Che cos’è la Black Hat SEO e perché evitarla

Nella SEO, come in tante altre cose della vita, ci sono due modi di agire: si può puntare su una programmazione costante e ad ampio raggio, che porti benefici e risultati solo dopo un certo periodo di duro lavoro oppure si può optare per un approccio più comodo, meno impegnativo ed efficace già nel breve periodo. Detta così, non si può che puntare sul secondo metodo, certo. In fatto di posizionamento sui motori di ricerca, però, il metodo ‘rapido’ è quello che in gergo è definito Black Hat SEO e si dia il caso che, oltre che più performante nel brevissimo periodo, è anche un approccio molto rischioso, i cui effetti negativi sono misurabili soprattutto a distanza di tempo.

La Black Hat funziona?

Ogni agenzia SEO Milano, Roma o Napoli che sia conosce benissimo le minacce insite nel praticare attività di SEO Black Hat… e si guarda bene del farlo (o è quello che ci si augura). Il lato oscuro della SEO si esplica in strategie e condotte sviluppate con lo scopo di approfittare di bug e limitazioni poste in essere dai crawler di Google e degli altri motori di ricerca, al fine di favorire una scalata rapida delle SERP.

D’altra parte, contravvenire alle indicazioni di Google significa esporsi al rischio, concreto, di subire una penalizzazione da parte di Big G e ritrovarsi, dall’oggi al domani, cancellati dall’elenco delle ricerche per le stesse keyword cui il giorno prima era stata conquistata la prima pagina.

Le strategie Black Hat

Una delle tecniche principali di SEO Black Hat consiste nel nascondere keyword e link all’interno di una pagina, allo scopo di ingannare i sistemi di scansione web dei motori di ricerca, risultando allo stesso tempo invisibili agli occhi degli utenti. Solitamente, chi pratica questa (antichissima) tecnica, inserisce elementi in grado di apportare vantaggi lato posizionamento nello stesso colore dello sfondo di pagina, falsando l’interpretazione dei contenuti.

Altro stratagemma è quello basato sull’utilizzo di doorway pages. Si tratta di veri e propri specchietti per le allodole, pagine spesso prive di contenuti e create ad hoc per forzare il suo posizionamento con lo scopo di canalizzare il traffico verso altre pagine del sito o verso siti terzi (i quali, in questo modo, non rischiano di essere individuati dai crawler di Big G).

Le tecniche più rudimentali hanno a che fare col keyword stuffing, ovvero l’over-ottimizzazione di contenuti dal punto di vista SEO copy, inserendo forzatamente la keyword principale secondo una ricorrenza innaturale; e con la link building sporca, ovvero attraverso l’ottenimento illecito di link esterni, acquistandoli o mediante scambi di link.

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