano a proteggere il lego di acero dalle aggressioni di funghi e batteri che avrebbero potuto rovinare il legno.

    Effettivamente, queste sostanze sono particolarmente presenti nei violini “Stadivari” e “Guarnieri”, mentre altri violini dell’epoca non possiedono queste caratteristiche.

    Ma siamo sicuri che il magico suono di questi strumenti dipenda solo dai sali usati per la conservazione? La teoria di Nagyvary è stata fortemente contrastata pur essendo molto interessante e non priva di fondamento, ma non tolgono nulla alla genialità del nostro grande artigiano, anzi, del nostro grande artista Antonio Stradivari, che ha saputo raggiungere l’immortalità con gli splendidi strumenti usciti dalle sue mani e di cui, forse, la scienza non basta  a spiegarne il segreto.

  • Sushi che passione!

    Cena di Natale a base di involtini di primavera, riso alla cantonese e pollo alle mandorle: una tipica famiglia italiana con tanto di nonnina ottuagenari sceglie il menù cinese per la festa più tradizionale del bel paese! Non è fantascienza ma una delle pubblicità con cui una nota marca di torroncini, lo scorso Natale, ha rivendicato la propria intramontabile presenza nelle case degli italiani (pur scegliendo di mangiare cinese, la famigliola non rinunciava infatti ai classici dolcetti Condorelli).

    Scelta azzardata? Paradosso? Visione futuristica portata alle sue estreme conseguenze? Sicuramente i cultori della made in Italy e della cucina nostrana avranno storto il naso ma è innegabile che questa pubblicità ha colto una tendenza crescente nel nostro Paese, vale a dire quella della passione per le cucine esotiche.

    Più di duemila ristoranti etnici tra cinesi, giapponesi, indiani, egiziani, eritrei, messicani e tailandesi: se è ero che la coltura dei popoli passa anche attraverso la cucina, noi italiani siamo degli insaziabili curiosi, alla continua scoperta di nuove tradizioni. In pratica non facciamo che viaggiare senza muoverci da casa il take away poi è un vero e proprio giro turistico fra le pareti dei nostri comodi appartamenti!).

    Cous cous, sushi, tempura, sashimi: parole che abbiamo sentito pronunciare almeno una volta e che ci rendono un pò cittadini del mondo! Ma non basta! Dobbiamo anche imparare a cucinare esotico per i nostri amici: ecco allora gli arnesi giusti, le bacchette, il wok, i coltelli giapponesi dalle lame molto taglienti!

    Una vera passione quella per le cucine esotiche. Le più gettonate però sono orientali: quella cinese è ormai ovunque (a Milano i primi ristoranti cinesi nacquero alla fine degli anni ’70) mentre la giapponese è entrata nel nostro mercato con un profilo più sofisticato. I ristoranti giapponesi all’estero, infatti, sono nati subito come ristoranti di lusso: in gran parte si tratta di locali di qualità, con ottimo servizio e abbastanza costosi. Del resto, la loro è una cucina la cui caratteristica primaria è quella di non alterare la freschezza, il sapore, il colore, la consistenza e la stagionalità di ogni cibo; i giapponesi la definiscono con l termine “sappari” che vuol dire pulita, ordinata e leggera. Mangiare giapponese significa sopratutto mangiare pesce crudo ma non bisogna spaventarsi: il pesce crudo infatti ha un sapore che anche chi detesta il pesce riuscirà ad apprezzare.

    L’importante è non lasciarsi coinvolgere da chi sceglie il pesce palla (in giapponese “fugu“) come versione cullinaria della roulette russa: è un pesce velenoso che può portare alla morte per arresto respiratorio.

    Fa molto giapponese, invece, evitare di conficcare verticalmente le bacchette nella ciotola del riso, non bucare il cibo con le bacchette e mangiare il sushi non appena servito come segno di rispetto per lo chef e la sua arte.

    Insomma, non dovrebbe essere poi così difficile imparare il bon ton della cucina nipponica: se riusciamo ad arrotolare gli spaghetti nostrani niente ci dovrebbe spaventare in quanto ad arnesi da cucina!

  • VINCENZO DE BUSTIS CAVALCA L’ONDA DELLA CRESCITA DI DEUTSCHE BANK

    05 2007 – A tre anni dal suo insediamento all’interno del gruppo Deutsche Bank nelle vesti di amministratore delegato, avvenuto nel 2003, Vincenzo De Bustis fa chiudere il bilancio del 2006 del gruppo creditizio tedesco registrando una forte crescita di profitti.

    L’utile operativo ammonta a 283,4 milioni di euro, con un incremento del 4% rispetto al 2005; l’utile netto ha raggiunto il traguardo dei 160,8 milioni di euro, confermando i livelli del 2005, con una redditività del 14,2%.
    “Nel corso del 2006 – commenta con soddisfazione De Bustis, che copre la carica anche di chief country officer in Italia – il gruppo ha proseguito il percorso di crescita organica attraverso le linee di business della Deutsche Bank. Nel contempo, il nuovo modello organizzativo basato sul DB Consortium, che è la nuova società del Gruppo in cui sono confluite parte delle attività dei servizi di supporto al business, è entrato a pieno regime operativo”.

    L’assemblea degli azionisti ha approvato il bilancio 2006 di Deutsche Bank Spa che vede un utile netto di 152 milioni di euro e un Roe (Return on Equity) al 14,7%. Il dividendo deliberato è pari a 1,33 euro per azione, superiore di 14 centesimi rispetto al 2005.

  • Storia di Nikola Tesla

    Al di là dell’unità di misura dell’intensità del campo magnetico e di chi si è incontrato con i libri di fisica, Tesla è davvero un nome sconosciuto alla massa. Eppure per l’idee e le scoperte che ha fatto non è secondo a nessuno. Il fisico, oltre ad aver sviluppato teorie, progettato e costruito macchine che ancora oggi noi utilizziamo e che ci sembrano scontate, ha davvero anticipato i tempi in cui viveva.
    Nikola Tesla nacque l’11 luglio 1856 a Smiljan in Croazia, dal reverendo Milutin Tesla e Djouka proprio allo scoccare della mezzanotte mentre imperversava un violento temporale. Sarebbe stato “il figlio della tempesta”.

    Infatti già all’età di tre anni si eccitava per le scintille che l’elettricità statica provocava nel pelo del suo gattino, e da allora il suo interesse per quel fenomeno non mutò fino alla sua morte, avvenuta nel 1943.
    Da giovane si stabilì in America e iniziò a lavorare sotto il grande inventore Edison, dove acquisì esperienza e conobbe le persone che influenzeranno tutta la sua esistenza. Edison basava tutte le sue scoperte elettriche sulla corrente continua, mentre Tesla, mostrò subito un intuito della corrente alternata all’epoca ancora sconosciuta. Cercò finanziamenti adeguati alle sue teorie poiché egli sapeva che, se avesse avuto ragione, la corrente alternata avrebbe offerto vantaggi economici notevoli rispetto a quella continua. Successivamente si dedico alla “bobina Tesla” e sviluppò un sistema di condensatore e bobina di sintonia, che è alla base di tutte le radio e televisioni moderne. Tesla brevettò la bobina Tesla e il dispositivo di sintonia radio sei anni prima che Marconi brevettasse la prima radio. Ciò che rese famoso Marconi fu la sua capacità di contrattare col governo e i militari per portate avanti le sue idee. Comunque, sei mesi dopo la sua morte, La Corte Suprema degli Stati Uniti confermò la paternità dell’invenzione della radio a Tesla.

    Tesla riuscì a lavorare anche con campi elettrici enormi, fulmini creati in laboratorio di diverse decine di migliaia di volt che lo portarono alla costruzione di un tubo catodico e del microscopio elettronico prima ancora della scoperta degli elettroni e sperimentò persino un tubo luminoso che emetteva raggi X con il quale riuscì a fotografare le ossa della sua mano, proprio come la moderna radiografia.

    Come la storia insegna, Tesla si dimostrò un uomo molto versatile le cui invenzioni le ritroviamo continuamente nella nostra civiltà moderna. E’ un peccato ma vi è un motivo per cui un genio come lui sia largamente sconosciuto a differenza dei suoi contemporanei come Edison, Marconi e Westinghouse che invece sono entrati nella storia.

    Il motivo del silenzio che avvolge la storia di Tesla risale alla seconda guerra mondiale quando nel 1940 il fisico accennò ad un ordigno al plasma associato ad un prototipo di laser che produceva particelle ad alta energia nella ionosfera. Questa nuova forza sarebbe stata in grado di liquefare il motore di un aereo a 250 miglia di distanza. Nel 1943, in piena guerra mondiale Tesla accennò al governo questo macchinario ma questo ultimo, lì per lì non volle credergli. Morì nello stesso hanno per un attacco cardiaco. Curiosamente però, dopo pochissimi giorni l’FBI aprì un indagine su Tesla e confiscò tutti i suoi appunti e materiali di ricerca poiché potevano contenere informazioni molto preziose per gli Stati Uniti; Il lavoro di una vita fu dichiarato top secret e qualsiasi discussione in merito fu vietata.

    Il 18 ottobre 1993, il Dipartimento americano della difesa annunciò di aver cominciato a costruire un centro di ricerche missilistiche sperimentale sulla ionosfera a Gakona in Alaska, il centro noto come HAARP (High Frequency Active Auroral Research Program). L’HAARP esamina esattamente gli stessi fenomeni studiati da Tesla cento anni prima. 

  • Nuove norme per la tutela dei cani

    Saranno più rigide le regole per chi possiede un animale domestico. Ad averlo deciso è il ministro Livia Turco. Un ordinanza studiata appositamente per tutelare quanto possibile i nostri fedeli amici cani, ma anche il cittadino.

    Il provvedimento Livia Turco è denominato ” tutela dell’incolumità pubblica dall’aggressione di cani” ed è stato pubblicato proprio adesso, Gennaio 2007, sulla Gazzetta Ufficiale. Tra le novità introdotte troviamo il divieto di tagliare la coda, le orecchie e le corde vocali e il divieto dell’uso di collari elettrici, reputati “fonte di paura e sofferenza” per gli animali. Ma non è tutto. Il ministro ha infatti anche stabilito che, per alcune razze generalmente considerate molto pericolose e violente, si debba imporre in ogni luogo pubblico l’uso del guinzaglio e della museruola; l’ordinanza inoltre esorta anche i proprietari a vegliare con attenzione i loro cani e obbligandoli a munirsi di una polizza assicurativa. Si autorizzano i veterinari a decidere eventuali soppressioni qualora, a loro parere, un cane si rivelasse “troppo aggressivo”. Questo ultimo provvedimento ha scatenato non poche polemiche dalla Lav, Lega antivivisezione. La Lav ha fatto appello alla legge 281 del 1991 in materia di animali domestici la quale stabilisce, tra l’altro, che “i cani possono essere soppressi solo se gravemente malati, incurabili o soltanto se la loro pericolosità è comprovata, indipendentemente dalla razza”.

    Ci sono anche aspetti positivi dell’ordinanza che migliorano la situazione dei cani, come ad esempio il divieto di tagliare la coda e le orecchie che per un cane sono veri e propri strumenti di comunicazione, e delle corde vocali, già vietate dalla legge contro i maltrattamenti. E sopratutto è finalmente risolata la controversa questione dell’uso dei collari elettrici, ore definitivamente al bando poiché considerati strumenti di tortura piuttosto che un modo di contenere un carattere esuberante (come promesso da alcune pubblicità ingannevoli) vista la reazione aggressiva da parte degli animali. I cani non hanno bisogno di essere educati con i collari elettrici. E’ il padrone che deve far comprendere, con atteggiamenti sensati e coerenti, al suo “amico” quale sia il giusto comportamento.

    Il giudizio però non può essere positivo quando nella nuova ordinanza si accenna alle razze ritenute pericolose. L’ordinanza definisce “aggressivo” un cane che abbia almeno una volta tentato di fare male a una persona o ad altri animali senza un reale motivo ovvero senza essere mai stato in alcun modo provocato. E’ una distinzione importantissima perchè l’aggressività immotivata per gli animali è un evento molto rara. Quello che non si può accettare di buon grado di questa ordinanza è che a decidere per la soppressione, ovvero se un cane è pericoloso, sia il veterinario. L’ordinanza lascia in questo modo intendere che chi non è in grado o non vuole più mantenere il proprio cane o se lo considera particolarmente aggressivo e pericoloso per sé e per gli altri trovando un veterinario accondiscendente può farlo abbattere. Rendiamoci conto che è quasi impossibile trovare cani pericolosi e molto comune trovare cani gestiti male. E’ necessario che coloro che decidono, nell’arco della loro vita, di adottare un cane, capissero di avere delle responsabilità come se si trattasse di un figlio.

  • Un caso letterario, Il Codice Da Vinci

    Santo Graal, Cavalieri templari, L’Ultima Cena e La Gioconda: prima che arrivasse il Codice da Vinci questi e molti altri concetti evocavano pressappoco le stesse immagini mentali a milioni di persone, lasciando sì un fisiologico margine di rappresentazione autonoma ma collocandosi sempre all’interno di una stessa dimensione storico-culturale. Ebbene, il ciclone di Dan Brown (questo è il nome dell’autore dell’ormai noto Il codice da Vinci che ha venduto 3 milioni e mezzo di copie negli Stati Uniti ed è diventato un vero e proprio best seller internazionale) ha rivoluzionato queste nozioni, le ha caricate di un senso ambivalente, entrando inevitabilmente in rotta di collisione con molte posizioni storiche e religiose tradizionali. Come avrebbe potuto essere altrimenti?

    Il Santo Graal non sarebbe la coppa in cui Cristo ha bevuto durante l’ultima cena ma piuttosto colei che porta con sé la discendenza di Gesù, vale a dire Maria Maddalena, la quale ha partorito il figlio di Cristo dando luogo a una stirpe che arriva fino ai giorni nostri. Siete scoinvolti? Questa è soltanto una delle tesi più ardite su cui è costruito il Codice Da Vinci, ma è sufficiente per capire la dimensione straniante in cui Brown fa precipitare il lettore e sopratutto gli strali che si tira dietro. Ora, il capovolgimento dei pilastri della nostra cultura religiosa e non solo, il trionfo dell’eccentrico inteso come devianza dalla “normalità”, ma sempre collegato a luoghi ed elementi usuali che ne avvalorano la portata di verità, l’assunzione dell’ignoto come regola che schiaccia il noto sono sicuramente i motivi fondamentali dell’enorme successo del romanzo. Il lettore ama scoprire nessi che non avrebbe mai immaginato, si compiace di vedere confermate alcune sue intuizioni cariche di dietrologia sulla storia della chiesa e dei Vangeli. Ma c’è di più: il Codice Da Vinci è la consacrazione dell’elemento femminile, reso protagonista e arteficce del destino, delle grandi menti della cultura occidentale al servizio di un segreto che è anzitutto adorazione di Maria Maddalena in quanto donna.

    C’è da dire che tutto questo non può che lusingare migliaia di esponenti del sesso debole alla continua ricerca di una rivalsa su secoli si storia al maschile.

    I detrattori di Brown non potranno negare le sue grandi doti di acuto osservatore del mercato: l’autore de Il Codice Da Vinci sa cosa vuole il pubblico e confeziona un prodotto che garantisce alta fedeltà! Addirittura nelle città in cui è ambientato il romanzo (Parigi e in misura minore Londra) sono stati organizzati dei tour che portano il visitatore nei luoghi della narrazione e Hollywood si è già fatta avanti comprando la sceneggiatura da cui ben presto verrà tratto il film: insomma, una vera e propria macchina da soldi!

    Per tornare al Codice, vale la pena leggerlo in tutto relax, gustando i colpi di scena e le ardite simbologie.

    Pausa.

    Una rilettura è d’obbligo: questa volta a caccia di svarioni, con una consapevolezza scientifica da fare invidia al nostro caro Leonardo!